Il jazz fenomeno musicale da sempre considerato di nicchia. Fra gli stili musicali che hanno come caratteristica fondamentale la sperimentazione.

Al nostro microfono incontriamo Vittorio Mezza nel ripercorrere l’inizio del proprio cammino musicale racconta quando con gli amici ascoltava musica rock aspettando gli assolo magari di chitarra e dopo in conclusione dell’assolo avvertiva il VUOTO.

Numerosi i talenti che in Italia rappresentano questo stile. Alcuni noti altri meno ma con una forte e comune passione per la musica.

Quando ti avvicini al jazz?

In un certo senso sono stato un autodidatta fin da piccolo, poiché ho cercato di suonare sempre tutto quello che mi piaceva e che catturava il mio interesse, dalla radio alle cassette di mia madre, dai film ai cartoni animati, etc. etc.; forse mai contento fino in fondo, di suonare la musica che mi veniva proposta magari dal Conservatorio o dai vari gruppi di cui facevo parte.

Poi mi sono avvicinato al jazz – per così dire ‘seriamente’ – alla fine degli anni Novanta frequentando i corsi del Berklee College a Perugia, successivamente prendendo le prime vere lezioni di inquadramento del linguaggio jazzistico a Pomigliano, con il bravo Dino Massa e poi approdando a Siena Jazz. Siena è stata per me come una culla del jazz, dove ho incontrato alcuni musicisti incredibili e fondamentali come Stefano Battaglia, Franco D’Andrea, solo per citarne qualcuno per quanto riguarda il pianoforte.

Un ricordo che oggi mi fa sorridere è che quando ascoltavamo un pezzo con gli amici (di solito era rock o pop), non vedevo l’ora che arrivasse il momento del solo, per esempio del chitarrista; allora mi “gasavo” a tal punto che quando poi questo momento finiva, sembrava crearsi come un vuoto, che trascinava con sé praticamente tutto l’interesse e l’attenzione residua: il testo, l’autore forse non contavano più.

Questo fatto di cercare continuamente l’improvvisazione in tutto, unito alla riluttanza nei confronti dell’esecuzione musicale – “ma perché devo suonare dieci ore al giorno questa o quella musica?” mi chiedevo esercitandomi – mi ha fatto sempre pensare di sviluppare un linguaggio personale per creare la musica, per assecondare l’istinto e le proprie idee al di là di tutto: la musica improvvisata e il jazz.

Poi mi sono reso conto che avevo delle cose da dire…

Hai conseguito il diploma presso il Conservatorio S. Cecilia in Roma. Cosa ti ha dato questo percorso?

Sicuramente tanto. Innanzitutto riuscire ad entrare al corso di jazz dopo una lunga selezione per soli due posti tra tantissimi candidati – anche più grandi di me e tutti bravi- mi ha dato una forte spinta.

Poi ho avuto modo di conoscere e suonare con ottimi musicisti con alcuni dei quali, oltre a stringere un’amicizia duratura, ho intrapreso dei percorsi progettuali che hanno portato alla realizzazione di dischi, partecipazioni a Festival internazionali e concerti in luoghi importanti. Diciamo che sono stati anni in cui ho studiato tanto (a volte facevamo lezione anche alle otto e mezza di domenica mattina, ma a noi stava bene così!) e mi sono sempre divertito molto poiché tra l’altro, frequentare un Conservatorio che si trova nel cuore di Roma, mi faceva sentire particolarmente bene, in una condizione di doppio privilegio.

Poi, a distanza di dopo pochi anni, appena alla fine del mese scorso, ho avuto la possibilità di tenere una clinic riguardante il mio ultimo lavoro (di prossima pubblicazione) sullo sviluppo del linguaggio improvvisativi, proprio per la classe di jazz del Conservatorio S.Cecilia.

Diversi i personaggi della scena internazionale con cui hai studiato musica. Mi racconti un’ aneddoto al quale sei particolarmente affezionato?

Un momento trasognante, di forte carica emotiva e di gioia, ha rappresentato per me l’apertura al Wayne Shorter Quartet nel 2005, al Festival Jazz Internazionale di Roccella Jonica. Dopo aver suonato – progetto per due pianoforti con l’amico Alessio Sebastio -, siamo andati in una sorta di camerino-tenda allestito di fianco al palco, lasciando il posto al gruppo All Star dello storico saxofonista. Mentre loro suonavano noi, seduti, ci rilassavamo bevendo e mangiando nella meravigliosa cornice del lungomare di Reggio. Ad un certo punto, sentivo qualcosa che mi dava un leggero fastidio dietro la schiena; mi sono girato per vedere cos’era e siamo scoppiati a ridere, tra realtà ed incredulità.

Involontariamente – e direi con profondo rispetto – mi ero seduto su una delle panciere di Wayne Shorter.

Dove nascono le tue composizioni?

Cerco di sentire in che direzione va la musica. Mentre sto suonando, spesso, mi imbatto in qualche situazione sonora o frammento che mi sembra più o meno interessante come punto di partenza per sviluppare qualcosa; o magari qualcos’altro. Altre volte mi siedo al piano per comporre un pezzo e non esce nulla. Altre volte mi girano in testa – quando non quelle! – delle melodie o dei ritmi che quasi mi tormentano per giorni, settimane, come se volessero essere ‘portati alla luce’ da me; come se esistessero delle cose – non necessariamente belle o brutte – che sono dentro di noi e spingono per uscire, esigono di essere espilicitate suonandole. Così, dopo averle suonate o messe su carta è come se non mi importunassero più. La composizione è legata – per quanto mi riguarda e un po’ come l’improvvisazione – anche al saper cogliere il momento giusto o semplicemente a non cercarlo, ed esso arriverà quando meno te lo aspetti; ti stupirà.

Credo che nella vera improvvisazione non dovrebbero esserci molte aspettative, ma grandi motivazioni e una preparazione infinita.

Nel tuo repertorio di ascolti quali sono i titoli presenti?

Passo lunghi periodi senza ascoltare musica.

Ascolto tutta la musica possibile quando ho tempo purchè sia interessante, sia buona, non sia solo il prodotto di un’operazione commerciale o legata ad un nome famoso. Ma ovviamente sono un po’ di parte!

Un tuo messaggio per la musica italiana?

Per me è una domanda difficile perché non conosco molto né i gruppi attuali né – e soprattutto – i testi delle canzoni. Diciamo in generale che la musica italiana non mi interessa molto perché, secondo me, dietro non ci sono persone molto interessanti.

La maggior parte di essa è una riproposizione di qualcosa fatta precedentemente o un allineamento a griglie armonico-ritmiche molto ben note; mi dà l’idea di qualcosa che deve essere necessariamente in un modo ma che non ha niente a che fare con l’essere vero e proprio della musica in sè, in quanto non è, ma appare, e – direi – pure male. Oltretutto, in alcuni casi, ne va della coscienza dei musicisti che la suonano(?).

Per alcuni cantanti o artisti italiani, basterebbe ‘agire’ veramente su pochi parametri per ottenere quantitativamente qualcosa di qualitativo ma probabilmente poi la musica non si venderebbe…

C’è poco rischio secondo me e purtroppo si sente.

Tuttavia, anche se pochi, ci sono artisti più particolari che per fortuna vanno per la propria strada (e non vendono tanto!).

In questi ultimi anni è tornato di moda il jazz di largo consumo. Come vedi questo fenomeno?

Beh, senz’altro per molti è una moda mentre per altri è qualcosa di più, anche se in Italia – secondo me – non si è ancora pronti al jazz; non si è instaurato ancora quel senso di apertura nei confronti di una musica che è creativa per eccellenza, che può avere mille sfaccettature e non è solo una cristallizzazione stilistica ad esempio del dixieland, dello swing o del be bop.

Ho sentito musicisti dire che Pat Metheny non fa jazz o che non è jazz: non dico altro, musicisti, no? Ci sarebbero da fare poi mille discorsi sulla posizione sociale del musicista, sui suoi diritti (quali rispetto ai colleghi anche di nazioni vicine?), su quello che sta combinando la siae negli ultimi tempi, sulle orchestre smantellate, sull’interesse della politica per la musica (ma dov’è la destra, dov’è la sinistra diceva Gaber), ma non voglio tediare nessuno né dilungarmi oltremisura.

L’Italia. è paese da favola, infinitamente bello e pieno, allo stesso tempo, di sprechi enormi, ignoranza artistica e mille contraddizioni che a volte sembrano inghiottirci. Questo solo per dire che oggi, oggettivamente, se uno è vero musicista, nonostante abbia pubblicazioni, dischi, faccia concerti, etc. etc., non può che non essere incazzato nero! Oltretutto – e contrariamente allo sviluppo tecnologico più che sociale – sembrano sempre di meno gli spazi per suonare. La verità è che la società attuale, così com’è strutturata, sottopone ad un incredibile sforzo e ad una preoccupante intermittenza lavorativa musicisti, pittori, scultori, ricercatori…(l’elenco sarebbe lunghissimo) e forse anche le loro famiglie e quelle potenziali.

La Musica, l’Arte, forse vengono dopo altre cose (?), non solo a livello economico ma proprio a livello mentale, figuriamoci il jazz, figuriamoci quello per così dire “non tradizionale”.

Strano, pensavo di essere nato nel paese dell’arte. E già!

One thought on “Intervista a Vittorio Mezza:”In un certo senso sono un autodidatta””
  1. Sono daccordo con lei
    Sono daccordo con lei maestro…
    in Italia non si arriverà mai a capire e a valorizzare l’arte dell’improvvisazione.. Un paese che apprezza i vari reality commerciali per produrre e vendere cd non potrà mai capire l’improvvisazione.
    Lei è uno strepitoso artista e deve continuare a rivolgersi all’estero per esporre la sua arte.
    Ho visto il suo profilo http://www.myspace.com/vittoriomezza
    Le dico che la sua musica è poesia

    Raffaele

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