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Stefano Isidoro Bianchi editore della rivista mensile Blow Up racconta il percorso dalle webzine al mensile.

Questa sera è per me davvero un grande onore avere al telefono Stefano Isidoro Banchi: editore, creatore, e mente di una delle riviste più importanti nella scena della musica indie, italiana e non solo, come punto di vista, come punto di controllo del nostro territorio musicale. Buonasera Stefano.

Buonasera a te e un saluto a tutti gli ascoltatori.

In questo momento dove siamo collegati, quale punto d’Italia?

In qualche punto d’Italia, all’interno della redazione del giornale, provincia di Arezzo; potrei andare nel dettaglio, ma credo che nessuno la conosca.

Quindi siamo proprio al centro di “Blow Up”, in questo momento siamo proprio al centro di questa situazione.

Esattamente.

Allora diamo alcune connotazioni storiche anche su questa rivista. Viene fondata da te e nasce in un modo abbastanza singolare: magari ci racconti un po’ tu la prima forma di comunicazione, attraverso la raccolta di tutti i tuoi dattiloscritti e poi tutto quello che è venuto dopo.

Guarda, non ti annoierò e non annoierò gli ascoltatori, anche se è una storia sicuramente particolare per quella che è, come dire, la media, la vita delle riviste. Non c’era un editore, non c’era assolutamente nulla, “Blow Up” è nato (o nata?…direi nata perché era rivista!), nata nell’estate del ’95, come fanzine fotocopiata in 30 copie; il primo numero è datato settembre, perché le fanzine non hanno certamente la datazione o la frequenza, la periodicità e l’esattezza delle riviste. L’abbiamo fatta io e il mio amico Fabio Polvani, che ancora collabora con il giornale; dopo pochissimo si unirono a noi altri, da altre fanzine in realtà, come Riccardo Bandiera o altri amici miei che oggi non scrivono più. Siamo andati avanti in forma di fanzine, con un interesse sempre crescente da parte del pubblico, che recuperavamo, per dire così, attraverso negozi di dischi a cui spedivamo il giornale, che poi veniva venduto appunto un po’ in tutta Italia. Siamo andati avanti per un anno e mezzo circa, fino alla fine del ’96. Alla fine del ’96 il giornale, “Blow Up”, cominciava a diventare diciamo ingombrante: per me, per la mia vita e perché iniziava ad essere, probabilmente, un po’ troppo conosciuto, come dire letto e diffuso addirittura per quelle che potevano essere le caratteristiche di una fanzine. A quel punto decisi di terminare la cosa perché non potevo reggere: facevo un altro lavoro, che era il bibliotecario, per cui non potevo riuscire a tirare avanti nella stessa identica maniera, perché mi ero comunque dato fin dall’inizio delle scadenze molto precise da rispettare, cosa che solitamente le fanzine non fanno – e probabilmente è stato anche alla base del piccolo successo che riscuotemmo allora. Probabilmente un’altra delle caratteristiche che ci distingueva, in qualche maniera, dalle altre fanzine era il fatto che a farla eravamo tutti “grandicelli”: io avevo già 35 anni quando la iniziai. Di solito una fanzine è fatta da ragazzi di vent’anni o giù di lì. Forse anche il modo in cui facevamo la rivista – sostanzialmente era lo stesso di oggi – cioè occuparsi di musica a 360 gradi, senza limitazioni di stili, di generi, senza troppa attenzione a quella che poteva essere la divisione, che all’epoca era abbastanza sentita ed era abbastanza netta, fra musica underground, alternativa, o indipendente forse meglio, e musica mainstream. Già mescolavamo un po’ tutte le caratteristiche fin d’allora. Per tornare a noi, più rapidamente…decisi di farla morire, perché non ce la potevo fare più. Poi la cosa ovviamente quando ti prende la passione ha il sopravvento: allora la feci rinascere, con una nuova numerazione, che è quella che poi continua ancora adesso, registrata in tribunale, e questo non è un dettaglio, si lo è ma…

Può sembrare un dettaglio, certo.

… ma diventava praticamente un giornale, una rivista a tutti gli effetti. Siamo andati avanti per un anno pubblicandola esclusivamente per abbonamenti. Io pensavo che potesse, dovesse essere il nostro suicidio, perché abbonarsi ad una rivista, che a quell’epoca feci diventare bimestrale (tra l’altro lasciai il mio lavoro, per cui non fu una cosa da poco perché decisi di dedicarmi a tempo pieno), immaginavo che potesse essere il suicidio perché ovviamente gli abbonamenti in Italia funzionano molto male (perché le poste sappiamo come funzionano!).

Ne parlavamo poco fa.

Poi all’epoca era veramente molto peggio rispetto ad oggi: all’epoca non esisteva prioritario, le poste funzionavano veramente molto male…

Scusami se apriamo una parentesi a questo punto. Ricordo questo fatto che adesso hai evidenziato, collegandolo ad un altro problema: adesso la distribuzione musicale è abbastanza aperta, si trovano dischi che si possono acquistare via internet come tu ben sai, all’epoca ordinare e ricevere dischi era veramente un’impresa a livello di tempo. Ritorniamo all’interno di “Blow Up”.

Tra le altre cose internet praticamente non esisteva, i computer iniziavano ’94 – ’95 a entrare veramente in maniera massiccia nelle case, per cui era veramente molto difficile, anche informarsi. Per tornare a noi, dopo un anno di solo abbonamento, che invece curiosamente, paradossalmente fu la nostra piccola esplosione – forse perché dava un senso di appartenenza molto forte al giornale – arrivammo ad un migliaio di abbonati. Finito anche questo secondo anno il discorso si ripresentava perché non era una rivista, per cui se vuoi avere una tua visibilità, se vuoi sopravvivere anche economicamente, devi comunque andare in edicola. Andare in edicola era molto difficile perché servivano veramente dei soldi. Ebbi contatti con diversi editori: Castelvecchi, l’editore di “Raro” (la rivista che tra l’altro non ha più lo stesso editore oggi), altri contatti con “Il mucchio selvaggio”, con il quale tra l’altro collaborai per sei mesi. Non se ne fece nulla in nessuno dei casi: o perché non garantivano a me l’indipendenza che io volevo assolutamente, o perché non garantivano proprio dal punto di vista strettamente economico. Fatto sta, e siamo arrivati alla fine, nel giugno del ’98 decisi di provare a fare questo passo da solo: mandai in edicola il giornale, che era, non nei contenuti ma dal punto di vista grafico, sicuramente molto diverso da questo (la carta era diversa, era tutto in bianco e nero); era un esperimento veramente molto particolare nel mondo dell’editoria, per quanto di settore. Da lì a oggi non ci siamo più fermati, ecco.

E questo è il cammino ai giorni nostri di questa rivista, che tra l’altro si è ben strutturata sia nel mondo degli addetti ai lavori, sia di coloro che vogliono conoscere qualcosa in più sul mondo del ritmo in genere, della musica in genere. Tant’è vero che si chiama “Blow Up. Rock e altre contaminazioni” – non a caso il sottotitolo.

Certo, sì. Il giornale è sicuramente il riflesso della mia personale attitudine nei confronti della musica; ma io l’ho scritto più volte, ho anche polemizzato più volte dentro il giornale (non tanto ovviamente con i collaboratori, quanto con i lettori), non mi sono mai voluto porre preclusioni di genere, e sinceramente neppure percorsi di appartenenza. Nel senso che è ovvia la nostra preferenza (mia personale, ma comunque di tutti quelli che fanno il giornale) per suoni forse non troppo soliti o comunque in qualche maniera diversi, se vogliamo underground, la parola non mi piace ma diciamo pure alternativi. La nostra preferenza è sicuramente nei confronti di queste musiche. Tra l’altro nel primo numero, se la memoria non mi inganna, in cui andammo in edicola, all’interno di un universo che era quello, più specificamente, del rock indipendente, dell’indie rock come lo conosciamo, nel ’98 uscimmo con un lungo articolo in cui si raccontava la storia e si sdoganava addirittura la disco music, la vecchia disco music della fine degli anni Settanta. Ora chi non ha vissuto, e immagino la buona parte degli ascoltatori non avrà vissuto quei tempi, la fine degli anni Settanta; io ero un ragazzino, avevo 16-17 anni…

Io qualcosa in meno!

Quelli erano tempi duri, tu molto difficilmente ti ci avvicinavi. Il pubblico diciamo rock era molto impegnato perché erano gli anni Settanta, sappiamo benissimo quello che hanno rappresentato il ’77 – il ’78. La disco-music era la musica disimpegnata per eccellenza, e questa è stata una croce, in qualche maniera, che la musica pop, la musica popolare in generale si è portata dietro per tantissimi anni. E infatti, ora non dico che l’abbiamo sdoganata noi, ci mancherebbe altro, però sicuramente accostare materiali di rock indipendente abbastanza particolari, di musica d’avanguardia abbastanza particolare ed ostica, nello stesso giornale in cui si trattava, con un’ottica presumo e spero abbastanza eccentrica rispetto a quello che si potrebbe immaginare, di disco music o di Madonna, è stato un qualche cosa che ha un po’ mosso, forse anche più di un po’ mosso il nostro piccolo universo che è quello di chi ascolta musica “strana”.

Musica diversa

Ascolta intervista audio.

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