Da poco hanno pubblicato il primo album “Vita politica dei Casa” (2007 – Dischi Obliqui).
Raccontano di loro che preferiscono ai luoghi comuni proporre live in sedi di esposizione d’Arte Contemporanea. Miscelando abilmente musica e “…performance senza bisogno di troppi fronzoli”.

Strano a dirlo non hanno mai suonato una cover di Artisti famosi.
Incontriamo Alessandro Milan (bassista) per raccontare il percorso artistico dei Casa.

Qual è il rapporto che esiste fra musica rock e arte contemporanea?

Non saprei. Il rock può permettersi contestualizzazioni alte pur preservando genuinità e schiettezza. Nel mese di Marzo, ad esempio, un mio conoscente è uscito di matto dopo aver trascorso due ore al vernissage di un affermato pittore torinese. Quei buffet, quelle riverenze sono la gioia di signore bene o, alla meglio, di speranzosi corniciai. A certi livelli la cosa più intrigante è scambiare quattro chiacchiere con quelli del catering. L’arte, se alla fanghiglia preferisce i sorrisi di circostanza all’editore del tuo catalogo satinato, si trasforma in un soprammobile ancor prima di uscire dalla Galleria.

Cosa intendi quando parlando di live esprimi l’idea di “…performance senza troppi fronzoli”?

Facile individuare una band che indulge in fronzoli; di solito i suoi componenti attaccano la manfrina del suono, ti dicono: “Vogliamo ottenere un certo tipo di suono, vogliamo arrivare a un certo tipo di suono”. Quand’è così di solito sei davanti a una manica di idioti.

E’ quasi un percorso obbligato, una scuola per le nuove realtà quella di riproporre brani editi da grandi Artisti. Perché non avete mai seguito questa direzione?

Beh, raggiunta la maturità artistica Dalì dipinse Dalì, non qualcun altro. Quelli che passano per la scuola della cover si trasformano, conformemente alla propria tenacia, in pessimi o buoni interpreti; nel caso siano forniti di un qualche talento, invece, si potrà sperare in remake avvincenti la cui funzione resta comunque quella di svelare alla band il proprio potenziale. Non abbiamo mai apprezzato l’idea che Smell Like Teen Spirit cerchi di svelarci qualcosa di noi. Qualcuno ritiene, per divagare, che quella canzone comunichi più che altro il concetto che avere i capelli lunghi e sporchi sia sempre meglio che non averli affatto.

Quali le basi su cui nasce il vostro primo lavoro “Vita politica dei Casa” (2007 – Dischi Obliqui)?

Il musicoterapeuta Massimo Ferrauto ci fornì l’occasione di incidere dei brani concedendoci massima libertà artistica. Scegliemmo qualche canzone dal nostro repertorio e pensammo a un titolo per tenere insieme la faccenda.

Sia Francesco Spinelli (chitarrista) che Filippo Bordignon (cantante) sono attivi nel campo della scrittura?

Francesco ha pubblicato un romanzo per la Tracce Ed e, a quanto ne so, ne ha appena terminato un secondo. Filippo si esibisce spesso in reading. In 10 anni ha composto romanzi sperimentali, raccolte di poesie, poemetti, opere aforistiche ma è sempre stato rifiutato da ogni casa editrice alla quale abbia proposto il suo materiale. Ci sembrava idoneo quindi affidargli il compito delle lyrics per il progetto Casa.

A mio avviso siete molto più vicini al mondo dell’elettronica rispetto a quello del rock. Ritieni veritiera questa affermazione?

Io e il batterista forniamo i riferimenti riguardo a un certo tipo di approccio elettronico. Solitamente il chitarrista e il cantante ci guardano dal basso, strimpellando qualche lagna tipo Goodnight Irene di Leadbelly (vanno pazzi per quella roba); poi qualcuno tenta di esasperare qualcosa e si memorizza alla bene meglio la risultante.

Il vostro spazio su internet?

Istituzionale.

Come si incontrano questi ragazzi che daranno energia al progetto Casa?

Ci devono cadere tra le braccia. Due settimane fa un tizio ci ha offerto da bere al termine di un concerto. Sembrava sulle spine; credevamo volesse proporci una qualche collaborazione ma in realtà tentò di spiegarci che durante la nostra esibizione aveva sentito dentro di sé riemergere la frase di un qualche filosofo che non ricordo. L’ho trascritta: “Tutto ciò che si può dire lo si può dire chiaramente”. La citazione suona snob, la sua cravatta certamente non lo era.

Grazie per la conversazione…

Fuori è nebbioso, eppure ci siamo incontrati.

Link: www.casamusic.it

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