Festeggiano il settimo capitolo di una longeva avventura con un disco intitolato “Uno” e scelgono un ambiente più soft dove raccontare l’emozioni di una band che ha fatto sognare milioni di ragazzi nel corso di questi anni passando dal rock-noise ad un simil-pop.

Un cambio di direzione che non ha deluso i fans che adesso si trovano difronte una band dai tratti cantautorali che per un momento ha abbandonato le raffiche di noise di lavori come “Catartica”

Al microfono di EXTRANET incontriamo Cristiano Godano dei Marlene Kuntz Benvenuto.

Grazie, ciao!

Perché questo titolo “Uno”?

Perché quando io ho iniziato a concepire i testi del disco – e quindi ad entrare in una dimensione creativa ben precisa . in contemporanea alla mia creatività stavo leggendo un libro di uno dei miei scrittori preferiti: Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita. Prima di lolita scrisse tanti libri, fra cui “La vera vita di Sebastian Knight”. A un certo punto, più o meno a metà, c’è una frase che mi ha colpito… per la seconda volta, perché avevo già letto quel libro… e dice: «Esiste un solo numero vero: uno. E l’amore, a quanto pare, è l’esponente migliore di questa unicità.» E questo mi ha persuaso ad andare nella direzione che poi ha portato al “concetto” del disco: l’amore, le sue declinazioni, il suo incanto e la sua dannazione. E poi mi ha suggerito un buon titolo, “Uno”, per il nostro settimo disco.

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Un disco che ha rappresentato anche una svolta, il passaggio da ambientazioni molto ampie al teatro. Sicuramente un ambiente più raccolto. A questo punto una domanda viene spontanea: come si ascolta la musica dei Marlene Kuntz da seduti, in silenzio, come richiede l’ambiente del teatro?

Mi capirai se, innanzitutto, ti dirò che questo va chiesto alle persone che vengono al concerto. Però, posso sforzarmi di provare ad immaginare come si ascolti, e intanto noi scegliamo quella parte di repertorio che si confà ad una dimensione teatrale. Si tratta di una dimensione che favorisce l’ascolto attento, la concentrazione, la disponibilità al silenzio. Io credo di poter dire – anche sulla base dell’esperienza dei concerti di questo tour (siamo già a metà) – che in realtà alla fine, oltre alla sensazione piacevole di verificare che il concerto sta piacendo sostanzialmente al 90% della gente, il 10% è quello dei nostalgici che vorrebbero altro dai Marlene. Ma va bene anche quello, perché in realtà è un 10% non agguerrito.

Il 100% della gente che viene al concerto ala fine ne esce in qualche modo convinta, persuasa, felice. Non dispiaciuta dei soldi spesi per vederci a teatro. A noi piace il silenzio, la concentrazione del pubblico, ci eccita l’idea della disponibilità alla concentrazione da parte della gente. Se noi meritiamo tutto ciò suonando bene, credo che se ne esca appagati. Il complimento migliore che ho sentito finora, da parte del pubblico – dalle persone che ho occasione di vedere dopo – è una sorta di leit motiv: «Finalmente ho potuto sentire le parole e gli intrecci delle vostre note.».

E quindi noi, in qualche modo, sentendoci dire queste cose sentiamo di ave raggiunto il nostro obiettivo, che era esattamente quello: far ascoltare la nostra musica in quiete, permettendo alle persone di stare veramente ad ascoltare tutto quello che accade. Quando sotto a un soppalco si poga, e c’è un esplosione di corpi e tutti danzano in maniera piuttosto convulsa, tutto ciò non può accadere; perché non si può dedicare attenzione soltanto alla musica, ma si partecipa ad un rito di altra natura: sensuale, erotico, fisico, che è un aspetto del tutto lecito del modo di fare rock, però i Marlene Kuntz reclamano per se stessi il diritto, dopo gli 800 concerti della loro carriera, di suscitare altre reazioni. Questa del teatro è la reazione che noi stiamo cercando in questo periodo.

“Un modo lecito di fare rock”, hai detto pocanzi. Quindi questo è un nuovo modo di ascoltare la musica rock?

Non lo so, noi non stiamo facendo niente di nuovo. Siamo in una corrente, in un mondo musicale ben preciso. A noi interessa non essere banali, non inventare cose. Non stiamo inventando nulla e, al limite, stiamo lavorando bene con la lingua italiana. Fare rock in italiano è sempre stato un problema, lo si sa, e noi siamo uno di quei gruppi che è riuscito ad aggirare il problema, trovando delle soluzioni. Io poi non sono nemmeno sicuro che sia tutto rock quello che stiamo facendo in questo periodo.

C’è una parte del nostro spettacolo che per alcuni è cantautorato, non so se detto con accezione positiva o negativa, anche se credo che per qualcuno valga il secondo caso. Io non so nemmeno cosa sia il cantautorato, e le spiegazioni che mi vengono date sono sempre molto fumose. Non è esattamente facile, definirlo. Se s’intende indicare la scuola italiana dei nostri De Gregori, De André, ecc., allora sfido chiunque a sostenere che noi facciamo le stesse cose. Io adoro De André, rispetto De Gregari e amo Paolo Conte, però noi siamo un gruppo. Non siamo Cristiano Godano e X, siamo i Marlene Kuntz.

Quindi abbiamo la nostra attitudine, diversa dal modo di fare i rift rock. Non ci interessano i cliché. Chi ha problemi con i cliché ed è nostalgico lo stesso può pensare ad altro. Noi abbiamo voglia di esprimerci, in qualche modo.

Cambiamo argomento per un attimo, perché devi soddisfare una mia curiosità. Il vostro nome – “Marlene Kuntz” – è una composizione che prende origine da due peronaggi, uno dei quali è Marlene Dietrich. Ha a che fare con la filosofia del vostro gruppo, o è un tributo ad un grande personaggio dello spettacolo?

È stato un peccato di gioventù! Se io a 40 anni dovessi dare un nome a un mio gruppo non lo chiamerei così, perché non mi verrebbe voglia di avere quel tipo di ironia. A vent’anni, insieme all’ex cantante della formazione originaria, abbiamo voluto

All’epoca, quando i Marlene Kuntz hanno mosso i primi passi, io volevo essere solo un chitarrista, non avevo voglia di sbattermi anche con la voce. Provenendo da un’esperienza musicale con un altro gruppo, che mi aveva un po’ lasciato l’amaro in bocca per com’era finito. Ho deciso che non volevo cantare, volevo solo suonare. Allora mi ero tirato dietro in questo gruppo che ci aveva contattato, e che sarebbe diventato quello dei Marlene Kuntz, un cantante. Insieme a lui c’eravamo inventati questo nome. Un giorno mi disse: «Mi piacerebbe che nel nostro nome ci fosse la parola “Marlene”, mi piace la Dietrich. Mi piace evocare con l’immaginario.» E io il giorno dopo rintuzzai la cosa con un colpo di coda un po’ ironico e un po’ caciarone: la parola “Kuntz” la presi dal titolo di un gruppo americano che si chiamava Butthole Surfers. Si tratta di un gruppo di simpaticoni a cavallo tra il noise e la goliardia.

Credo che esistano ancora. Ed erano anche un gruppo figo, mi piacevano e mi piacciono tuttora. Loro lo pronunciavano “kanz”, che è il plurale di una parola estremamente volgare (la traduzione letterale è “figa”) ed è un modo molto volgare per offendere qualcuno. Quindi “Marlene Kuntz”, detto “Marlene Canz” e non “Marlene Cunz”, significa “fighe di Marlene”. Capisci bene che a 40 anni io non chiamerei il mio gruppo così, però… il gioco di parole consisteva nel fatto che in realtà, scritto così, sembra nome e cognome di un fantomatico personaggio tedesco, di per sé evocativo. Poi ci riconduceva veramente ad un immaginario teutonico che c’attraeva molto: all’epoca eravamo fans di gruppi come Einstürzende Neubauten un gruppo di sperimentatori noise tedeschi super-rispettati, tuttora rispettabilissimi, tuttora in attività.

Quindi c’era questo gioco di parole, che evocava la germanicità nascondendo, al di sotto, un gioco di parole che riconduceva ad una deriva volgare anglosassone.

E il contributo con Paolo Conte?

Il contributo con Paolo Conte vola alto rispetto a questa volgarità. (ride) È segno dei nostri 40 anni, vivaddio, fortunatamente. Paolo Conte lo avvicinai già in altre due occasioni, è un musicista che apprezza, rispetta e stima il percorso dei Marlene Kuntz, e apprezza molto il gruppo in sé. Siamo co-regionali e siamo confinanti (noi siamo di Cuneo, lui di Asti), e poi per parte di madre io arrivo dalla terra di confine tra le due province, quindi in realtà è un mondo che conosco abbastanza bene. Un giorno siamo andati a chiedergli una collaborazione, poco prima dell’uscita del disco, tutto qua. Lui, proprio grazie a questa stima nei nostro riguardi, ha accettato e ci ha regalato la nostra bella emozione.

Eravamo onorati di questo, la gente non si rende conto che Paolo Conte è un personaggio venerato in tutto il mondo. Gli italiani… “nemo profeta in patria”, no?

Però Tom Waits scodinzola quando Paolo Conte va a suonare a New York. Un sacco di gente non si è resa conto del tipo di prestigio che noi siamo riusciti ad ottenere suonando con Paolo Conte.

In giro per i teatri italiani, con la formazione standard dei Marlene Kuntz, con una piccola eccezione: Luca Saporiti dei La Cruz al posto di Gianni Maroccolo. Una scelta tecnica, una scelta voluta?

Intanto una necessità, perché Maroccolo non poteva più seguirci in tour: ha altri impegni che non gli permettono di liberarsi per un tour intero, ovvero un anno di fila, dedicato a noi. Se no, artisticamente Gianni l’avrebbe fatto eccome! Perché è dentro la storia nostra, in maniera totale. Ha prodotto il nostro disco, ecc. Quindi con una certa calma, frammista ad una certa apprensione, a tempo debito ci siamo messi alla ricerca del bassista. Luca è arrivato per primo, abbiamo fatto solo un’audizione prima di lui, con una ragazza molto volenterosa e magnifica ma priva dell’esperienza necessaria. Poi è arrivato Luca ed è stato davvero un colpo di fortuna, perché Luca è un tipo in gamba ed ha un’attitudine musicale molto vicina alla nostra. Con lui si può condividere un percorso che si spera il più lungo possibile, e da lui sentiamo voglia, dedizione e probabile lealtà… questo è importante.

I Marlene Kuntz sono riusciti, in questi ultimi anni, a raccontare (più di ogni altra realtà italiana) esigenze, paure, bisogni delle nuove generazioni. Ci sono riusciti grazie a cosa? Al fatto, forse, di essere loro così vicini ad un pubblico giovane?

Non lo so, bisognerebbe chiedere agli Afterhours se sono convinti che tu hai ragione si questa cosa qua, che noi siamo quelli che sono riusciti più di tutti. Alcuni gruppi sono riusciti a fare delle cose importanti per la musica rock italiana. Da parte nostra, posso dire che sicuramente abbiamo trovato una chiave comunicativa preziosa, e credo che sia il tesoro di ogni artista. Gli artisti desiderano comunicare, sennò potrebbero scrivere le loro cose e chiuderle in centinaia di migliaia di cassetti… e morta lì. Se però decidono di darle in pasto alla gente, è perché desiderano condividere emozioni. Noi siamo riusciti a condividere emozioni con un sacco di persone, nel corso di questi anni. Qualcuno ci abbandona, qualcuno ci critica. Qualcuno arriva di nuovo, disco dopo disco. Dopo sette dischi siamo qua, e quindi siamo un gran gruppo, ed uno dei segreti dei grandi gruppi è proprio riuscire a comunicare.

Non so cosa io sono riuscito a fare per comunicare, con i miei testi, però è andata come cosa: l’ho fatto. La gente, probabilmente, sente assenza di bluff e genuinità. Sicuramente sente anche un approccio un po’ così, complesso. C’è chi lo etichetta come intellettuale, ma io non faccio nulla per manifestare niente di intellettuale, perché in realtà non me ne frega un benemerito nulla di ostentare ciò. Però mi interessa non essere banale, con le parole, e siccome la letteratura mi piace, quando leggo immagazzino parole.  Spesso utilizzo termini che “sanno” di intellettuale, ma sono semplicemente termini non consueti per un linguaggio “di base” del rock. E fortunatamente nel non-bluff ci sta anche questo, che si scopre che queste parole comunicano, non sono messe lì per una pura e sciocca esigenza di vanità. Sono messe lì per comunicare, e lo dimostrano tutte le persone che poi ci seguono.

Ringraziamo Cristiano Godano per la disponibilità. Un in bocca al lupo per il prossimo avvenire.

Grazie, grazie a tutti gli ascoltatori!

Ciao ciao!

Un comment a “Intervista a Cristiano Godano di Marlene Kuntz: “il nome della Band, forse un peccato di gioventù””
  1. A parte le canzoni dei
    A parte le canzoni dei Marlene, un’intervista simile è un’opera d’arte già di suo, come ogni risposta di Godano. In Italia risposte cos’ articolate da parte di artisti intervistati si possono contare sulla punta delle dita

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