C’è un momento, ogni anno, in cui il tempo televisivo smette di scorrere come un fiume ordinario e diventa invece una liturgia collettiva. Accade quando le luci del Teatro Ariston si accendono e l’Italia intera riconosce il segnale: è tornato il Festival.
L’edizione 2026 dal 24 al 28 febbraio non fa eccezione, e anzi conferma con sorprendente vitalità la capacità della manifestazione di reinventarsi pur restando fedele alla propria grammatica narrativa, fatta di canzoni, attese, polemiche misurate e improvvise epifanie emotive.

Fin dalla serata inaugurale, la direzione artistica e la conduzione di Carlo Conti rivelano una regia consapevole del peso simbolico dell’evento. Il suo stile, sobrio ma ritmicamente preciso, restituisce centralità alla musica senza rinunciare alla spettacolarità. Accanto a lui brilla la presenza di Laura Pausini, presenza scenica capace di coniugare eleganza internazionale e spontaneità domestica. Non è soltanto una co-conduttrice: diventa una figura di raccordo emotivo tra palco e pubblico, quasi un’ambasciatrice sentimentale della canzone italiana.
Il Festival, come ogni organismo vivo, respira di memoria. Il tributo iniziale alla voce storica di Pippo Baudo agisce come una chiave di volta narrativa: in quell’istante la platea non applaude soltanto un nome, ma un’intera epoca televisiva. È la dimostrazione di come questa manifestazione non sia semplice intrattenimento, bensì archivio sentimentale condiviso.
Le trenta canzoni in gara costruiscono un mosaico sonoro che riflette le molte anime della contemporaneità musicale italiana. Ballate intimiste convivono con produzioni elettroniche, melodie orchestrali dialogano con ritmi urbani, mentre i testi oscillano tra confessione autobiografica e osservazione sociale. Tra i brani più rappresentativi emergono il lirismo pop di Arisa con Magica favola, la classicità melodica di Francesco Renga con Il meglio di me, la tensione urban di Luchè con Labirinto, la scrittura intensa di Nayt con Prima che, il ritorno scenico di Patty Pravo con Opera e l’incontro generazionale tra Fedez e Marco Masini in Male necessario. La competizione, affidata a un sistema di votazioni stratificato tra giurie tecniche e pubblico, alimenta un clima di suspense controllata che tiene incollati gli spettatori notte dopo notte. La classifica provvisoria diventa così materia di discussione nazionale, quasi un referendum popolare travestito da spettacolo.
Eppure Sanremo non vive soltanto nelle canzoni. Vive nelle pause, nei dettagli, negli imprevisti. Un errore grafico apparso fugacemente sullo schermo durante una diretta diventa in pochi minuti fenomeno virale, dimostrando come l’ecosistema mediatico contemporaneo trasformi qualsiasi minima incrinatura in evento parallelo. In passato un refuso sarebbe stato dimenticato; oggi diventa racconto, meme, materia di conversazione collettiva. Il Festival si conferma dunque non solo programma televisivo ma generatore di narrazioni spontanee.
Sul piano estetico l’edizione 2026 appare particolarmente curata. La scenografia adotta linee luminose stratificate che ricordano architetture teatrali futuriste, mentre il disegno luci scolpisce gli artisti con una precisione quasi cinematografica. Gli abiti di scena contribuiscono alla costruzione iconografica dello spettacolo: ogni ingresso sul palco è concepito come una dichiarazione visiva, una mini-narrazione affidata a tessuti, tagli e riflessi. La moda, da semplice contorno, diventa linguaggio parallelo della musica.
Tra gli ospiti, l’apparizione di Tiziano Ferro suscita un entusiasmo che travalica la dimensione nostalgica. Il suo ritorno non è soltanto celebrativo: rappresenta la continuità generazionale della canzone italiana, la prova che un artista può attraversare decenni senza perdere rilevanza emotiva. Analogamente, l’arrivo a sorpresa di Fiorello imprime alla serata un’accelerazione imprevedibile, confermando quanto la spontaneità resti uno degli ingredienti più preziosi dello spettacolo dal vivo.
La città di Sanremo, intanto, vive il Festival come un secondo battito cardiaco. Le strade attorno al teatro diventano un corridoio di lingue, accenti, telecamere e curiosità. Non è solo turismo: è partecipazione rituale. Ogni bar si trasforma in redazione improvvisata, ogni hotel in quartier generale discografico, ogni taxi in tribuna critica. L’intero tessuto urbano si sincronizza con la scaletta serale, come se l’orologio cittadino fosse regolato sulle prove audio.
Dal punto di vista industriale, la macchina organizzativa di RAI conferma la propria potenza logistica. Decine di troupe, regie mobili, tecnici del suono e autori lavorano in una coreografia invisibile che rende possibile l’illusione della leggerezza televisiva. Dietro la fluidità dello spettacolo si cela una precisione quasi ingegneristica, segno di un sapere accumulato in oltre settant’anni di storia.
Il Festival è anche specchio sociologico. Le reazioni sui social network mostrano un Paese capace di discutere di musica con la stessa passione con cui discute di politica o sport. Ogni esibizione genera micro dibattiti, analisi vocali, interpretazioni testuali e giudizi estetici. In questo senso Sanremo continua a svolgere una funzione culturale rara: creare uno spazio condiviso di attenzione simultanea.
Non manca, come tradizione vuole, la dimensione polemica. Alcuni brani dividono la critica, altri sorprendono, altri ancora crescono con gli ascolti successivi. Ma proprio questa oscillazione di giudizi costituisce la linfa del Festival. Se tutti fossero d’accordo, l’evento perderebbe vitalità. La discordia, purché elegante, è parte integrante della sua drammaturgia.
Un aspetto particolarmente evidente nell’edizione 2026 è il dialogo tra generazioni artistiche. Giovani interpreti condividono il palco con veterani della discografia, creando duetti simbolici tra passato e futuro. Questo incontro appare naturale, quasi inevitabile: la canzone italiana, come ogni tradizione viva, cresce per stratificazione.
Si potrebbe definire Sanremo una forma di teatro popolare contemporaneo. Ha protagonisti, comprimari, colpi di scena, atti e finali. Ma soprattutto ha un pubblico che non resta spettatore passivo ma commenta, giudica e partecipa. È forse questo il segreto più profondo della sua longevità. Non si limita a essere guardato: chiede di essere vissuto.
L’edizione 2026 conferma dunque la natura duplice del Festival, competizione musicale e racconto identitario insieme. In un’epoca dominata dalla fruizione individuale e frammentata dei contenuti, la kermesse riesce ancora a creare un’esperienza collettiva simultanea. Per alcune sere milioni di persone ascoltano le stesse note nello stesso momento. È un fenomeno raro e proprio per questo prezioso.
Alla fine, quando l’ultima nota svanisce e le luci dell’Ariston si abbassano, resta una sensazione precisa: Sanremo non è soltanto uno spettacolo che accade. È uno specchio in cui il Paese continua a riconoscersi, anno dopo anno, strofa dopo strofa.