Alex Britti arriva con la calma di chi non deve dimostrare nulla, ma ogni volta che decide di parlare attraverso la musica lo fa con un’intenzione precisa. I suoi dischi non seguono il ritmo frenetico dell’industria: arrivano quando sente davvero di avere qualcosa da dire, e per questo suonano autentici, riconoscibili, profondamente suoi.

Oggi è considerato un musicista di respiro internazionale, apprezzato per lo stile personale e la capacità di muoversi con naturalezza tra tecnica e sentimento.

Il suo nuovo lavoro, Punto 23, conferma questa rotta. Un album costruito insieme ad artisti straordinari come Darryl Jones, Paco Sery, Bob Franceschini, l’arpista Cecilia Chailly e il violinista e arrangiatore Davide Rossi, nomi che raccontano da soli l’ambizione sonora del progetto. Un disco che mette al centro la persona, l’artista, il suo percorso e la sua esigenza di esplorare, cambiare, evolversi.

Lo incontriamo per capire cosa si nasconda dietro questo nuovo capitolo: le scelte artistiche, le collaborazioni, il rapporto con la sua storia personale e con la musica di oggi.

Al microfono di Patrizio Longo, con piacere, diamo il benvenuto ad Alex Britti.

Grazie, eccomi qua!

Una licenza poetica, con Punto 23. Un lavoro che incentra l’attenzione sulla persona e non sull’altro?

Sì, sulla persona. Sul musicista, e soprattutto sull’artista.

Quindi è un album autobiografico?

Senz’altro, perché è il mio modo di scrivere. Io racconto, quindi per me le parole che scrivo sono l’equivalente del diario segreto di qualcuno. Che nel mio caso non è segreto, perché diventa pubblico. È un modo per sfogarsi, come se raccontassi le cose ad un amico immaginario.

È più autobiografico dei precedenti perché penso che ormai, dopo anni di questo mestiere, ho imparato a mettere sempre più a fuoco le cose che ho intenzione di scrivere. Le parole focalizzano meglio i concetti. Per quanto riguarda la musica.

A proposito di musica, sembra che in questo disco sia stata perfezionata ulteriormente la qualità del suono e della registrazione?

Sì, ho lavorato tanto su questo. Ho spento il computer. Finora avevo prodotto da solo i miei dischi, suonando tutti gli strumenti e programmando il computer. Stavolta, invece, l’era del computer come strumento per fare musica è finita.

Negli anni ’90 ascoltavo solo Massive Attack, Prodigy, Eels tutte sonorità da computer. Adesso bisogna andare avanti, ci si deve evolvere, trasformare.

Adesso uso strumenti veri e musicisti ma, dopo dieci anni di lavoro al computer, continui ancora a “pensare da computer”. Quindi a pretendere e ad esigere certe cose, sia da me stesso con la chitarra che dagli altri musicisti.

Una mente da computer, abituata ad essere soddisfatta dal lavoro del computer. Mi ritrovo ad essere molto più esigente, più tecnico.

Però, al contempo, lavorando con delle persone cerchi umanità, e quindi delle sonorità più umane, più sincere.

Numerose collaborazioni con grandi della musica internazionale, per questo Punto 23. Come le hai scelte?

Ho scelto musicisti che mi piacciono. Semplicemente. Li ho contattati, anche se sono musicisti che di solito non fanno il pop. Gli è piaciuto quello che faccio e son venuti a suonare.

Il batterista dall’Africa, Paco Sery, il bassista degli Stati Uniti, Darryl Jones, e poi c’è un sassofonista americano, Bob Franceschini.

Oltre ad un’italianissima Cecilia Chailly, che suona l’arpa in Punto 23, proprio il pezzo che da il titolo all’album.

Provieni da una famiglia che non ha riferimenti con lo spettacolo. Quanto è stato difficile affermarsi, far capire la tua strada?

Intervista ad Alex Britti

Non troppo, i miei sono sempre stati contenti di questo mio “gioco”. Parlo di “gioco” perché ho iniziato quand’ero molto molto piccolo. All’inizio la cosa li divertiva molto, e quindi mi lasciavano fare tranquillamente.

Non hanno mai “opposto resistenza”, non mi hanno mai impedito di fare quello che mi piaceva. Una volta cresciuto un po’, magari, rompevano le scatole quando iniziavo a cambiare tipo di musica, a suonare nei locali, e a tornare tardi.

Lì li ho trovati abbastanza contro e ho risolto… andandomene, andando a vivere da solo.

Spesso nelle tue canzoni si parla di amore, ma soprattutto di complicità?

È la complicità che tiene insieme due persone. Senza di essa può anche esserci affetto, ma poi la storia finisce. Le storie iniziano, ma dopo i primi mesi… cinque, tre, sei, otto… ma anche dopo un anno di passione, di sesso, di attese di un messaggio o di una telefonata di una persona che ti manca, solo allora diventa una storia vera… “se” diventa una storia vera.

E allora a quel punto serve la complicità, che è ciò che dura oltre quella passione esplosiva iniziale.

Al microfono di Patrizio Longo con Alex Britti, per raccontare di Punto 23, un lavoro senza canzoni riempitive, ma solo protagoniste?

Sì è quello che mi auguro. Ti ringrazio per averlo detto. Quando scrivo canzoni non penso ai singoli, penso – come ti dicevo – al mio diario. Devo suonare qualcosa che mi stimola. Una volta finito, magari ci pensano più i discografici a dire: «Questa va in radio, questa no.»

Parlando del talent show X-Factor, ritieni sia un buon modo per proporre la musica in Italia?

Sì, l’importante è proporre musica. La musica, buona o cattiva, non la fa una trasmissione: la fanno gli artisti. La trasmissione ti da la possibilità di andare in televisione, e quindi lunga vita a X-Factor.

Ci salutiamo con una canzone. Quale ci proponi?

Buona fortuna e canto l’assolo. (canticchia un motivo). È un omaggio a George Benson, una citazione. Buona fortuna è una canzone serena. Una canzone adulta, credo, e mi piace. Mi fa stare bene, mi piace suonarla e ascoltarla.

Allora, “buona fortuna”!

Esatto, è anche di buon auspicio! Buona fortuna a tutti!

Grazie di tutto. Ciao Alex!

Grazie a te e a tutti quelli che ci ascoltano!

Ascolta intervista ad Alex Britti.

Foto: Ufficio Stampa Universal

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