C’è una musica che sa raccontare la vita con ironia, delicatezza e uno sguardo capace di andare oltre le apparenze. È quella di Paolo Jannacci, artista che ha saputo raccogliere una grande eredità musicale, quella di papà Enzo, trasformandola in un percorso personale, autentico e riconoscibile.

Con Scimmie ovunque, il suo nuovo album con undici inediti, torna a raccontare le fragilità, le contraddizioni e le inquietudini del nostro tempo, alternando leggerezza, poesia e impegno sociale.

Paolo Jannacci copertina Scimmie Ovunque

Un disco che affronta temi importanti come il femminicidio, le morti sul lavoro e il politicamente corretto, senza rinunciare all’ironia e alle storie di sentimenti.

Sei anni di lavoro per ritrovare le storie giuste da raccontare e trasformarle in musica.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Paolo Jannacci per una conversazione di attualità, memoria, ironia e poesia e per scoprire cosa si nasconde dietro le sue Scimmie ovunque e quanto, ancora oggi, le canzoni possano aiutarci a guardare il mondo con occhi diversi.

Ascolta intervista audio a Paolo Jannacci

Sinossi intervista a Paolo Jannacci

Ci sono canzoni che fanno sorridere, altre che invitano a riflettere. E poi ci sono quelle che riescono a fare entrambe le cose, portandoci a guardare dentro le nostre fragilità, senza nascondere le contraddizioni del mondo che abitiamo.

È da questa prospettiva che prende forma l’incontro con Paolo Jannacci, protagonista di una chiacchierata dedicata a Scimmie ovunque, il suo nuovo album di inediti.

Undici brani che attraversano la contemporaneità con uno sguardo curioso, ironico e talvolta disincantato. Un lavoro nel quale la leggerezza non rappresenta una fuga dalla realtà, ma diventa uno strumento per affrontarla, anche quando le parole si confrontano con le sue manifestazioni più dolorose.

Le scimmie del titolo sono molto più di un’immagine suggestiva. Rappresentano le inquietudini, gli egoismi e le zone meno illuminate dell’animo umano. Sono quelle pulsioni che, quando smettono di confrontarsi con la bellezza, la cultura e la sensibilità, rischiano di trasformarsi in qualcosa di pericoloso.

Paolo Jannacci ne parla senza costruire risposte rassicuranti, interrogandosi sulla crescente difficoltà di riconoscersi negli altri e su una società nella quale sembra prendere sempre più spazio la logica del tutti contro tutti.

Paolo Jannacci in concerto all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma con lo spettacolo “JANNACCI ARRENDITI! LA CITTÀ ASCOLTA”. - Foto: Galbiati

Il suo racconto si muove tra musica e attualità, affrontando questioni che attraversano quotidianamente la cronaca. Il femminicidio, le morti sul lavoro, la violenza gratuita e il politicamente corretto diventano materia di scrittura, osservazione e provocazione.

Con La faccenda dell’ammazzo, l’ironia si confronta con la brutalità dei comportamenti umani. In Politically topless, realizzata con Elio, l’attenzione si sposta invece sull’autocensura e sulla paura di esprimere liberamente il proprio pensiero, in un tempo nel quale la possibilità tecnologica di comunicare sembra convivere con una crescente prudenza nel prendere posizione.

È una riflessione che riguarda non soltanto gli artisti, ma chiunque si trovi a misurare le proprie parole con il timore del giudizio altrui.

C’è poi il valore della musica, chiamata a mantenere la propria capacità di emozionare e scuotere le coscienze in un panorama sempre più affollato di suoni, stimoli e contenuti. Jannacci invita a riscoprire anche il significato del silenzio, delle pause e di quei momenti di sospensione che permettono al pensiero di respirare.

Paolo Jannacci in concerto all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma con lo spettacolo “JANNACCI ARRENDITI! LA CITTÀ ASCOLTA”.

Perché non tutto deve essere riempito. A volte è proprio nell’incertezza, nell’errore e nel vuoto apparente che nasce una possibilità di comprensione.

Nel corso dell’intervista emerge anche il ritratto di un artista dalle molte anime: pianista, compositore, arrangiatore e cantautore. Al pianoforte, mi racconta, il suo mondo creativo che trova origine negli affetti, nella famiglia, negli incontri e nelle suggestioni che trasformano la vita quotidiana in materia musicale.

Un percorso nel quale la tradizione non diventa mai un confine, ma un patrimonio da attraversare con sensibilità e libertà.

È in questo spazio che si inserisce il ricordo di Enzo Jannacci. Un’eredità importante, certamente, ma soprattutto un rapporto umano e artistico che continua a vivere attraverso le canzoni, le immagini e i piccoli frammenti di quotidianità.

Con Due gelati, Paolo restituisce nuova luce a una composizione del padre rimasta meno conosciuta, scegliendo di reinterpretarla senza tradirne lo spirito. Un gesto che diventa anche un modo per recuperare una canzone alla quale Enzo era particolarmente legato.

Ma è soprattutto con Enzo, l’incrocio e tutto il resto che la memoria assume una dimensione profondamente personale.

Un luogo della Milano vissuta insieme ai genitori, un incrocio che diventa fotografia della vita familiare, custode di incontri, ritorni, amicizie, studi di registrazione, musica e momenti che hanno segnato un’intera esistenza.

Il ricordo del padre affiora anche lontano dai riflettori, attraverso episodi che restituiscono un Enzo Jannacci sorprendente e autentico. Come quella volta in cui, dopo un acceso litigio familiare, riuscì a ritrovare la concentrazione necessaria per interpretare una canzone, trasformando una situazione difficile in un momento di straordinaria lucidità artistica.

Un aneddoto che racconta molto più di un talento: rivela un modo di attraversare le difficoltà, ribaltandole con l’ironia e quella capacità di osservare la vita da una prospettiva inattesa.

Ci sono poi le conversazioni all’autolavaggio, quei momenti apparentemente ordinari nei quali padre e figlio riuscivano a raccontarsi, condividendo pensieri, esperienze e piccoli frammenti delle rispettive vite. Sono ricordi che oggi assumono un valore speciale, proprio perché appartengono a una dimensione privata, lontana dalla notorietà e dal palcoscenico.

Nel finale rivolgo a Paolo Jannacci una domanda intima: quale musica sceglieresti oggi di suonare ancora una volta accanto a tuo padre, senza pubblico e senza microfoni?

La risposta non cerca effetti particolari. Lascia spazio alla musica, al suo fluire naturale, a quel dialogo senza parole che i due avevano imparato a condividere.

È forse qui che l’intervista trova il suo momento più intenso: nella consapevolezza che alcune presenze continuano ad abitare la nostra vita attraverso ciò che ci hanno trasmesso.

Tra ironia e malinconia, libertà espressiva e memoria, Scimmie ovunque diventa così il punto di partenza per raccontare un artista che non rinuncia a interrogare il presente, ma che trova proprio negli affetti e nella musica le coordinate del proprio percorso.

Una conversazione che attraversa il mondo di Paolo Jannacci senza fermarsi alla presentazione di un disco. Perché dietro le canzoni ci sono le persone, dietro le parole ci sono le esperienze e, dietro ogni ricordo, c’è una storia che merita ancora di essere ascoltata.

Paolo Jannacci ci accompagna in questo viaggio tra musica, società, ironia e sentimenti. Un incontro nel quale il racconto artistico lascia spazio, con naturalezza, a quello più personale.

E dove, alla fine, anche il silenzio può diventare musica.

Foto: Ufficio Stampa

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