C’è un animale dal collo lungo che si muove tra le note del pentagramma, silenzioso e maestoso: è Giraffe, l’album d’esordio dell’omonimo quintetto fondato ad Amsterdam dal trombonista e compositore Matteo Paggi.

Artista visionario e tra i nuovi protagonisti del jazz italiano, Paggi fonde tradizione, improvvisazione e sperimentazione in un viaggio sonoro che sorprende e commuove.

Il suo stile lo scrive tra Italia, Stati Uniti e Olanda, con una carriera già costellata di premi e collaborazioni eccellenti, (Enrico Rava, Joe Lovano, Yamandu Costa), Matteo ha fatto del trombone una voce personale, capace di raccontare paesaggi interiori e storie collettive.

Intervista a Matteo Paggi per Giraffe - Foto: Valentina Cipriani
Matteo Paggi – Foto: Valentina Cipriani

Giraffe è un disco che costruisce e decostruisce, allo stesso tempo, un’opera che abbraccia jazz, rock, pop e ambient con rara sensibilità compositiva. Dai ricordi dell’infanzia di Ham and Sun ai silenzi evocativi di Once I Got a Llama, passando per i paesaggi industriali di Cantiere e il ricordo sommesso di Gero che tratta del rapimento di Aldo Moro.

Ogni brano si fa esperienza sensoriale, invito all’ascolto attivo, riflessione sul tempo e sulla memoria. Paggi non cerca il virtuosismo, ma l’empatia; non l’effetto, ma il significato.

L’Autore ci porta verso un mondo sospeso, dove l’immaginazione è materia sonora e l’ascoltatore è parte viva del racconto.


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