Nel 1997 ero lì, seduto davanti al microfono degli studi di Radio Rama Network, con le cuffie alle orecchie e il cuore che batteva un po’ più forte della sigla in sottofondo.

Ogni volta che accendevo la spia rossa sentivo di non essere solo: dall’altra parte c’eravate voi, invisibili ma vicinissimi, come se la distanza fosse solo un’illusione.
Ricordo ancora il suono del fax che iniziava a vibrare all’improvviso. Quel ronzio era musica pura, perché significava che qualcuno aveva sentito il bisogno di scrivermi. Fogli che uscivano piano, con parole tremanti, con dediche piene d’amore, con pensieri che magari non avevate mai detto a nessuno. E poi le lettere, buste colorate, francobolli storti, profumo di casa. Le aprivo con cura, quasi con rispetto, come se stessi toccando un pezzetto della vostra anima.
Quando leggevo i messaggi in diretta sentivo le vostre emozioni passarmi attraverso la voce. Non era solo radio: era un filo invisibile che ci univa tutti nello stesso istante. Io parlavo, ma in realtà eravamo noi a parlare insieme. E in quegli attimi capivo che una canzone poteva diventare un abbraccio, che una dedica poteva accendere una luce nella stanza di qualcuno.
Quando la trasmissione finiva e il silenzio tornava nello studio, restavo qualche secondo fermo, con le cuffie ancora addosso. Sorridendo. Perché sapevo che c’eravate stati davvero. Tutti. Insieme a me.