Intervista a Michele Dalai

Dove nasce l’idea di raccontare la vita dei club lontana dai luoghi comuni?

Nasce dall’esperienza. Sono cresciuto con il punk ma ho sempre cercato di mantenere un approccio laico nei confronti di tutti gli altri generi musicali. Sono arrivato all’house relativamente tardi, quando già da anni inconsapevolmente ne fruivo almeno due sere a settimana. A quel punto, senza pregiudizi, ho girato in lungo e in largo i club italiani al seguito di dj straordinari, e ci ho trovato del buono, molto, al di là della lugubre fotografia che si tende a dare della scena. I club, quelli in cui si va a ballare e non a replicare lo struscio paesano del fine settimana, sono meravigliosi osservatori sui comportamenti giovanili e grandi cantieri di innovazione musicale. Per questo non parlarne o lasciare che a farlo sia la cronaca nera è un delitto

Perché un “libro-musicale” e non solo un libro o cd?

Volevo che parole e suoni si incrociassero anche sulla carta, che esistesse una traccia concreta della struttura narrativa, qualcosa che spiegasse a chi vive il sacro terrore del prodotto libro che si sopravvive anche alla lettura. Anzi, che a volte è proprio di lettura che si vive, è di lì che nascono suoni e idee

Che ruolo ha svolto Dj Shorty in questa realizzazione?

Un ruolo fondamentale. Sho è un musicista meraviglioso e dico musicista non a caso. Ha avuto il coraggio di cimentarsi con un’operazione strana, nuova. Lo ha fatto con l’entusiasmo del neofita e il talento raro che madre natura gli ha concesso. Se poi si ha la curiosità di gettare uno sguardo alla sua carta d’identità, io dico che Shorty è uno dei dj destinati a far ballare una nazione intera nel prossimo decennio

La riflessione è rivolta in particolare ai club dove si propone musica House?

E’ così, anche se non ho nessuna forma di razzismo nei confronti della techno e dei suoi templi, né nessun imbarazzo verso i fratelli più nobili (l’elettronica e le sue derivazioni). E’ solo una questione di consuetudine e pelle, sono stato molto più spesso in club in cui è l’house a fare da colonna sonora, li conosco meglio e ho scelto di scrivere la storia di una serata lì dentro

Hai selezionato nel tuo lavoro conduttori di Radio Deejay. Una scelta così ristretta non credi possa compromettere la tua riflessione?

Ancora una volta si è trattato di caso e opportunità. Ho avuto la fortuna di lavorare per quella radio, di andare in onda e respirarne il clima unico. Le voci sono voci note, vero, ma sono soprattutto voci di amici che si sono messi in gioco e hanno aderito a un progetto. Un bel regalo e un segno di stima, per me, altro che compromettente…

Potremmo considerare il libro-musica un incrocio tra le diverse atmosfere notturne?

Sì. Attraverso lo sguardo vergine degli oggetti ho cercato di legare tutte le diverse anime di una stessa serata, nello stesso locale.

Il titolo Opera 1.7 è anche un gioco di parole visto che le tracce sono 17?


Lo è. Non sono particolarmente scaramantico ma rispetto chi lo è. Insomma, non mi infastidiscono i poveri gatti neri, ma nemmeno li colleziono.

Inaugurazione di una nuova sezione per Minus Habens labe da sempre eclettica ne riporre sul mercato la propria distribuzione. Una scelta casuale quella di pubblicare il tuo lavoro su Nose Less?

Una scelta meditata di Ivan Iusco cui ho aderito con gioia. Minus Habens ha sentito il bisogno e l’urgenza di sconfinare nell’house e io sono stato ben felice di fare da apripista

Hai un sito web?

Blueneon.splinder.com. Lo curo poco ma ci sono alcune delle cose migliori che ho scritto in giro, dalla rubrica su Repubblica ai testi per la trasmissione radiofonica.

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