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Intervista a Paolo Rossi di May Gray: "Londra"

Intervista a Paolo Rossi di May Gray: "Londra"

Melodie pop, ritornelli orecchiabili con uno sguardo di ammirazione rivolto ai Foo Fighters. Queste le basi che hanno dato vita al progetto May Gray capitanato da Paolo Rossi - voce e basso, Alberto Lepri - chitarra e cori, Mattia Giacobazzi – batteria. Una sana manciata di rock e tanta contaminazione non ultima quella che ricade nel voler scrivere testi in italiano.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo la Band per accontentare di questo viaggio Londra (2015 – Irma records). Bentrovato Paolo, questo lavoro segna il momento della svolta?

Ciao a tutti e grazie per questo spazio. Mah, di fatto é il nostro primo disco e devo dire un ottimo inizio. Stiamo avendo il grandissimo piacere di lavorare con persone che operano nel settore da anni come il produttore Marco Bertoni e Umberto e Massimo della storica IRMA Records di Bologna per arrivare ad Antonia di Sbam. Abbiamo ancora tantissimo da fare; Londra non é altro che il nostro biglietto da visita.

La scelta di mettere in copertina una valigia non è stata casuale?

Ovviamente no. Abbiamo scelto l'immagine della valigia perché viene citata proprio nel brano Londra, che dà il titolo all'album. Abbiamo deciso di lasciarla così pulita e semplice perché ha qualcosa di evocativo, é un oggetto che é nato per muoversi e spostarsi, ma é lì che fluttua in un vuoto astratto, statico... e poi anche per ragioni pratiche, perché purtroppo con la diffusione della musica online la parte grafica dei dischi é sempre più sacrificata, e volevamo qualcosa che fosse riconoscibile anche se visualizzata in una dimensione poco più grande di un francobollo. Però ti svelo un segreto: nella versione fisica del CD, sul retro, la valigia é aperta e piena di oggetti che ora non dirò quali sono.

Abbandonare il tutto è andare via credi che sia sempre positivo?

Spesso é sinonimo di insicurezza, di poca responsabilità e codardia, ma a volte é anche un qualcosa che ci si sente dentro e che può arrivare ad essere indispensabile. Con "Londra" abbiamo affrontato varie sfaccettature del viaggio, opposti stati d'animo legati sia al ritorno che alla fuga; tornando alla tua domanda, ti potrei rispondere che abbandonare tutto e andare via al giorno d'oggi sia la soluzione più semplice. I ragazzi hanno paura di mettersi in gioco, di lottare contro uno stato e una società che ahimè li ostacola più che facilitarli, si sentono persi e senza certezze, ma la buona volontà e il sacrificio spesso ripagano ed é proprio questo che un pezzo come "Londra" esorta a fare.

Ancora, parlando del viaggio lo intendi anche come un andare senza metà precisa?

Si, esatto, come detto prima, ogni tanto é bello anche prendere e andarsene in giro per i fatti propri, staccare da tutto e da tutti e starsene un po' da soli. 1000 miglia é il pezzo che racchiude questa parte del viaggio; prendere le distanze per cercarsi un proprio microcosmo.

Quali sono stati gli ascolti che hanno preceduto questo CD?

Le nostre influenze si rifanno molto a un rock di stampo anni '90 con i Foo Fighters in primo posto e alla base le melodie pop dei Beatles. Ci piacciono molto anche gruppi nostrani come i Ministri e i FASK. Si, diciamo che il rock ci mette sempre tutti d'accordo.

Perché avete scelto May Gray come nome della band?

Tutto é nato da una mia esperienza passata in California in cui ho vissuto per svariati mesi. May Gray non é altro che un'espressione che indica la stranezza metereologica di un Maggio particolarmente annuvolato e non dominato dal tipico sole californiano presente per quasi tutto l'anno. Qualche anno dopo, proprio nel mese di Maggio 2012, Modena é stata colpita dalla catastrofe del terremoto; ho associato quest'immagine per scrivere il primo pezzo e così abbiamo deciso di tenerlo anche come nome della band.

Come mai avete optato per l'italiano?

Ti dirò, non é stata per niente una scelta facile. I primi pezzi sono nati in inglese e il passaggio all'italiano é stato un duro lavoro, sia per trovare argomenti di cui parlare sia per il modo in cui comunicarli, cosa che avrebbe poi inciso fortemente sul nostro stile.
Questo spiega l'attesa di "Londra"; abbiamo preferito attendere prima di buttar fuori un qualcosa che non ci appartenesse.
L'italiano da un certo punto di vista facilita l'ascoltatore, che familiarizza e si può assecondare con le canzoni quasi dopo un primo ascolto, ma é decisamente più criticabile e può rischiare di cadere nel banale con il semplice accostamento di due parole. L'inglese dall'altro, non comporta una ricerca e una scelta così attenta dei termini, ma per essere davvero credibile occorre una pronuncia impeccabile. Beh, diciamo che ci siamo presi volentieri questo rischio!

Qual'é il vostro rapporto coi social?

Ci divertiamo, usiamo molto l'ironia e cerchiamo di essere il più aggiornati possibile su tutte le piattaforme. Purtroppo al giorno d'oggi sono fondamentali per una band sia per raggiungere il maggior numero di ascoltatori che per potersi proporre e risultare credibili agli occhi di promoter e locali. L'unico che non usiamo é Twitter perché se non hai davvero un certo numero di follower é praticamente inutile. Quindi che dire, cercateci, divulgateci e condivideteci!

Identità di Liprando: "La vita inquieta"

Un progetto sonoro che mira a cercare un canale espressivo verso una personale attitudine alle sonorità pop della band. Riferendosi a note semplici, destrutturate, istintive ed immediate nell'ascolto. Queste le note che potrebbero riassumere l'identità di Liprando che incontriamo nella voce di Francesco LOPRESTI. Bentrovato.

La vita inquieta un lavoro essenziale dove è stato fatto un vero e proprio ricamo del suono snellendolo da tutti i possibili fronzoli ritmici?

In questo disco ho voluto badare all’essenza; ho cercato cioè di non lasciarmi condizionare dalla necessità di ricorrere a particolari artifici sonori, ho evitato “farciture fuorvianti”, mirando solo all’autenticità delle mie intenzioni espressive. In altre parole, ho puntato a realizzare delle canzoni così come mi sarebbe piaciuto ascoltarle; ho introdotto pochi elementi sonori, ma rispettosi delle emozioni che intendevano evocare, sperando di essere fedele ad un linguaggio, ad una identità...spero di esserci riuscito.

Questo è in generale, il mio modo di vedere l’espressione musicale; almeno negli intenti, quanto poi io sia in grado di perseguire tali intenti, non sta a me dirlo.

La scelta del nome fa per caso riferimento ad un prete di Milano, diventato famoso la disputa con l'arcivescovo Grossolano, che, racconta la leggenda, lo portò a passare attraverso due pire infuocate per dimostrare l'accusa di simonia che aveva rivolto contro l'arcivescovo. Successivamente citato anche da Enzo Jannacci che gli ha dedicato la canzone Prete Liprando e il giudizio di Dio, su testo di Dario Fo, pubblicata nell'album Enzo Jannacci in teatro?

Si, è proprio così. La storia di questo personaggio rivoluzionario mi è parsa molto suggestiva; l’idea di questa figura spirituale, eroica ed anche un po’ folle, che sfida il fuoco senza bruciarsi mi è sembrato potesse in qualche modo rappresentare una dualità avvincente tra dimensione metafisica e terrena che, con tutte le dovute distanze, mi piace accostare alla mia idea di musica. La figura di Liprando mi suggestiona infatti proprio a partire dalle contraddizioni fondamentali che a mio parere esprime: è allo stesso tempo vincente e perdente, struggente e immobile, lucido e folle. Tutto questo credo possa aiutarmi a dire qualcosa circa il mio sguardo sul mondo, a partire dalla musica pop. Non che io creda di dire qualcosa di epocale, per carità; si tratta sempre di uno sguardo minimo e probabilmente irrilevante, ma visto che comunque esisto e che ne stiamo parlando, questo è quanto…con assoluta sincerità.

Una nota per la splendida canzone del grande Jannacci, grandissimo autore e grande uomo di spettacolo……se ne sente la mancanza di gente così.

Ascoltando le ritmiche del lavoro, scrivevamo di ritmi scarni ma allo stesso tempo ben strutturati. Come avete affrontato la ricerca del suono?

Il lavoro sul suono, come accennavamo prima, ha seguito certamente un istinto emozionale di fondo; a partire da questo, la ricerca delle sonorità e delle atmosfere è stata, poi difatti, molto profonda, almeno in termini di dedizione. Il tutto è avvenuto all’interno di momenti molto particolari; momenti di assoluta concentrazione. Si è trattato di un lavoro essenzialmente intimo; sono stato chiuso in studio ore e ore e ore (spesso notturne), scrivendo, ascoltando, registrando, riascoltando, cercando di seguire, insomma, un livello autentico di ispirazione, badando con cura di costruire un mondo coerente, pur se minimale, che esprimesse un rapporto più chiaro possibile tra i testi, le musiche e gli arrangiamenti. Ho un ricordo molto bello delle ore spese nella realizzazione di questo disco, ho imparato molto lavorandoci…sono state le ore migliori.

Si parla di sogni, ideali, progetti in una società nella maggior parte dei casi da valore al consumo e non al fare. Un invito all'ascoltare il proprio Se?

Insomma, non ho la presunzione di parlare al mondo del mondo. Il mio, come ha detto qualcuno, è un “micro-mondo”, estremamente intimo. Tuttavia, credo anche che il racconto delle vicende personali di una singola anima, in musica come, nel cinema o nella letteratura ecc, possano essere, più di quanto non si possa credere, lo specchio di molte anime. In fondo le vicende che ogni giorno ci attanagliano descrivono esperienze interiori simili, dovremmo solo insegnare alle nostre sensibilità a tirarle fuori, a riconoscerle quando le incontriamo, ad usarle insomma come chiave di rapporto con noi stessi e con gli altri. Forse , in questo senso, le mie canzoni possono dire qualcosa. Ma, tolto tutto questo, la cosa più bella delle canzoni pop è che ognuno può vederci ciò che vuole e calzarsele addosso nel modo che preferisce.

In copertina una falena stilizzata, a cosa fa riferimento?

L'utilizzo della falena stilizzata in copertina si riferisce ad alcune antiche leggende e credenze, secondo cui simboleggia un anima che non trova pace, che cerca; così come può rappresentare la trasformazione, il viaggio, lo spostamento. Mi sembrava, dunque, un simbolo particolarmente adeguato a sintetizzare il filo conduttore dell'album, che si riferisce all'inquietudine di vivere, sapendo che la vita non potrà mai essere abbastanza, mai all'altezza delle proprie pulsioni; i brani, in modi e toni diversi, tentano di descrivere la contraddizione di sentirsi fin troppo vivi dentro una realtà che non risponde al bisogno d'intensità della vita stessa. In questo senso, si parla, di volta in volta, della memoria, della perduta e ritrovata spensieratezza infantile, della illusoria ricerca d'amore, di una agognata fuga dalla realtà; temi che divengono tutti espedienti nel tentativo di eludere la comune esperienza di vita, spesso ingannevole e fuorviante.
E poi c'é anche un richiamo all'insetto nell'ambra citato nel primo singolo, " nell'ambra " appunto. Un brano che amo molto; insieme a qualche altro brano è un “figlio preferito”.

Un lavoro è stato scritto per l'occasione?

I brani hanno seguito tutti un processo creativo spontaneo, non sono legati a nessun evento formale o occasione in particolare se non a temi scaturiti da riflessioni ed esperienze personali.

Ci sono stati ascolti che hanno anticipato la stesura di queste sonorità?

Io ascolto in continuazione tantissima musica, di tantissimi generi diversi. Quindi certamente ho ascoltato ed ascoltavo tante cose nella fase di preparazione di quest’album e, probabilmente, sarò stato influenzato da alcuni di questi ascolti, così come da tutti gli ascolti che generalmente costituiscono il mio back-ground musicale. Certamente, non vi è stato un ascolto intenzionale finalizzato alla creazione dell’album.

Certo, inevitabilmente, quello che un musicista ascolta è, in qualche modo, presente nella musica che produce, però devo confessare che mi è molto difficile individuare una fonte precisa di ispirazione, poiché seguo davvero tanta musica ed ho tantissime passioni in questo senso. Se iniziassi a segnare tutti i musicisti che apprezzo e che ascolto, avremmo bisogno di una enorme quantità di pagine.

Giusto per fornire qualche riferimento, in quest’ultimissimo periodo, apprezzo molto alcuni artisti anglo-americani che alimentano questa scena neo-folk sperimentale che lavora molto anche con atmosfere elettroniche, penso a Soley, Angus Stone, Alexander Tucker, CocoRosie…ma sto ascoltando anche molto post-rock nelle sue articolazioni più disparate; per non parlare di alcune geniali atmosfere electro-soul come quelle di James Blake o anche di Chet Faker. Poi, sul versante main-stream adoro i Radiohaed, così come la meravigliosa P.J. Harvey.

Come vedi, in ogni caso, non ci si ferma più. Mi limiterò a dire che, per fortuna, c’è ancora tanta bella musica in giro.

Domanda Libera?

Mi piacerebbe parlare di un mio desiderio sulle prospettive di lavoro musicale che in quest’ultimo periodo mi prende abbastanza: sarei davvero felice di poter lavorare a qualche colonna sonora di film. É un esperienza che in passato ho già fatto e devo dire che è stato molto affascinante e coinvolgente. L’idea di lavorare al servizio di immagini, allo scopo di rinforzarne la qualità emozionale, enfatizzandone il potere evocativo e di suggestione, è una sfida che mi appassiona davvero molto, oltre che apparirmi estremamente coerente con le intenzioni e le tensioni della mia musica in genere. Tra l’altro, adoro il cinema, è una forma d’arte in grado di esprimere retoriche e linguaggi di una efficacia impareggiabile...

…insomma, staremo a vedere.

Intervista a R-Evolution Band rileggendo "The Wall"

Un compito arduo quello di Vittorio SABELLI e della sua R-Evolution Band la rilettura di The Wall, album che racchiude tutta la sofferenza e la cruda realtà del genio di Roger Waters e che sancisce un quasi-addio dai Pink Floyd.

Incontriamo Vittorio per raccontare di questo lavoro: The Dark Side Of The Wall 1979-2013. Bentrovato Vittorio. La scelta di questo album, per alcuni aspetti un lavoro di svolta della band è stata casuale o voluta?

Dopo i primi due album One Way e Versus composti da brani miei originali avevo in mente di cambiare approccio sia compositivo che dal punto di vista dell'arrangiamento, e il manomettere qualcosa di 'grande' era un'idea che avevo da molti anni ma che non avevo mai potuto mettere in pratica. Finalmente con l'assestamento della R-Evolution Band e l’apporto di diversi musicisti ospiti sono riuscito a lavorare intensamente a quello che sarebbe diventato l'alter ego e/o l'anti-tributo a The Wall.

Avete ridisegnato completamente il lavoro seguendo quale schema?

Tutti i 26 brani (originali e non) seguono l'ordine della setlist originale e sono stati dapprima destrutturati e poi ricostruiti e accomunati da un filo conduttore, senza il quale il lavoro sarebbe risultato slegato e poco accattivante per l'ascoltatore. Ogni brano è stato pensato in funzione del precedente e del successivo in maniera da rendere il progetto una sorta di suite che andrebbe ascoltata come un'unica grande traccia.

La scelta di una linea sonora minimalista e un po' cupa è stata voluta nonostante le infiltrazioni di puro hard-rock?

Non ho seguito uno schema preciso, piuttosto ho lasciato andare la mente verso mondi che si discostassero da quelli pensati da Waters 35 anni fa, e il risultato è stato un frullatore di generi apparentemente lontani tra loro. Alcuni brani riescono ad avvicinare l'ascoltatore in maniera (quasi) fedele agli originali, ma altri portano la mente a cercare melodie, armonie e timbri in luoghi completamente diversi. Le atmosfere sono cupe nell'originale, ma nel nostro ci sono diverse aperture positive (Run Like Bells, The Show Must Go Latin, Mother). Empty Space è nel mio piccolo una sorta di 4'33” di John Cage e qualche altro elemento minimalista si trova soprattutto nella seconda parte; ma questi momenti fanno da contrasto a quelli che sono i brani più 'cattivi' del disco, Another Brick In The Wall pt.2 in versione Hardcore che sfocia in un duetto tra sax e batteria e The Trial impregnato di un Doom Metal dai contorni sinistri, nel quale il tema principale viene messo a dura prova nella battaglia cacofonica finale.

Quando si rende tributo ad una band si rischia di non essere apprezzati, non per la scarsità del lavoro ma per una sorta di immaginario collettivo che riporta l'ascoltatore alla versione originale non permettendo l'apprezzamento della cover, a volte molto più interessante. É accaduto anche a voi?

Sin dal momento in cui ho messo giù la prima nota di questo ambizioso progetto ho pensato che, qualora l’avessi portato a termine, non sarebbe stato visto di buon occhio dai fan(atici) dei Pink Floyd, se non altro perché nessuno si sarebbe aspettato di trovarsi di fronte un'integrale di The Wall completamente stravolto, cosa mai fatta prima.
Il mio percorso musicale mi ha portato a sperimentare e ad aver a che fare con i generi più disparati e vista la lunghezza e la complessità di The Wall non potevo che mettere in campo tutte le risorse a mia disposizione. Immagino che servano una certa apertura e curiosità verso l'approccio nel modo giusto per un progetto così innovativo, diversamente meglio tornare a rivolgersi a una delle tante cover di The Wall. Deve dire pero’ che sto notando con piacere che c'è una buona ricettività anche da parte di molti seguaci dei Pink Floyd...

Intervista ai Meganoidi: "Welcome in disagio"

Intervista ai Meganoidi: "Welcome in disagio"

Approdano ad un nuovo livello di scrittura con Welcome in Disagio il nuovo lavoro per Meganoidi. Ironia, desiderio e riff di chitarra sono le basi su cui è stato scritto questo quinto lavoro. Un successo che prosegue e che richiama sempre più ascoltatori per questa band che fin dalle prime note ha saputo mettersi in gioco con ironia e spirito critico.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Luca Guercio autore con Davide di Muzio dei testi di Welcome in Dasgio. Bentrovato.

Ciao Patrizio!

Un lavoro, questo, che segna un più maturo livello di consapevolezza?

Beh dopo 5 dischi e due Ep, la maturazione è d'obbligo, poi noi siamo sempre stati un gruppo molto maturo ed onesto nelle nostre scelte, partendo dall'autoproduzione e dall'autodeterminazione artistica che ci ha permesso di evolverci senza accettare compromessi.

Perché Welcome in Disagio. Una critica rispetto la società del nostro tempo?

Noi siamo di indole delle persone che sdrammatizzano molto e il titolo rispecchia anche un po' il nostro senso dello humour. È una società dove ormai stare male è quasi d'obbligo altrimenti non si sa di cosa parlare. Il disagio è assolutamente una cosa legittima, ma deve essere un momento per trovare uno slancio, non per fossilizzarsi.

Ozzy Osbourne: "Se la musica è troppo alta..."

"Se la musica è troppo alta, tu sei troppo vecchio."

Ozzy Osbourne

Interviata ai Dafne Bloom: "Ginger Sad"

Interviata ai Dafne Bloom: "Ginger Sad"

Un progetto sonoro che basa la propria filosofia sul fatto che «la musica non ha frontiere tanto meno vincoli come la distanza». Questa l'essenza per Massimo Bagnoli e Francesco Cappabianca ideatori dei Dafne Bloom. Incontriamo la band per raccontare di Ginger Sad il nuovo lavoro.

A cosa rimanda questo nome: Dafne Bloom?

In realtà all'inizio volevo chiamare il gruppo solamente Dafne ma non ero sicuro della sua completezza. Ho pensato che forse un cognome sarebbe stato più assimilabile a un identità e quindi avrebbe reso il tutto più completo. Letto poi la storia della mitologia greca che parla appunto di Dafne che alla fine si trasforma in una pianta e il dio Apollo la rende sempre verde l'alloro. Mi è venuto in mente che la fioritura dell'alloro non era qualcosa di così banale come quella di un ciliegio. Letteralmente fioritura di Dafne cioè Dafne Bloom.

Non avete una sala di incisione predefinita una scelta voluta, per non avere la stessa matrice sonora?

In realtà è anche un esperimento. In gruppo convenzionale una persona spicca e diventa il leader del progetto e tende a portare tutti sulla sua linea ideale. Lavorando separatamente ognuno costruisce la canzone seconda la propria prospettiva e questo a mio avviso crea più originalità creando un senso di bipolarismo su ogni brano.

Intervista ai Garden Wall: "Assurdo" differenti incontri sonori

Intervista ai Garden Wall: "Assurdo" differenti incontri sonori

Un linea melodica volta alla costruzione di un'armonia tra prog metal e sonorità classiche. Questi i pilastri sui quali si basa il nuovo lavoro della band friulana. Una mistura, quasi alchemica, di ritmi e di incontra tra differenti culture sposandole verso altre chiavi di lettura.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Alessandro Seravalle, filosofo e musicista dei Garden Wall, Bentrovato.

Bentrocati a voi.

Assurdo è il titolo del vostro lavoro, un riferimento all'incontro delle differenti culture sonore fra loro?

Indubitabilmente uno dei tratti caratterizzanti del nostro nuovo disco è rappresentato dalla forte contaminazione tra istanze musicali diverse le quali sono state trattate “alchemicamente” in una sorta di paradossale calderone sonoro. Ogni istanza porta con se sapori culturali diversi e concorre all'emergere di un sound personale nel momento stesso in cui interagisce con le altre forme musicali e con la personalità dei musicisti coinvolti (in questo senso va anche letta la presenza massiccia di guest musicians che è peculiare di questo lavoro e che, almeno nelle intenzioni, sarà caratteristica anche delle produzioni a venire). Tuttavia il titolo del disco è maggiormente legato ad una posizione filosofica secondo cui la cattura di atomi di verità non può in alcun modo passare attraverso un'espressione "forte" (il cui prototipo è l'affermazione di carattere scientifico) ma necessita piuttosto di un approccio pudico da un lato e antisistematico dall'altro. In sostanza solamente attraverso il paradosso, l'assurdo, l'ossimoro o l'iperbole risulta fruttuoso un avvicinamento alla realtà, nella speranza di trarne qualche conoscenza. Tra Cioran (autentico mentore per me, assieme a Guido Ceronetti) e pensiero debole (sono stato allievo di Pieraldo Rovatti). L'elemento lirico-testuale viene spesso sottovalutato, ma è parte integrante ed anzi decisiva dell'universo artistico dei Garden Wall.

Una scelta azzardata?

Senza una sostanziosa dose di azzardo non può esserci espressione artistica ma solo, nella migliore delle ipotesi, buon intrattenimento. Nella storia di tutte le arti sono stati proprio i tentativi più “azzardati” a dare la stura ad una evoluzione, ad un cambio di paradigma (basti pensare alla rivoluzione dodecafonica di Arnold Schoenberg). Quello che i Garden Wall provano a fare è di tentare qualcosa di nuovo, di non addormentarsi e rifugiarsi al riparo di qualche comodo clichè. La via che mi pare più stimolante è appunto quella della commistione spinta tra tradizioni musicali diverse: il progressive rock classico, il jazz, il metal, elementi etnici, l'elettronica e la musica colta del XX secolo. Il problema di molta musica è il suo prostrarsi, temo molto spesso persino inconsapevole, a moduli stilistici triti e ritriti volti alla rassicurazione dei fruitori (uso questo termine non a caso) piuttosto che allo stimolo e all'apertura di nuovi orizzonti d'ascolto. I Garden Wall si candidano a “missing link” tra la tradizone musicale pregressa e nuove frontiere musicali di stampo avanguardistico.

Questo lavoro rappresenta una svolta nella vostra carriera?

La band ha subito nel corso della sua carriera diversi cambi di formazione, ma certamente l'ultimo è stato il più “traumatico”. La collaborazione con il batterista Camillo Colleluori infatti durava ormai da una dozzina d'anni. La sua dipartita, se da un lato è stata diffcile da assorbire, dall'altro ha aperto alla possibilità di un'autentica (ed invero ennesima) rivoluzione in particolare sul fronte della tavolozza timbrica enormemente ampliatasi grazie all'uso strutturale dell'elettronica e all'utilizzo, accanto alla batteria tradizionale, di grooves elettronici curati da mio fratello Gianpietro. La componente “metal”, sebbene tuttora presente, ha subito una contrazione piuttosto evidente lasciando spazio ad altre suggestioni sonore. “Assurdo” rappresenta una sorta di palingenesi per noi, ci stiamo rilanciando dopo un prolungato periodo di silenzio ed è un'opera, anche se ovviamente perfettibile, di cui siamo tutti estremamente fieri.

Intervista a Giuseppe Muci di Playontape

Intervista a Giuseppe Muci di Playontape

Un noto palcoscenico quello dell'Italia Wave Love Festival 2010 li nomina vincitori della selezione regionali 2010. Con un suono tra il new wave e il post-punk che non sembra datato ma al passo con i tempi si presentano con il loro primo album in licenza Creative Commons.

Un noto palcoscenico quello dell'Italia Wave Love Festival, li nomina vincitori delle selezioni provinciali 2010. Con un suono tra il new wave e il post-punk che non sembra datato ma al passo con i tempi si presentano con il loro primo album in licenza Creative Commons.

Al microfono di Patrizio Longo i Playontape, in voce Giuseppe Muci. Bentrovato?

Ciao Patrizio, grazie dell'incontro.

Il vostro primo album propone un suono dallo stile new wave anni '80 che non sa di rifacimento ma di nuovo. Una musica che avete sempre ascoltato, diciamo, che fa parte di Voi?

Sicuramente si tratta di uno stile musicale che ci piace molto, e che ci accomuna; ma essendo in quattro, tutti con storie musicali più o meno differenti, ci capita di prediligere anche band che possono essere abbastanza distanti; tra di noi c’è chi è cresciuto a Smiths e Joy Division, chi adora Sonic Youth e My Bloody Valentine>, chi ascolta Radiohead e Placebo, e la lista potrebbe essere ben più lunga. Quando siamo nella saletta poi ognuno cerca di tirare fuori qualcosa di suo, di creare qualcosa di personale e nuovo.

Sono tracce quelle contenuto in A Place to Hide che avevate già realizzato e raccolto per questo cd?

Quelli contenuti A Place to Hide sono pezzi che raccontano la prima fase dei Playontape, dalle primissime prove fino all’estate del 2010, quando siamo entrati nello studio di registrazione, quindi sono nati in poco meno di un anno. Non sono stati composti pensando ad un disco, per lo meno non da subito.

Italia Wave a Lecce dal 14 al 17 luglio con Lou Reed, Paolo Nutini, Kaiser Chiefs, Jimmy Clif, Sud Sound System, Verdena

Italia Wave a Lecce dal 14 al 17 luglio con Lou Reed, Paolo Nutini, Kaiser Chiefs, Jimmy Clif, Sud Sound System, Verdena

Annunciati alcuni tra i personaggi che sie sibiranno sul palco dell'Italia Wave: Lou Reed, Paolo Nutini, Kaiser Chiefs, Jimmy Cliff, Sud Sound System e Verdena. Un cartellone di Italia Wave Love Festival 2011, da giovedì 14 a domenica 17 luglio a Lecce. Cinque i palchi dove si alterneranno stelle del rock e talenti della scena internazionale, band emergenti e nuove scommesse. Oltre cento eventi in quattro giorni, per un progetto che spazia dalla musica alle arti, dedicato ad pubblico curioso, giovane, europeo.

Salento & Jamaica: giovedì 14 luglio ecco sul Main Stage Sud Sound System e Jimmy Cliff. I primi a fare gli onori di casa, Cliff ad infiammare il pubblico con il suo reggae/ska/rocksteady giamaicano doc: autore, attore, cantante, produttore. 40 anni di carriera ed un album nuovo di zecca, ”Existence”, da farci ascoltare.

I tour di Kaiser Chiefs e Paolo Nutini faranno una sola fermata in Italia, questa estate. E sarà ad Italia Wave, venerdì 15 luglio. Occasione unica per gustarsi il pop-soul del songwriter scozzese e la rock band di Leeds, che proprio nei mesi estivi darà alle stampe il nuovo disco, tre anni dopo "Off With Their Heads".

Sabato 16 una vera perla per intenditori: il grande Lou Reed, con una formazione allargata a ottoni e tastiere ed un repertorio incentrato sulle produzioni di fine ‘70. Sempre sabato 16, approda a Lecce il tour italiano dell’anno, quello dei Verdena, sull’onda del successo riscosso con il doppio album “Wow”.

Domenica 17 chiusura italiana con alcune tra le migliori formazioni di casa nostra che festeggeranno i 25 anni di festival.

Sono alcune anticipazioni della prima edizione pugliese di Italia Wave Love Festival, che si articolerà in quattro giornate con la tradizionale formula di “festival urbano”: dallo Stadio Comunale - dove sarà allestito il Main Stage e dove ogni sera suoneranno 4/5 band di caratura internazionale assieme ad alcuni emergenti - alle spiagge salentine, dal centro storico all’Aeroporto di Lepore, dove si esibiranno i dj di Elettrowave. Tutta la città sarà investita dall’onda di Italia Wave, un’opportunità per Lecce, per il Salento e per tutta la Puglia, che si conferma meta del turismo musicale giovanile.

Concerti, spettacoli, incontri, proiezioni cinematografiche e progetti speciali. Uno spaccato culturale del nostro tempo, una ribalta importante per le formazioni musicali emergenti che si esibiscono tutto l’anno nelle selezioni dei contest “Italia Wave Band” e “Elettrowave challenge” per poi esibirsi al festival. Musica ed eventi dalla mattina alla sera, con la maggior parte degli eventi ad ingresso gratuito.

Il cast completo sarà annunciato entro la fine di maggio. Per l’ingresso ai concerti del Main Stage è previsto un biglietto di 15 euro (giovedì 14), 23 euro (venerdì 15) e 25 euro (sabato 16). Fino al primo luglio si può acquistare un abbonamento per i 4 giorni al prezzo di 50 euro. Biglietti e abbonamenti sono in vendita nei circuiti www.greenticket.it - www.boxol.it - www.bookingshow.com.

Giovanni Lindo Ferretti in concerto: "A Cuor Contento"

Giovanni Lindo Ferretti in concerto: "A Cuor Contento"

Dopo qualche anno di assenza dal mondo della musica, Giovanni Lindo Ferretti ritorna A Cuor Contento sui palchi di club e festival musicali.

Nel nuovo spettacolo, lasciando da parte il ruolo di narratore che lo ha contraddistinto negli ultimi anni, Giovanni Lindo torna a raccontarsi esclusivamente con le canzoni: brani dagli anni ottanta ad oggi, trent'anni di repertorio, a partire dai CCCP Fedeli alla Linea, passando attraverso CSI e PGR fino ad arrivare agli ultimi progetti solisti.

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