elettronica

The Motion Collective: "Unstuck in Time"

The Motion Collective: "Unstuck in Time"

Un viaggio senza tempo dove i diversi stili sonori fanno da legante. Questo il nuovo progetto di Motion Collective che arriva dopo Burak.
Un album composto ed arrangiato da Gerardo Frisina dal titolo: Unstuck in Time (2015) per A.MA Records.

Un mix di ritmo tra soul, jazz, elettronica ed un pizzico di atmosfera latina. Il risultato un cocktail sensuale e vibrante che Frisina, dopo un'attento ricerca musicale riesce a realizzare in questo Unstuck in Time.

Intervista a Miss Mog: le sonorità di "Tutto Qui"

Intervista a Miss Mog: le sonorità di "Tutto Qui"

Da Venezia annunciano il loro primo lavoro: Tutto Qui (2015 - Dischi Soviet Studio) ma in verità sembra solo l'inizio di un lieto percorso sonoro, in quanto, risultano essere una band attenta alla ricerca sonora con un background tipico della zona d'origine fatto di torbida elettronica e tanto rock.

Incontriamo Enrico dei Miss Mog per raccontare di questa avventura. Bentrovati.

Grazie, ci presentiamo: siamo Enrico (voce nelle canzoni, e voce narrante in questa chiacchierata), Graziano (tastiere e batterie elettroniche) e Tommaso (basso).

Un'evoluzione artistica fatta da numerose esperienze e modi di interpretare differenti?

Fortunatamente si, veniamo tutti da esperienze ed inclinazioni diverse. Grace è quello tra di noi che più si avvicina a un musicista, visto che sa suonare (o almeno strimpellare) praticamente ogni cosa: partito dal funky, ha avuto una lunga esperienza ska (con i Farenheit 451, di cui era il sassofonista) seguita da altre più o meno rock, fino a realizzare la sua passione per l’elettronica circondato da batterie elettroniche, tastiere e synth. Tommy ed io veniamo da esperienze in band rock più o meno normali, tra indie e hard rock.

Come vi siete incontrati e quando avete capito che il progetto poteva funzionare?

Miss Mog è nata in qualche cadente sala prove di Marghera ormai cinque anni orsono, dove Grace e Tommy praticavano elettronica becera ed irripetibile, cercando di coinvolgere, talvolta, chitarristi, batteristi e cantanti. Il progetto ha poi preso forma – parliamo del 2012 - con l’arrivo in pianta stabile mio e di Alvise, che ha suonato la batteria con noi per circa un anno, poi se n’è andato. Le canzoni sono venute fuori di colpo, e tutte insieme, nel corso del 2013: abbiamo pensato di registrarle, più che altro per dar loro una versione definitiva. Qui è subentrato Beppe (aka Zucca Veleno), diventato il nostro produttore, nonché, che a furor di popolo, quarto Miss Mog onoris causa. Il sospetto che le canzoni avessero molto di buono ce l’avevamo fin da quando sono nate, ma solo con la produzione di Beppe abbiamo capito che il progetto poteva funzionare. E’ quindi nato “Tutto Qui” (Dischi Soviet Studio, 2014), un Ep in cui abbiamo raccolto i primi quattro pezzi completati, quelli che, secondo noi, meglio descrivono il perimetro sonoro della nostra musica, che corre tra dance, ambient, synth pop e indietronica. La produzione delle dieci canzoni che comporranno il disco, in uscita quest’anno, è a buon punto.

La foto del comunicato stampa rappresenta tre corpi senza volto, una scelta mistica ma che riecheggia anche ad una band in voga negli anni 80, i Rockets?

Adesso che mi ci fai pensare il parallelo potrebbe anche starci: tutto sommato sempre di vocoder, sintetizzatori e percussioni elettroniche si parla, per noi come per i Rockets… magari faremo anche una cover di On the Road Again… A parte gli scherzi, la scelta stilistica non ha nulla di mistico, nè vuole omaggiare nessuno in particolare. Ed anzi, i corpi dell’immagine cui fai riferimento un volto, in realtà, ce l’hanno: è quello di un uovo, lo stesso uovo che sta sulla copertina dell’EP, tratto da un’opera che Simona Bramati, geniale pittrice marchigiana, ci ha permesso di usare come artwork di Tutto Qui.

In Tutto Qui si parla di meteoropatia e di barbe curate. Un modo per non prendersi troppo sul serio?

Si. Molto spesso nei testi delle nostre canzoni ci troviamo a parlare di come viviamo noi, persone quasi normali, in una società che ti spinge verso modi di vivere per niente normali: ci sono aspetti di tutto questo che percepiamo come angoscianti e drammatici… ma visti da una prospettiva differente, gli stessi aspetti finiscono per essere ridimensionati a quello che sono in realtà: patetici, ridicoli e grotteschi… e, in quanto tali, crediamo non vadano presi troppo sul serio.

Quali sono i vostri ascolti personali?

Siamo tutti e tre abbastanza onnivori, e come molti di quelli che amano la musica siamo passati per più di un genere nel corso delle nostre esplorazioni. Io, per esempio, dopo una giovinezza musicalmente alimentata da amici più grandi che mi nutrivano a Marillon, Genesis, Queen e molto funk, ho iniziato ad esplorare tra i generi in autonomia, tralasciandone davvero pochi. Resto comunque un appassionato di voci, prevalentemente maschili e inquiete (Mark Lanegan, Buckley, Will Oldham e molto altri). Tommy è un fan di new wave e dintorni (Joy Division, Gang of Four, Wire, Talking Heads, eccetera) e indie rock (Modest Mouse, Built to Spill, Pinback solo per dirne alcuni). Grace va dal funk (George Clinton, Earth Wind & Fire, Kool & The Gang, Herbie Hancock) all’elettronica più o meno recente (Suicide, Aphex Twin, Underworld per fare qualche nome).

Intervista a Davide Vettori: ritmiche, riflessioni, arte

Intervista a Davide Vettori: ritmiche, riflessioni, arte

Diversi i modi attraverso i quali si può raccontare la società intorno al nostro essere. Una società dinamica, dove il tempo per riflettere sembra essere stato dimenticato. Per fortuna che a volte si incontrano persone che attraverso l'arte ed in questo caso le note del pentagramma raccontano e descrivono questo momento.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Davide Vettori. Bentrovato.

Piacere mio, è un onore, vero, essere ‘qui’!

Il primo lavoro che firmi con il nome di battesimo, a rappresentare un nuovo inizio?

Non lo considero tanto un ‘nuovo’ inizio, piuttosto lo sento come L’Inizio. Il fatto di spogliarsi da pseudonimi, non nascondersi più dietro a maschere e band me lo fa sentire più ufficiale, l’inizio effettivo e definitivo (pure se nei tempi precedenti non me ne sono stato con le mani in tasca, anzi). Prendendo in mano il coraggio di mettersi in gioco con tutta la faccia e la propria identità.

Visione Cosmetica è un cd che descrive: «la voglia di raccontare con sguardo sintetico le molteplici sfumature che caratterizzano questo tempo»?

Già, nasce dai ritmi e dal fare elettronico, schematico e quasi clinico, che fa da piano d’appoggio per la narrazione minimale, sintetica appunto, stesa con parole semplici, dirette, fatto di metafore basilari, i clichè del nostro tempo, i riferimenti del nostro vissuto quotidiano.

Un cd che descrive il senso estetico delle cose?

Estetico, in parte. Esteriore anche, vorrei dire. Nel senso che è meno ‘intimista’, meno metafisico di quello che poteva essere il primo lavoro in italiano. Ovviamente è (almeno per me) difficile scrivere in maniera completamente distaccata da se stessi, ma l’idea iniziale era ed è tuttora quella di dare un punto di vista ‘esterno’ per osservare appunto l’importante senso dell’estetica che si vive, generalizzando. Estetica anche come semplice ‘apparire’ non solo nel visivo/fisico, ma anche come un apparire ‘standard’ di situazioni, modi di pensare e di agire, capi saldi della vita.

Ci racconti quali le riflessioni che ti hanno portato a scrivere il cd?

All’inizio, tutto aveva cominciato a muoversi già tempo fa, all’epoca di You Wrong (band di cui ero cantante ed addetto al synth). Avvertivo una forte spinta, quasi una necessità, di comunicare in lingua madre, parlare direttamente in faccia con le persone ‘vicine’, per andare oltre a quel semplice ‘suonate bene, che figata, avete un bel tiro’. Sentivo che il basilare bofonchiare in inglese parole che nessuno comunque ascolta né capisce, personalmente non mi bastava.

Musica è comunicazione, e volevo (tuttora vorrei) comunicare in modo più ampio possibile, le note non bastano!

Ho ripreso per mano il mio progetto onemanband Humanature ed ho iniziato dal primo capitolo, ‘PERSONAL COMPUTER’, quando il fenomeno Facebook era già bello che partito, notando come molti mettessero tutta la loro vita nel social network (foto di piatti di pasta, ricordi delle vacanze, il cane sul divano, etc.), diversamente dai blog che mi capitava di ‘frequentare’ in passato, con spunti più ‘poetici-artistici’.

Questo m’ha portato a pensare: Dio, quanto sono ‘fortunato’ per essere così maledetto, e pur se maledetto ed isolato come tutti, in continuo movimento ed interscambio emotivo, cultura e sociale con quel piccolo manipolo di ‘amici’ con cui posso condividere la vita.

Da lì ho iniziato a scandagliare partendo dalla ‘Natura Umana’ alcuni aspetti miei e delle persone che si incrociano in giro:
1/5 del poter per esempio m’ha fermato a riflettere su quando ci si programma tutto, presente e futuro, senza considerare che possiamo e dobbiamo mettercela tutta, ma non abbiamo nessuna certezza e nessun vero controllo totale sulla nostra vita, sulla vita delle persone con cui siamo in relazione.

Causa d'Effetto è il mondo alla rovescia, come spesso si parla della politica sporca, che nulla ha a che vedere con il Bene comune che si voleva nell’antica Grecia, e la meritocrazia va in fondo al lago: dalla politica all’arte, dal lavoro generico alla fila nella spesa del supermarket, spesso chi sta sopra non è il migliore, ma semplicemente il più scaltro e senza ritegno.

Interviata ai Dafne Bloom: "Ginger Sad"

Interviata ai Dafne Bloom: "Ginger Sad"

Un progetto sonoro che basa la propria filosofia sul fatto che «la musica non ha frontiere tanto meno vincoli come la distanza». Questa l'essenza per Massimo Bagnoli e Francesco Cappabianca ideatori dei Dafne Bloom. Incontriamo la band per raccontare di Ginger Sad il nuovo lavoro.

A cosa rimanda questo nome: Dafne Bloom?

In realtà all'inizio volevo chiamare il gruppo solamente Dafne ma non ero sicuro della sua completezza. Ho pensato che forse un cognome sarebbe stato più assimilabile a un identità e quindi avrebbe reso il tutto più completo. Letto poi la storia della mitologia greca che parla appunto di Dafne che alla fine si trasforma in una pianta e il dio Apollo la rende sempre verde l'alloro. Mi è venuto in mente che la fioritura dell'alloro non era qualcosa di così banale come quella di un ciliegio. Letteralmente fioritura di Dafne cioè Dafne Bloom.

Non avete una sala di incisione predefinita una scelta voluta, per non avere la stessa matrice sonora?

In realtà è anche un esperimento. In gruppo convenzionale una persona spicca e diventa il leader del progetto e tende a portare tutti sulla sua linea ideale. Lavorando separatamente ognuno costruisce la canzone seconda la propria prospettiva e questo a mio avviso crea più originalità creando un senso di bipolarismo su ogni brano.

Intervista agli Anarcord: le anarchie sonore di "Riviera"

Intervista agli Anarcord: le anarchie sonore di "Riviera"

Si presentano con queste parole: «La realtà è spirito che si dispiega nella sua interezza all’interno della storia. Riflessivo. Disperato. Elettronicamente puro.» Un suono, il loro, coinvolgente, morbido con una ritmica intensa e definita.

Incontriamo Anarcord per commentare questa linea sonora. Bentrovato Massimo?

Ciao a te e a tutti i lettori

Con quale suffisso definireste la vostra linea musicale?

Soggettivamente trasportante.

Un suono che volge l'ascolto al nord Europa anni '90 ma che non abbandona la melodia nostrana?

Il richiamo agli anni 90 del nord Europa è inconsapevole e dipende forse dall'imprinting ricevuto, visto che i primi passi da musicisti li abbiamo mossi proprio agli inizio degli anni 90, mentre è perfettamente consapevole e voluto l’approccio tipicamente ninety con l’elettronica, ovvero un’elettronica fatta con synth reali, programmata e suonata su strumenti veri, girando manopole vere, utilizzando veri cavi, un elettronica non ancora schiava del digitale, difetto tipico di quella attuale. La tendenza melodica invece è imprescindibile dal nostro essere italiani, fa parte della nostra cultura e della nostra tradizione, e non considerarla sarebbe credo un errore.

Nextech Festival V Edizione

Nextech Festival V Edizione

Confermato il programma dei concerti principali della quinta edizione del Nextech Festival che si svolgerà a Firenze dal 16 al 18 settembre 2010.

Questo il cartellone che nelle prossime settimana sarà arricchito nella sezione visuals, delle performance legate all’istallazione di Architettura Sonora - Applied Acoustics e per i set di apertura sul palco della Stazione Leopolda:

Giovedì 16 Settembre - ore 21:30

- Alva Noto & Blixa Bargeld
- We Love
- Erol Alkan

Venerdì 17 Settembre - ore 21:30

- Vision Quest feat. Shaun Reeves & Ryan Crosson
- Flabbergast feat. Guillaume Coutu Dumont & Vincent Lemieux
- Raresh

Sabato 18 Settembre - ore 21:30

- Lali Puna
- Agoria
- Guy Gerber

Il Nextech Festival, realizzato da Musicus Concentus, Intooitiv, Tenax e Stazione Leopolda Srl, con il contributo del Comune di Firenze, Assessorato alla Cultura e alla Contemporaneità, è uno degli appuntamenti più importanti dedicati alla nuova musica elettronica e alle arti digitali

La nuova edizione di Nextech Festival conferma la formula di successo delle edizioni precedenti, che prevede attività dall’ora dell’aperitivo a notte inoltrata, con una importante novità, un’installazione affidata al team di Architettura Sonora della B&C SPEAKERS, azienda leader mondiale nella produzione di componenti audio professionali, e partner di Nextech Festival dal 2008.

I grandi artisti in programma della quinta edizione di Nextech Festival illustrano numerose sfaccettature della scena elettronica contemporanea, con l’atteso duo tra Alva Noto e Blixa Bargeld, di cui è imminente l’uscita del cd già annunciato come uno degli avvenimenti clou del 2010, con presenze di alcuni dei più illustri maestri del dancefloor contemporaneo, Erol Alkan, Agoria, Raresh, Visionquest (feat. Shaun Reeves & Ryan Crosson), Flabbergast (feat. Guillaume Coutu Dumont & Vincent Lemieux), Guy Gerber in una sequenza che vedrà alternanza di mash up, deep house e techno minimal, con un gruppo cult quale i Lali Puna ed il loro affascinante pop elettronico, con l’attenzione alla nuova scena italiana nella presenza di We Love, il duo toscano che ha colpito la berlinese Ellen Allien, che a settembre pubblicherà il cd d’esordio sulla sua etichetta BPitch Control.

Presto sul sito del festival www.nextechfestival.com sarà possibile registrarsi e prenotare i biglietti a prezzo ridotto, ricevere aggiornamenti e newsletter ed inoltre saranno disponibile schede, musica e video degli artisti di Nextech Festival 2010.

Nextech Festival procede nel solco delle edizioni precedenti, che hanno contato su oltre novemila spettatori per ogni edizione, e su presenze di musicisti e performer tra cui Jeff Mills, Ellen Allien & Apparat, Adam Beyer, Modern Deep Left Quartet, Troy Pierce, Crookers, Marc Houle, Monolake, Pascale Feos, Cassy, Andi Toma di Mouse On Mars, Poni Hoax, Gabry Fasano, Liars, Mark Jones, Will White di Propellerheads, Dr.Lektroluv, Ilario Alicante, Masomenos, Lazy Fat People, Pascal Feos, Teenage Bad Girl, Chic Miniature, Kieran Hebden & Steve Reid, Mr.Oizo, Moodyman, Stateless, Dj Koze, John Tejada & Arian Leviste, Radiq.a:

Intervista a Gennaro de Rosa: "Mandara" il disco con i colori dell'anima

Intervista a Gennaro de Rosa: "Mandara" il disco con i colori dell'anima

Un percussionista che volentieri utilizza l'elettronica per affinare le proprie composizioni. Un percorso sonoro che lo vede protagonista insieme a grandi nomi della scena nazionale come Ornella Vanoni, Enrico Capuano, Peppe Servillo, Peppe Voltarelli, Raiz e non per ultimi i 99 Posse.

Incontriamo al microfono di Patrizio Longo il percussionista Gennaro de Rosa per raccontare di un lavoro che si esprime attraverso un melting-pot di culture ritmiche e stili le capacità espressive di questo artista.

Il progetto s'intitola Mandara ed è al suo terzo capito dall'omonimo titolo. Come nasce questo lavoro?

Il terzo lavoro del progetto Mandara è omonimo non a caso. Con questo terzo capitolo volevo chiudere una trilogia partita con “Bisanzio” del 2001, proseguita poi con Alatul del 2004. In realtà Mandara è un disco che raccoglie un po' tutte le esperienze fatte in questi anni trascorsi dal secondo capitolo ad oggi c’è dentro tutto il mondo che ho visto e vissuto, una raccolta di esperienze e di emozioni con un unico denominatore che è fondamentalmente il “viaggio”, in senso lato. Da quello interiore fino al viaggio vissuto realmente.
Un disco nel quale, a differenza dei precedenti ho voluto sperimentare il mondo delle parole, essendo anche meno “criptico” rispetto ad Alatul.

Cosa eredita dal precedente lavoro Alatul questo nuovo?

Credo che Mandara sia la prosecuzione naturale di un percorso che si era intrapreso con Alatul. Il precedente lavoro era una sorta di viaggio sonoro fino ai confini del Mediterraneo, questo terzo ne è il completamento. Un viaggio che mi ha dato l’opportunità di crescere sia dal punto di vista artistico che professionale attraverso collaborazioni come i tour europei con Il Parto delle Nuvole Pesanti, gli spettacoli teatrali con la compagnia Kripton di Giancarlo Cauteruccio, l'esperienza di Pentole&Computer con Marco Messina e tantissime altre.
Potrebbe essere una sorta di cartina tornasole dei colori e degli umori dell'animo di un musicista, che dopo aver girato in lungo e in largo, incontrando artisti di ogni genere, nazionalità, estrazione e lasciandosi rapire da suoni, luoghi, linguaggi e stili quanto mai disparati, riporta tutte queste esperienze a casa e ne fa materia sonora. Potrebbe essere il mio “Milione”.

Intervista a Captain Mantell il suono di "Rest in Space"

Intervista a Captain Mantell il suono di "Rest in Space"

Il nuovo cd è inserito nel lettore e sin dalla prima traccia suona note dal sapore nuovo per la scena indie italiana. è il nuovo lavoro per i Captain Mantell dal titolo Rest in Space. Una trio Veneto capitanato da Tommaso Mantelli, quasi omonimo del vero capitano Thomas Mantell, primo pilota militare a morire inseguendo un UFO.

Al microfono di Patrizio LONGO incontriamo i Captain Mantell per raccontare di questa proficua linea sonora che fra punk ed elettronica si lascia ascoltare. Come vi siete avvicinati al mondo della musica punk?

Data la gestione democratica del progetto rispondiamo tutti e tre: Tommaso Mantelli aka Captain Mantell, Nicola Lucchese aka Doctor Ciste, Omero Vanin aka Sergente Roma.

Dr Ciste: è il punk che si è avvicinato a noi....

Capt Mantell: è la nostra attitudine... naturale predisposizione.

Sgt Roma: diciamo che quello che ci interessa del punk è l'immediatezza della comunicazione. Le nostre canzoni non nascono solo dalla semplicità, nascono invece dalla semplificazione di una composizione complicata e ben attenta ai dettagli.


In questo lavoro: Rest in Space (Irma Records/Hypotron Records) anticipato dlal'Ep Into The Cockpit (2008) qual'è stata la linea musicale che avete seguito?

Sgt Roma: istintività e immediatezza, cercando di cogliere il punto d'incontro per svilupparlo nello stile della band: il viaggio stellare.

Capt Mantell: La canzone è la vera radice delle nostre composizioni. Ogni pezzo deve essere eseguibile con chitarra acustica e voce... Poi ci divertiamo con la produzione.

E questo è quello che ha attratto anche i nostri sostenitori e collaboratori come la label Hypotron, nella veste di Ninfa (che ha da poco sfornato un disco di super canzoni!!) e Marco Obertini del Circolo Forestieri, che cura per noi il booking.

Come si combina secondo Captain Mantell il punk con la musica elettronica?

Dr Ciste: "punk is going to be techno", l'ho letto su una t-shirt che celava grassi seni.

Sgt Roma: è l'amore x la musica suonata, per il sudore che ci sgorga dalla fronte sul palco, l'energia canalizzata. Percepiamo i suoni di synth come la miglior chitarra distorta, timbri che ti ipnotizzano il cervello. Il resto parla da se: una voce melodica e urlata quando ci va, un basso nevrotico, una batteria martellante e i pezzi che devono dare tutto in pochi minuti.

La musica elettronica concepita asetticamente non ci appartiene.

Siete un punto di interruzione musicale rispetto a quello che il panorama indipendente promuove in questo momento, mi riferisco alla musica "cantautorale". Quali i vostri riferimenti musicali, i vostri ascolti?

Probabilmente è giusto che l'Italia cerchi di riscoprire il cantautorato che a suo tempo porto' a così bei risultati (Tenco, Paoli, De André).

E direi che ci stiamo pure riuscendo con personaggi quali Pierpaolo Capovilla de Il Teatro Degli Orrori (con i quali collaboro in veste di nuovo bassista), capace di testi impegnati ma vestiti di una poesia rara. E come lui altri: Alessandro Grazian, Dente.

Noi ci siamo sempre sforzati di guardare oltre ai nostri confini, sempre senza perdere il contatto con la nostra realtà e il nostro territorio.

Intervista a Japanese Gum: "Hey folks! Nevermind, we are all falling down"

Incontriamo Japanese Gum con Paolo Tortora e Davide Cedolin per raccontare del primo album, di recente pubblicazione, su Friend of mine records: Hey folks! Nevermind, we are all falling down.

Un lavoro che soddisfa le vostre aspettative?

Davide & Paolo: L’intera elaborazione dell’album è stata ponderata al dettaglio: è stato un lungo parto, siamo stati oltre due anni in studio, tra registrazioni e mixaggi; ci sono stati momenti anche scoraggianti, nei quali non riuscivamo a vedere una fine del tutto, ma fortunatamente siamo sempre riusciti ad avere l’obiettivo finale abbastanza nitido e a non perderci troppo in fronzoli grazie anche alla pragmaticità e razionalità di Martino Sarolli, indispensabile nella realizzazione del disco. Quindi si, l’album direi che soddisfa le nostre aspettative totalmente, le uniche riserve che abbiamo sono solo circa le tempistiche che ci sono state per la sua definizione, lunghissime, e quindi conseguentemente, per la sua uscita, che sarebbe dovuta avvenire già da un bel po’ di tempo.

Quali le difficoltà incontrate alla pubblicazione del primo disco?

Davide & Paolo: Beh, indubbiamente è stata una bella esperienza, che ci ha fatto crescere molto: non era la prima volta in studio ovviamente, ma tutte le altre volte eravamo concentrati su meno composizioni, e quindi eravamo nella condizione di mantenere il fuoco sulla globalità del lavoro con maggior facilità. Probabilmente la parte più complessa è stata proprio metterci in discussione con l'assemblamento di un disco dal minutaggio che supera sensibilmente la lunghezza dei nostri precedenti e.p.

Poi sicuramente difficoltà ce ne sono state di varia natura, dal scegliere quali pezzi mettere nel disco, e quali no, decidere tra quest’ultimi quali cestinare e quali tenere in considerazione per future uscite, utilizzare un synth piuttosto che un altro, dare l’ordine sequenziale dei brani, trovare l’armonia necessaria d’insieme.[...]

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