Volti Nuovi

Intervista a Paolo Rossi di May Gray: "Londra"

Intervista a Paolo Rossi di May Gray: "Londra"

Melodie pop, ritornelli orecchiabili con uno sguardo di ammirazione rivolto ai Foo Fighters. Queste le basi che hanno dato vita al progetto May Gray capitanato da Paolo Rossi - voce e basso, Alberto Lepri - chitarra e cori, Mattia Giacobazzi – batteria. Una sana manciata di rock e tanta contaminazione non ultima quella che ricade nel voler scrivere testi in italiano.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo la Band per accontentare di questo viaggio Londra (2015 – Irma records). Bentrovato Paolo, questo lavoro segna il momento della svolta?

Ciao a tutti e grazie per questo spazio. Mah, di fatto é il nostro primo disco e devo dire un ottimo inizio. Stiamo avendo il grandissimo piacere di lavorare con persone che operano nel settore da anni come il produttore Marco Bertoni e Umberto e Massimo della storica IRMA Records di Bologna per arrivare ad Antonia di Sbam. Abbiamo ancora tantissimo da fare; Londra non é altro che il nostro biglietto da visita.

La scelta di mettere in copertina una valigia non è stata casuale?

Ovviamente no. Abbiamo scelto l'immagine della valigia perché viene citata proprio nel brano Londra, che dà il titolo all'album. Abbiamo deciso di lasciarla così pulita e semplice perché ha qualcosa di evocativo, é un oggetto che é nato per muoversi e spostarsi, ma é lì che fluttua in un vuoto astratto, statico... e poi anche per ragioni pratiche, perché purtroppo con la diffusione della musica online la parte grafica dei dischi é sempre più sacrificata, e volevamo qualcosa che fosse riconoscibile anche se visualizzata in una dimensione poco più grande di un francobollo. Però ti svelo un segreto: nella versione fisica del CD, sul retro, la valigia é aperta e piena di oggetti che ora non dirò quali sono.

Abbandonare il tutto è andare via credi che sia sempre positivo?

Spesso é sinonimo di insicurezza, di poca responsabilità e codardia, ma a volte é anche un qualcosa che ci si sente dentro e che può arrivare ad essere indispensabile. Con "Londra" abbiamo affrontato varie sfaccettature del viaggio, opposti stati d'animo legati sia al ritorno che alla fuga; tornando alla tua domanda, ti potrei rispondere che abbandonare tutto e andare via al giorno d'oggi sia la soluzione più semplice. I ragazzi hanno paura di mettersi in gioco, di lottare contro uno stato e una società che ahimè li ostacola più che facilitarli, si sentono persi e senza certezze, ma la buona volontà e il sacrificio spesso ripagano ed é proprio questo che un pezzo come "Londra" esorta a fare.

Ancora, parlando del viaggio lo intendi anche come un andare senza metà precisa?

Si, esatto, come detto prima, ogni tanto é bello anche prendere e andarsene in giro per i fatti propri, staccare da tutto e da tutti e starsene un po' da soli. 1000 miglia é il pezzo che racchiude questa parte del viaggio; prendere le distanze per cercarsi un proprio microcosmo.

Quali sono stati gli ascolti che hanno preceduto questo CD?

Le nostre influenze si rifanno molto a un rock di stampo anni '90 con i Foo Fighters in primo posto e alla base le melodie pop dei Beatles. Ci piacciono molto anche gruppi nostrani come i Ministri e i FASK. Si, diciamo che il rock ci mette sempre tutti d'accordo.

Perché avete scelto May Gray come nome della band?

Tutto é nato da una mia esperienza passata in California in cui ho vissuto per svariati mesi. May Gray non é altro che un'espressione che indica la stranezza metereologica di un Maggio particolarmente annuvolato e non dominato dal tipico sole californiano presente per quasi tutto l'anno. Qualche anno dopo, proprio nel mese di Maggio 2012, Modena é stata colpita dalla catastrofe del terremoto; ho associato quest'immagine per scrivere il primo pezzo e così abbiamo deciso di tenerlo anche come nome della band.

Come mai avete optato per l'italiano?

Ti dirò, non é stata per niente una scelta facile. I primi pezzi sono nati in inglese e il passaggio all'italiano é stato un duro lavoro, sia per trovare argomenti di cui parlare sia per il modo in cui comunicarli, cosa che avrebbe poi inciso fortemente sul nostro stile.
Questo spiega l'attesa di "Londra"; abbiamo preferito attendere prima di buttar fuori un qualcosa che non ci appartenesse.
L'italiano da un certo punto di vista facilita l'ascoltatore, che familiarizza e si può assecondare con le canzoni quasi dopo un primo ascolto, ma é decisamente più criticabile e può rischiare di cadere nel banale con il semplice accostamento di due parole. L'inglese dall'altro, non comporta una ricerca e una scelta così attenta dei termini, ma per essere davvero credibile occorre una pronuncia impeccabile. Beh, diciamo che ci siamo presi volentieri questo rischio!

Qual'é il vostro rapporto coi social?

Ci divertiamo, usiamo molto l'ironia e cerchiamo di essere il più aggiornati possibile su tutte le piattaforme. Purtroppo al giorno d'oggi sono fondamentali per una band sia per raggiungere il maggior numero di ascoltatori che per potersi proporre e risultare credibili agli occhi di promoter e locali. L'unico che non usiamo é Twitter perché se non hai davvero un certo numero di follower é praticamente inutile. Quindi che dire, cercateci, divulgateci e condivideteci!

Intervista a Vito Ranucci: "KTC - Killing The Classics"

Intervista a Vito Ranucci: "KTC - Killing The Classics"

Il compositore partenopeo, dopo il successo della sua collaborazione con Monicelli, torna con un'audace 'trasfigurazione' di brani classici, da Bach a Vivaldi passando per Mozart e Orff.

Incontriamo Vito Ranucci per raccontare come la musica non subisca il logorio del tempo, bentrovato.

Innanzitutto, solo la Grande Musica non subisce il logorio del tempo! Ai giorni nostri siamo abituati a posizionarci di fronte alla Musica come ci poniamo al supermercato di fronte alle scatolette, e ormai questo riguarda sia i "consumatori" che i produttori di Musica. Ma è inevitabile che, se la qualità dei prodotti scende sempre più in basso, e la reperibilità è totale e gratuita, si vada formando un monopolio drogato esercitato da un pubblico che, solo per avere la possibilità di accedere gratuitamente a certi contenuti, se ne sente proprietario, e quindi tratta con indifferenza e sufficienza ciò che in realtà non riuscirebbe a comprendere in tutta una vita, soltanto perché ciò si rende reperibile in pochi "click" nel suo computer o telefonino.

Ma tra tante cose effettivamente fungibili, e spazzature mediatiche, stiamo facendo passare anche l'Arte, la Storia, che fino a poco fa animavano il fuoco della cultura e del progresso. Oggi, (in Italia) sembra che basti possedere un qualsiasi aggeggio da connessione per essere a tempo con il mondo, per cavalcare il progresso (?). Sappiamo bene, e sono proprio il marketing ed il consumismo ad insegnarcelo, che quando l'offerta supera la domanda, il prodotto viene deprezzato fino a non valere più nulla.
Se trattiamo l'arte, la musica, alla stregua dei prodotti da banco, se guardiamo solo il livello più esteriore delle cose perché abbiamo fretta di passare subito ad altro, allora siamo una società che non riflette, non medita, e non cresce, perché troppo impegnata a non perdersi il prossimo messaggio, notizia, faccina, evento, mp3, etc.

É un atteggiamento sociale che riguarda la Musica, ma tanti altri ambiti, dalla cultura, alla politica, la vita.

Con quale aspetto ti sei posto difronte alla reinterpretazione di musica classica?

In realtà lo stimolo nasce proprio dalla riflessione precedente. Se oggi guardiamo solo all'immagine, al brand, allora rischiamo di confondere la Musica di Bach e Vivaldi con l'immagine stereotipata che la televisione e i media eventualmente ci rimandano di essa. Le nuove e future generazioni non hanno vissuto nel '900, non hanno nessun background culturale a riguardo al di fuori di ciò con cui si scontrano su internet e in tv.

Qualcuno solo sentendo nominare Bach, immaginerebbe subito un parrucchino bianco e forse un clavicembalo, alcuni altri, immaginano un viaggio trascendentale nell'Anima, nella Vita, in Dio.

Killing the Classics si pone a metà tra queste due visioni: colta-consapevole & ignorante-pop.


A tuo avviso per quale motivo la musica non subisce il logorio del tempo?

La Musica ha un'anima ed un'estetica. La prima più impalpabile della seconda. Quando una Musica nasce da una vera urgenza espressiva, da un profondo approccio interiore da parte del compositore, può vestire qualsiasi abito, la sua centralità non si disperde, si trasfigura, ma continua ad esistere, è impregnata della sua essenza primordiale.
Diversamente la musica nata in funzione delle mode del momento, passa insieme alle mode e dura solo per un momento.


Come è stata scelta la selezione?


Sono brani che amavo, a prescindere da tutto, e che si prestavano all'operazione che stavo compiendo grazie ad una serie di aspetti caratteristici che ben sposavano il mio settaggio mentale e tecnico.

Alcune partiture sono state totalmente riscritte, quali le difficoltà?

Nessuna difficoltà. I brani antichi, come ad esempio i Carmina Cantabrigensia, hanno una natura che si presta molto alla riscrittura, e talvolta al delirio modale o psichedelico.

Raccontami della tua collaborazione con il regista Monicelli?

Squilla il telefono... Monicelli, il più importante Maestro del Cinema Neorealista trova una incredibile sintonia tra un mio brano appena pubblicato Cala 'a sera ed il su ultimo film appena montato Le Rose del deserto, e vuole utilizzare la mia musica come tema principale del film.

Il resto è storia, e non sono certo io, a dover raccontare chi era Mario Monicelli, e cosa poteva significare lavorare con lui, tuttavia c'è da dire che naturalmente quella collaborazione è stata una delle più grandi e rare opportunità di crescita per la mia vita, e di grande entusiasmo pure.

Intanto nasceva anche la mia adorata figlia, quindi gioie e soddisfazioni incommensurabili nel giro di pochi giorni.
Momenti di raccolta, dopo anni di semina.

Intervista a Lexie: "Starting From Lungs"

Un trio con tanta voglia di far musica: Marta Maria Di Nozzi, il chitarrista Leonardo Carfora (i due già suonavano insieme da tre anni) e il batterista Valerio Tangorra hanno dato vita ai Lexie.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo la band per raccontare di questo passaggio sonoro, bentrovati.

Bentrovati a voi! Per noi è un piacere.

Un mini Ep nato in garage?

Più o meno sì, come ogni tipo di produzione musicale abbiamo dovuto affrontare varie tappe prima di riuscire ad arrivare ad un prodotto finito ma possiamo dire che tutto è nato dal garage.

Starting From Lungs, quali sono stati gli ascolti che lo hanno preceduto?

Nel momento in cui il progetto è nato avevamo in mente alcuni tipi di sonorità che ci sarebbe piaciuto riproporre nei nostri brani, così abbiamo fatto degli ascolti mirati che potessero portarci nella direzione voluta. Fondamentali per noi sono stati gli ascolti di gruppi come Bat For Lashes, London Grammar, Little Dragon e 30 Seconds to Mars.

Spesso la musica rispecchia il momento di vita che si sta attraversando anche in questo caso è stato lo stesso?

Siamo passati per una fase di grosso cambiamento e questo si è rispecchiato nel nostro lavoro, il filo conduttore che percorre l’EP è proprio questo, la voglia di rinascere essendo consapevoli di essere cambiati.

Com'è stato il vostro incontro?

Marta: Io e Leonardo già ci conoscevamo da tempo, suonavamo insieme in un precedente progetto, nel momento in cui l’idea dei Lexie ha iniziato a prendere forma abbiamo deciso di prendere Valerio alla batteria per completare la line-up.

Perché Lexie?

Ci siamo accorti di una grande componente femminile presente nei nostri brani, che raccontano spesso anche di storie vissute in prima persona da una donna. Volevamo rendere omaggio a tutto ciò scegliendo un nome femminile, Lexie ci è sembrato da subito il più adatto.

Cosa vorreste che i nostri lettori sapessero?

Vorremmo che sapessero che mettiamo veramente molta passione in ciò che facciamo, che la musica per noi è un’esigenza e vorremmo diventasse un lavoro. Quindi chiediamo solo di prestare un ascolto con orecchio sincero!

Intervista a Sophie Lilienne: "The Fragile Idea"

Intervista a Sophie Lilienne: "The Fragile Idea"

Ambienti sonori dove lo spazio suona di atmosfere trip-hop ed electro-alternative. Sophie Lillienne ha voluto così incorniciare The Fragile Idea (2015 – Irma Records): “Una raccolta di 14 fragili idee trasfigurate in altrettante immagini, che esplorano una dimensione intimista, legata alle convinzioni ed agli ideali che creano la nostra individualità e che formano la nostra coscienza”.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Sophie Lillienne per raccontare di questo viaggio, bentrovato.

Ciao! E grazie a te!

Un cd e un pdf (in download dal sito) che raccontano di questo viaggio?

Esattamente e non solo essendo anche un’installazione audio/video. Con The Fragile Idea si è voluto raccontare un concept a 360 gradi, avvalendosi di più forme artistiche, per esaurire e allo stesso momento ampliare, tutti i possibili livelli di lettura di questo immaginario che fondamentalmente permane in tutti noi.. le nostre fragili idee… ciò che ci rendono noi… Diciamo che The Fragile Idea è un viaggio che può partire dalle musiche per arrivare alle immagini e/o viceversa. Ogni forma artistica utilizzata (musica, immagini, parole), è solo un mero strumento per arrivare alla soggettività del fruitore, chiunque esso sia, e in qualunque momento esso ne entri in contatto.

Diversi gli Artisti che sono stati invitati a partecipare. Come è stata effettuata la “selezione”?

A dire la verità è la prima volta che musicalmente mi occupo solo io della produzione musicale (nei lavori precedenti mi sono spesso avvalso dell’aiuto come co-produttore di Tommaso Mantelli e di Nicola Manzan per gli archi). Questa volta tutto quello che si sente, è stato suonato, registrato, mixato e prodotto del sottoscritto (processo che marginalmente era già iniziato con il lavoro precedente LONESTERDAM), l’unico intervento esterno è stato dato da Francesco Fabris (Phinx) che ha curato la conversione analogica dei pezzi. Solitamente le persone che vengono coinvolte sono persone/artisti di cui mi fido o che so hanno una visione estetica/sensibilità quanto meno simile alla mia.

In The Fragile Idea le collaborazioni artistiche sono principalmente inerenti i visuals; curati da Gioia Guadagnin (curatrice di arte contemporanea) che ha creato l’immaginario visivo legato al progetto sophie lillienne. Qui si è avvalsa fin da IMMIGRANTS EP (l’ep in free download che ha anticipato qto full-lenght nel ottobre dello scorso anno) del lavoro fotografico di Enrico Zambusi (che ha realizzato la copertina e le 14 fragile idee) e Patrizia Moro (di cui ha utilizzato alcuni scatti per la promozione, appunto, di Immigrants EP).

Un progetto complesso quello che stati realizzando quali le difficoltà incontrate?

Artisticamente il tutto è nato molto spontaneamente, anzi, direi che il processo è stato solo quello (metaforicamente) dell’unire i pezzi. Penso che le uniche difficoltà in un progetto simile siano quelle del riuscire a dare una visione d’insieme a tutte le persone coinvolte fin da subito.

Parlando di conoscenza, a tuo avviso questa si concretizza attraverso i nostri ideali oppure come dicono altre filosofie è un dono della vita?

Qui andiamo sul filosofico… Secondo me il grado di conoscenza di un individuo è fondamentalmente legato al grado di sensibilità di questo. Gli ideali sono soggettivi, e sicuramente una persona non nasce con il dono innato della conoscenza. É la sensibilità dell’individuo che porta questo a voler conoscersi e conoscere l’esterno in maniera più profonda. Che questo poi porti ancora più chaos è testimoniato dalla miriade di artisti stra sensibili ma infelici del proprio vivere ma qui cadiamo nel luogo comune dell’artista maledetto.. che fa molto artista bohemien di fine 800.

Quanto ritieni di essere stato influenzato dalle sonorità oltre manica?

Presumo tutta la produzione musicale targata Sophie Lillienne abbia sonorità tipicamente d’oltre manica… Non penso sia un mistero anzi… questo penso sia dovuto principalmente al fatto che ho vissuto molti anni all’estero e conseguentemente la mia cultura musicale si sia formata principalmente su questa cultura

Un lavoro di nicchia quello che hai realizzato, cosa ti aspetti?

Bè come per l’uscita di ogni release le aspettative sono tante e lo sono ancora di più soprattutto per questo lavoro che pur essendo di nicchia, son ben conscio, si può rivolgere a più persone.. mi auguro ovviamente che ogni persona abbia 5 minuti per provare/fruire di questa esperienza… che sia attraverso i visuals.. le parole o le musiche non importa.. al giorno di oggi trovare 5 minuti per qualunque forma artistica è già un lusso…

Domanda libera?

Tipo… dove si possono trovare, ascoltare e vedere tutte queste cose? ;). Allora sul sito ufficiale vezzoxy.com trovate tutti i links e info relative al progetto con link per il pdf in free download per la versione digitale dell’installazione audio/video. A Presto!!!!

Intervista a Modern Foca: "Mi conosco dalla nascita"

Intervista a Modern Foca: "Mi conosco dalla nascita"

Ironia, rime baciate e quotidianità, questa l'essenza di Mi conosco dalla nascita (2015 – Irma Records) il nuovo lavoro per Modern Foca.

Incontriamo Antonio Schiano e Mirko Iapicca per raccontare di questa avventura, bentrovati.

Buongiorno a tutti! A bimbi, anziani e persone di media età.

Un disco che suona di numerose infiltrazioni dal rap ai sintetizzatori ma anche ironia e leggerezza. Un modo per meglio affrontare la realtà?

Sì, diciamo che non solo nella musica ma anche nella vita di tutti i giorni cerchiamo di affrontare con ironia quello che ci succede e proviamo a non prenderci troppo sul serio. E' un disco che non vuole contenere virtuosismi o fingersi espressione di un cantautorato impegnato, anzi! Quello che vogliamo è raccontare delle situazioni comuni cercando di strappare una risata e chissà una piccola riflessione (ma piccola eh!, non spingiamoci oltre).Perché tutto ciò? Perchè di tragedia ne abbiamo già abbastanza e desideravamo davvero fare un album dove chi lo ascolta non abbia l'impulso di piangere fino al 2040, o almeno questo era l'intento!

Modern Foca... quale l'idea per questo nome?

É un nome che ovviamente non ha un reale significato. Ci piace la modernità e ci piace la foca, quindi perchè non unire questi due aspetti in un unico nome? Chi ce lo vieterebbe?! Poi è anche vero che, se pronunziato velocemente, il nome ricorda l'espressione american - english “motherfucka” ma, come si direbbe nei film, è forse puramente casuale?

Mi conosco dalla nascita, un album, scritto per l'occasione oppure canzoni che avevate già scritto?

É in realtà un esperimento, un album che si è creato in corsa. Noi ci siamo avvicinati a questo tipo di sonorità e di linguaggio nel momento stesso in cui abbiamo iniziato a lavorarci e abbiamo pensato “Proviamo a fare qualcosa di facile comprensione rivolto a tutti, liberiamoci della puzza sotto il naso e vendiamoci ai più!” I brani sono nati qualche tempo fa e alcuni di loro hanno quindi pregi e difetti di chi, come noi, inizia a relazionarsi a una realtà che prima non conosceva in profondità. Abbiamo voluto inserire i brani che ci convincevano di più ma anche quelli sui quali, ora come ora, possiamo avere dei dubbi, in quanto sono comunque espressione di un percorso. Ci sentiamo come un bimbo che inizia ora a camminare meglio ed infatti, anche rispetto a questo album, stiamo sviluppando una maggiore consapevolezza delle realtà che affrontiamo e di quello che vogliamo a livello musicale; applausi!

Parlando dei vostri inizi: appassionati di musica?

Ognuno di noi arriva da un background differente e da gusti, o non-gusti, diversi. Fortunatamente la pensiamo in modo analogo in tema musicale e siamo aperti a tutto, senza pregiudizi. Mirko è sempre stato vicino alla vasta realtà del mondo post-rock, grunge e Anto a quello dell'”elettronica” in tutte le sue espressioni fino alla disco music e l'universo pop. Amiamo davvero ascoltare musica di ogni genere, da quella che puoi sentire esaltata dalla bocca di critici intellettuali e filosofi moderni fino al mondo del “Trash” e di tutti quei brani che verrebbero catalogati come “di cattivo gusto” o di “bassezza morale e artistica” Abbiamo intrapreso un percorso insieme dove si sono fusi i nostri interessi, iniziando con un progetto che si chiamava Kiss My Cool ( vicino alle sonorità di un'elettronica easy listening/ deep house; per intenderci liberamente ispirata da artisti come Ellen Allien, Kalkbrenner, Telefon Tel Aviv etc) fino ad arrivare ai Modern foca, dove cerchiamo di racchiudere tutto quello che ci piace.

Il lavoro ha diversi rimandi dal rap alla melodia non lasciando da parte le numerose sfumature di altri a stili di canto. La scelta di abbracciare questi numerose tecniche è stata voluta?

Come dicevamo il progetto Modern Foca è piuttosto recente, tanto che ci siamo quasi unicamente dedicati alla produzione in studio. Di conseguenza quello che è nato deriva dalla curiosità di sperimentare varie modalità espressive e sound differenti. É un'idea che vorremmo mantenere anche in futuro; evitare di arrivare a un'unica identità ma cercare di variare e lasciarsi influenzare da quello che più ci va. E' anche vero che il desiderio può essere quello di trovare un proprio stile e un sound unico ma per questo è necessario un tempo ancora più ampio e un'esperienza che ancora non abbiamo o, chissà, non avremo mai e forse non saremo mai così soddisfatti da dire: ok “questo” siamo noi!

Dai vostri curriculum si evincono numerose esperienze in studi di registrazione. Cosa vi hanno dato queste esperienze?

Molto dolore e frustrazione..si scherza ovviamente. Sì, siamo entrambi ingegneri del suono – questo lo diciamo quando vogliamo menarcela un pò – e lavoriamo dunque nel settore “audio e musica” su più aspetti. Per quanto riguarda i lavori in studio è Mirko il più esperto ed infatti è prevalentemente lui che si occupa dell'arrangiamento dei brani e del mix nel progetto Modern Foca. Ha avuto l'onore di lavorare a Roma al Forum Music Village con "artistoni" di fama internazionale, da Morricone a Mina, poi – e non vi è spiegazione direte voi - ha deciso di lavorare con Anto e portare avanti il progetto Modern Foca!

Il futuro dei Modern Foca?

Tentare di sopravvivere innanzitutto! E poi sviluppare il progetto in modo che possa sempre di più essere espressione di tutte le sfaccettature della nostra personalità; stiamo cercando di correggere quelli che riteniamo siano i punti deboli e di evolverci sia negli argomenti trattati sia nelle modalità con cui essi vengono raccontati. Siamo già al lavoro su nuovi brani in cui la vena ironica rimane ma con quell'amarezza velata che ci piace tanto. Ci stiamo avvicinando al racconto di situazioni meno leggere e spensierate rispetto a quasi tutto il primo album e stiamo tentando di tirare fuori riflessioni di maggiore consistenza così da andare in qualche salotto televisivo a fingerci colti e sapienti. Standing ovation!

Intervista a Miss Mog: le sonorità di "Tutto Qui"

Intervista a Miss Mog: le sonorità di "Tutto Qui"

Da Venezia annunciano il loro primo lavoro: Tutto Qui (2015 - Dischi Soviet Studio) ma in verità sembra solo l'inizio di un lieto percorso sonoro, in quanto, risultano essere una band attenta alla ricerca sonora con un background tipico della zona d'origine fatto di torbida elettronica e tanto rock.

Incontriamo Enrico dei Miss Mog per raccontare di questa avventura. Bentrovati.

Grazie, ci presentiamo: siamo Enrico (voce nelle canzoni, e voce narrante in questa chiacchierata), Graziano (tastiere e batterie elettroniche) e Tommaso (basso).

Un'evoluzione artistica fatta da numerose esperienze e modi di interpretare differenti?

Fortunatamente si, veniamo tutti da esperienze ed inclinazioni diverse. Grace è quello tra di noi che più si avvicina a un musicista, visto che sa suonare (o almeno strimpellare) praticamente ogni cosa: partito dal funky, ha avuto una lunga esperienza ska (con i Farenheit 451, di cui era il sassofonista) seguita da altre più o meno rock, fino a realizzare la sua passione per l’elettronica circondato da batterie elettroniche, tastiere e synth. Tommy ed io veniamo da esperienze in band rock più o meno normali, tra indie e hard rock.

Come vi siete incontrati e quando avete capito che il progetto poteva funzionare?

Miss Mog è nata in qualche cadente sala prove di Marghera ormai cinque anni orsono, dove Grace e Tommy praticavano elettronica becera ed irripetibile, cercando di coinvolgere, talvolta, chitarristi, batteristi e cantanti. Il progetto ha poi preso forma – parliamo del 2012 - con l’arrivo in pianta stabile mio e di Alvise, che ha suonato la batteria con noi per circa un anno, poi se n’è andato. Le canzoni sono venute fuori di colpo, e tutte insieme, nel corso del 2013: abbiamo pensato di registrarle, più che altro per dar loro una versione definitiva. Qui è subentrato Beppe (aka Zucca Veleno), diventato il nostro produttore, nonché, che a furor di popolo, quarto Miss Mog onoris causa. Il sospetto che le canzoni avessero molto di buono ce l’avevamo fin da quando sono nate, ma solo con la produzione di Beppe abbiamo capito che il progetto poteva funzionare. E’ quindi nato “Tutto Qui” (Dischi Soviet Studio, 2014), un Ep in cui abbiamo raccolto i primi quattro pezzi completati, quelli che, secondo noi, meglio descrivono il perimetro sonoro della nostra musica, che corre tra dance, ambient, synth pop e indietronica. La produzione delle dieci canzoni che comporranno il disco, in uscita quest’anno, è a buon punto.

La foto del comunicato stampa rappresenta tre corpi senza volto, una scelta mistica ma che riecheggia anche ad una band in voga negli anni 80, i Rockets?

Adesso che mi ci fai pensare il parallelo potrebbe anche starci: tutto sommato sempre di vocoder, sintetizzatori e percussioni elettroniche si parla, per noi come per i Rockets… magari faremo anche una cover di On the Road Again… A parte gli scherzi, la scelta stilistica non ha nulla di mistico, nè vuole omaggiare nessuno in particolare. Ed anzi, i corpi dell’immagine cui fai riferimento un volto, in realtà, ce l’hanno: è quello di un uovo, lo stesso uovo che sta sulla copertina dell’EP, tratto da un’opera che Simona Bramati, geniale pittrice marchigiana, ci ha permesso di usare come artwork di Tutto Qui.

In Tutto Qui si parla di meteoropatia e di barbe curate. Un modo per non prendersi troppo sul serio?

Si. Molto spesso nei testi delle nostre canzoni ci troviamo a parlare di come viviamo noi, persone quasi normali, in una società che ti spinge verso modi di vivere per niente normali: ci sono aspetti di tutto questo che percepiamo come angoscianti e drammatici… ma visti da una prospettiva differente, gli stessi aspetti finiscono per essere ridimensionati a quello che sono in realtà: patetici, ridicoli e grotteschi… e, in quanto tali, crediamo non vadano presi troppo sul serio.

Quali sono i vostri ascolti personali?

Siamo tutti e tre abbastanza onnivori, e come molti di quelli che amano la musica siamo passati per più di un genere nel corso delle nostre esplorazioni. Io, per esempio, dopo una giovinezza musicalmente alimentata da amici più grandi che mi nutrivano a Marillon, Genesis, Queen e molto funk, ho iniziato ad esplorare tra i generi in autonomia, tralasciandone davvero pochi. Resto comunque un appassionato di voci, prevalentemente maschili e inquiete (Mark Lanegan, Buckley, Will Oldham e molto altri). Tommy è un fan di new wave e dintorni (Joy Division, Gang of Four, Wire, Talking Heads, eccetera) e indie rock (Modest Mouse, Built to Spill, Pinback solo per dirne alcuni). Grace va dal funk (George Clinton, Earth Wind & Fire, Kool & The Gang, Herbie Hancock) all’elettronica più o meno recente (Suicide, Aphex Twin, Underworld per fare qualche nome).

Intervista a Amana Melomè: "Lock and Key"

Lock and Key un lavoro di analisi ma anche di atmosfere che suonano dal dal nu-soul al nu-jazz. Sonorità avvolgenti, morbide, da club. Queste le note del nuovo disco per Amana Melomè che presenta un EP ricco di emozioni, un viaggio che spazia dall'analisi profonda dell'esistenza al mito di Icaro.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Amana, bentrovata?

Molte grazie!

Un Album introspettivo che racconta e descrive i tuoi stati d'animo?

Si, mi sono resa conto che con il tempo sta passando e con esso anche la paura di abbassare le mura emozionali così da poter condividere anche più me stessa. Mentre il mio primo disco "Indigo Red" e' pieno di racconti che dipingevo poeticamente con Lock and Key ti parlo direttamente, siamo come in una conversazione dove mi apro di più anche su argomenti meno allegri o romantici. Per questo penso siano più' evidenti di prima i miei stati d'animo.

Lock and Key, un gioco di parole?

Sarebbe il lucchetto e la chiave. Dopo aver scritto la canzone dallo stesso titolo ho deciso che mi piaceva come statement, l'idea che siamo completi, decidendo se chiudere o aprire le porte per noi stessi, decidendo quale prospettiva scegliere con le cose della vita e renderci così felici o infelici…capire, insomma, che dentro di noi abbiamo siail lucchetto che la chiave per aprire una porta o chiuderla. Mi accusano di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno haha!

Anche la storia di una figlia che ritrova il padre?

Si, con One By Blood. Non avevo visto mio padre biologico dall'eta' di 2 anni e l'anno scorso ci siamo conosciuti per la prima volta. E' stata una esperienza bella ma strana, felice ma anche triste..ricca di molti e diversi strati emotivi.

Quanto ti affascina la mitologia, in particolare quella greca, visto che dedichi un brano alla storia di Icaro?

La mitologia mi affascina molto da quando sono piccola. Avevo anche un'enciclopedia delle creature mitologiche! In questo brano, Icarus, il racconto e' in prima persona ed il sole in un certo modo rappresenta la fama, attraente ma che può bruciare.

Quali gli ascolti di altri artisti che ti hanno portato alla stesura dei brani?

Ascolto sempre una varieta' di generi e di artisti… da veterans come Billie Holiday e Nina Simone (sempre) a Sam Smith, Rhye, Laura Mvul, Selah Sue, Little Dragon, Bruno Mars, Sia, Rob Glasper , Imagine Dragons e i Disclosure…potrei continuare all'infinito!

Come sono state scelte le collaborazioni?

É stata una collaborazione in-the-making (in processo?) nel corso degli anni. Ho conosciuto Itai (Shapira) tanti anni fa' quando lavorava al mio negozio di dischi preferito a Los Angeles era, ed e' tuttora, anche un musicista straordinario ed abbiamo sempre mantenuto quel desiderio di lavorare insieme musicalmente. Finalmente si e' presentata l'occasione perfetta e ho deciso di assumere Itai ed Adam anche sentendo i loro lavori fatti recentemente con Aloe Black e Rhye etc…m'ispirava il mondo che riescono a creare, un po' retrò e un po futuristico. Sono felicissima del risultato!

Qual'è il tuo artista di riferimento?

Nina Simone.

Sei autodidatta?

Si ma sono fortunata perché ho il jazz che mi scorre tra le vene, sono cresciuta ascoltando tanta bella musica in casa. Mi ha sempre intrigato la sfida di fare le cose da sola, imparare, cercare di capire, esplorando con la voce diversi stili e ritmi. Non si smette mai di crescere e d'imparare!

Quali sono gli hobby o interessi oltre la musica che forse sorprenderebbero il pubblico?

In realtà mi piacciono tutte le forme di arte che sono tutti mezzi per esprimersi e raccontarsi senza l'utilizzo delle parole. Adoro ballare, scrivere, dipingere, fare ceramica…ed essere creativa in cucina! Otre questi mi piace molto essere nella natura e fare trekking.

Foto: Myra Vides

Intervista a Marco Selvaggio: "The Eternal Dreamer"

Sonorità per raccontare di viaggi, sogni e malinconie in The Eternal Dreamer il nuovo lavoro per Marco Selvaggio che incontriamo al nostro microfono, bentrovato.

Salve a tutti! È un piacere essere di nuovo ospite di questo fantastico sito che già qualche anno fa ho avuto l’opportunità di conoscere grazie a Patrizio e alla sua passione per la musica.

The Eternal Dreamer un disco dove vita e amore si intrecciamo la vita è amore?

The Eternal Dreamer è un disco davvero particolare ed unico nel suo genere. Un album poetico e sognante dove molto spazio è lasciato alla fantasia e alla dimensione onirica. Ci sono molte metafore legate ai percorsi della mia vita, il tutto misto a un velo di malinconia, rappresentativo della realtà che ci circonda e che ci accompagna sempre, ma che cela dietro di sé un grandissimo amore per la vita. I temi portanti dell’album sono infatti l’amore, la vita ed i sogni! Il tutto visto sempre sotto diversi punti di vista e prospettive.

Un lavoro che lascia libero spazio all'improvvisazione guidata dalle emozioni del momento?

L’idea di realizzare The Eternal Dreamer è nata nella mia testa anni fa. Ma solo due anni fa tramite Nica Midulla e Simona Virlinzi della Waterbirds Records e mio padre Filippo Selvaggio son riuscito ad iniziare questo progetto. Ho raccolto le idee e i miei brani – grazie anche al produttore artistico dell’album Toni Carbone e al compositore e chitarrista Giuliano Fondacaro che mi ha aiutato nella scrittura di alcuni brani scrivendo anche la musica di due brani del disco – e da lì è iniziato tutto. I brani son nati lentamente nel tempo! È stato un lavoro duro e bellissimo. Alcuni brani son nati dall’improvvisazione, ma in fin dei conti la maggior parte delle canzoni nasce un po’ per gioco e si trasforma poi in magia! Durante il lavoro di studio abbiamo invece modificato un po’ alcune canzoni iniziando a lavorare per tappe con gli strumentisti. Lavorare in studio è stato stupendo ed un’emozione incredibile che porterò sempre dentro. Spesso non si vede l’ora di finire di incidere un disco. Solo che poi una volta finito inizia a mancare l’aria dello studio di registrazione e si desidera tornarci. Questo disco è un po’ la somma di tutte le mie esperienze di vita e non potrei più soddisfatto di adesso, del lavoro svolto.

Diverse le metafore legate alla tua esistenza ce ne racconti qualcuna?

La mia esistenza è da sempre stata piena di viaggi. Nella vita ho avuto la fortuna di girare moltissimo il mondo e questo mi ha reso un po’ quello che sono. Molte canzoni son nate durante i viaggi! In treno, in aereo, in un bar a Londra, in una spiaggia in Australia. Chiaramente anche nel camino di casa o nel mare di Acitrezza.

Che rapporto hai con il sentimento della malinconia, lo accetti e ti lasci sopraffare?

La malinconia e la nostalgia sono due sentimenti che mi appartengono da sempre. Sono un po’ il punto di partenza dei miei brani e la chiave per leggere la maggior parte dei miei testi. Io accetto volentieri la malinconia. Spesso la cerco e qualche volta mi lascio sopraffare. È in quei momenti che riesco a scrivere come vorrei. La malinconia che mi appartiene però cela sempre un velato romanticismo ed una grande carica di vita e di riscossa.

Torniamo a parlare dell'Hang di questo magico strumento, così evocativo?

L’incontro con l’hang è stato del tutto casuale. Mentre camminavo per Roma, a Trastevere, ho sentito questo suono provenire in lontananza. Incuriosito ho seguito il suono perché pensavo venisse da un locale, pensavo fosse un cd. Poi mi sono avvicinato e ho visto un musicista dell’ Est Europa che suonava a terra su un marciapiede e mi sono praticamente innamorato dell’ Hang. La prima volta che uno lo ascolta resta di stucco, io ero davvero impressionato. Mi sono avvicinato chiedendogli di poterlo suonare e dopo gli ho chiesto alcune informazioni. Mi ha detto che si chiamava “Hang” e che lo facevano in Svizzera e io ho subito pensato: “Perfetto! Domani lo cerco e lo compro”, nella mia ingenuità. Sono andato su Google e usando come parola chiave “Hang” non l’ho trovato subito. Lì è nata la mia sfida, ho impiegato circa un anno e mezzo per avere il primo. Basti pensare che c’erano liste d’attesa lunghe anche quattro anni. Per poterlo avere si doveva scrivere una lettera di pugno, nero su bianco, perché se non ti reputano, diciamo “idoneo”, non lo vendono. Al momento, fortunatamente, ne ho otto. Sono uno dei pochi al mondo ad averne così tanti e questo mi consente di poter comporre davvero di tutto perché ho un’ottava completa con le alterazioni. Una volta avuto l’ Hang ho iniziato a suonarlo sulla musica house ed elettronica. Non avevo mai trovato nessuno, nelle mie ricerche, che facesse una cosa del genere. E questo è piaciuto tantissimo, perché io con l’hang compongo melodie. Ho creato un loop che la gente canticchiava ed è piaciuto tantissimo tant’è che pur non essendo subito compresa a Catania questa mia sperimentazione sonora mi hanno confermato delle date a Monaco e Londra ed ho iniziato ad incidere il primo EP. Dopodiché mi sono cimentato nella musica lirica e classica. Da ultimo infine l’ho utilizzato nella musica pop con questo disco, diciamo, anche se poi non è un vero pop di quelli commerciali, come si intende comunemente, ma è un pop molto indie, molto sognante. Sono atmosfere molto mistiche, sognanti, surreali. C’è di tutto in questo disco, anche un retrogusto elettronico, una vena rock dentro alcuni testi.

Il disco lascia spazio oltre che a diverse tracce strumentali anche a cantati in inglese ed uno in francese. Com'è risultato l'armonizzare il lavoro è stato complesso come lavoro?

È stato un lavoro durato oltre un anno e mezzo anche per la decisione di volere all’interno del disco interpreti madrelingua o con la massima padronanza della lingua inglese e francese e per la meticolosa cura dei suoni. I featuring arrivano da ogni parte del mondo. Ho mandato migliaia di email e ascoltato all’incirca 50 voci per ogni canzone per un totale di poco più di 350 voci Daniel Martin Moore, che canta il singolo “The Eternal Dreamer”, è stato il primo a venir fuori proprio perché il singolo è uscito prima del disco. È un cantautore statunitense che personalmente adoro, dalla voce calda e soffice a tratti nostalgica. Ritroviamo la jazz singer Anne Ducros – la quale ha anche inciso con Battiato – e canta l’unica canzone in francese dell’album “Nuage Dansant”; The Niro, unico italiano presente nel disco uscito dall’ultimo Sanremo ma che ha sempre cantato in inglese tranne che nell’ultimo lavoro discografico. Dan Davidson leader del gruppo canadese Tupelo Honey gruppo che in passato ha aperto concerti per Bon Jovi e che adesso sta andando fortissimo, a Sidsel Ben Semmane dalla Danimarca la quale ha partecipato all’Eurovision alcuni anni fa, sino a Haydn Cox e Hazel Tratt dall’Inghilterra. Gli ascoltatori devono aspettarsi un disco molto variegato che scorre piacevolmente! Un album che non annoia anche per la varietà delle voci. The Eternal Dreamer è un progetto sognante, a tratti malinconico e nostalgico, ma con tanta voglia di riscatto in cui l’amore e sogno appaiono costantemente. I testi son pieni di metafore che l’ascoltatore può interpretare in diverse maniere. L’hang poi a volte fa da protagonista altre da cornice in quello che appare essere proprio un disco nuovo e innovativo nel suo genere. Il lavoro è stato complesso ma il confronto con questi artisti mi ha notevolmente arricchito e fatto crescere artisticamente. Mi son reso conto di come molti artisti e studi di registrazione lavorano all’estero e si sono create diverse connessioni davvero interessanti e piene di reciproca stima.

Ci sono stati ascolti che hanno preceduto il lavoro?

Gli unici ascolti prima dell’inizio dei lavori son stati dentro la casa discografica nel momento in cui ho presentato il progetto The Eternal Dreamer.

The Eternal Dreamer è dedicato alla memoria di Checco Virlinzi produttore catanese scomparso prematuramente. Le signore Nica Midulla, mamma di Checco, e la sorella, Simona Virlinzi, hanno riaperto lo studio di registrazione permettendoti di incidere lì l’album, tutto questo dona una valenza in più al tuo lavoro, una forte esperienza per un musicista catanese.
Credo proprio di si. Io non ho mai avuto la fortuna di conoscere Francesco ma tramite i racconti di Simona e Nica è come se fosse stato accanto a noi nella stesura di questo lavoro e in studio di registrazione. Il disco è dedicato alla sua memoria ed io ne son davvero felice. È un uomo che ha fatto tantissimo per la città di Catania che grazie a lui ha vissuto un periodo d’oro. Basta pensare che nel 1995 ha portato in Italia come unica data italiana i R.E.M. accompagnati in apertura dai Radiohead. Ha prodotto Carmen Consoli, Mario Venuti ed altri grandissimi artisti! Sono davvero orgoglioso di avere al mio fianco Nica e Simona.

Sei riuscito a portare il suono del djembè in discoteca e a incantare il tuo pubblico con il timbro fiabesco dell’Hang, la tua musica rompe gli schemi convenzionali generando nuove surreali armonie. Quando crei le tue melodie quale artista o generi ti piace ascoltare c’è qualcuno a cui ti ispiri?

Con l’hang ho davvero sperimentato moltissimo. Sono uno dei pochi che lo suona dal vivo sulla musica house ed elettronica e questo mi dato la possibilità di viaggiare moltissimo suonando un po’ in tutta Europa. È stata una caccia di suoni e una sperimentazione che ha colto nel segno anche se a Catania non è ancora arrivata pienamente. I miei gusti musicali son molto variegati. Adoro il folk, il jazz ed l’indie pop soffice e sognante. Artisti come William Fitzsimmons ed Angus & Julia Stone. Nick Drake e Jeff Buckley. Ben Harper e Damien Rice. Non mi ispiro a qualcuno in particolare ma alla musica in genere che ascolto e a molti libri che ho letto così come e soprattutto alle mie esperienze di vita dalle quali traggo la maggior parte dei miei testi.

Foto: Fabio Florio

Intervista Antonio Andrisani: "Andrisanissima"

Intervista Antonio Andrisani: "Andrisanissima"

L'arte del reinventarsi trova sempre un media per esprimersi, è questa regola vale anche nel caso di Antonio Andrisani che dopo un percorso di scrittura per sceneggiature si ritrova con Francesco Fecondo a realizzare un disco che ha molto del satirico.

Incontriamo Antonio per raccontare di Andrisanissima, bentrovato

Ciao, Patrizio, grazie.

Ti annunciavo come produttore di un lavoro satirico. Quanto ti ritrovi in questa affermazione?

Prima di parlare di satira in queste ore non si può evitare di fare un profondo respiro. Comunque si, l'approccio satirico è quello che utilizzo anche nel mio cinema e, in generale, in tutta la mia comunicazione.

È un linguaggio privilegiato ed efficace per raccontare le contraddizioni della nostra società e, aggiungo, della nostra specie. In Andrisanissima mi sono concentrato sulla nostra Italia con la collaborazione ai testi di David Belfiore.

Perché hai scelto di spostare la tua attenzione dalla produzione di testi per sceneggiati a quella di testi per musica?

Da molti anni faccio musica, in verità per divertimento e passione. Ho una band con l’amico chitarrista Peppino De Florio, insieme siamo gli Heroscimmia. Andrisanissima è il mio primo lavoro da solista. Scrivere testi è una forma di letteratura pop molto stimolante e ardua, perché richiede sintesi. Ma nonostante sia un esercizio creativo differente rispetto allo scrivere una sceneggiatura trovo che nei testi ci sia una grande unità ispirativa e dei contenuti che raccontano bene la mia visione del mondo.

Quali gli ascolti che hanno influenza to il lavoro?

Sono un grande appassionato di musica e collezionista di dischi, soprattutto di pop-rock. Le influenze potrebbero essere infinite, ma in questo disco ci siamo volutamente soffermati su sonorità tra il pop elettronico cantautorale e l'italodisco.

E dell'incontro con Francesco Fecondo?

Senza Francesco non sarebbe esistito nulla. Trovo sia un autore geniale e gli auguro di avere tante soddisfazioni dalla musica. Lui è un compositore molto raffinato, a tratti barocco. Con me ha sperimentato una forma canzone più diretta perché era quello che cercavo.

Andrisanissima sembra un lavoro di nicchia e forse una denuncia al sociale?

Sì, è un lavoro di nicchia volutamente bizzarro. Ma nonostante sia il disco di esordio di un anziano cantante devo dire che ha ricevuto un’accoglienza carina e alcune attenzioni particolari. Si, tutto sommato, è un concept su un Paese allo sbando…e fin qui nulla di nuovo. Però la critica, insieme ad alcune timide ricette per stare meglio, viene suggerita attraverso dei testi post-moderni. Forse è questo l’elemento più interessante dell’album…

Nel disco c’è un omaggio ai Krisma, storico duo electro-pop. Come nasce Convertino?

Convertino è la prima canzone scritta con Francesco. Come spiegavi, è un omaggio ai Krisma, ma anche a Mario Convertino, grafico milanese che ha firmato le loro copertine e quelle di tanti altri colossi della musica italiana. La canzone è nata dalla nostalgia per quel periodo magico tra la fine degli anni 70 e gli inizi degli 80. Il synth-pop è stato la colonna sonora della mia adolescenza. Maurizio e Cristina hanno apprezzato molto il brano e l’hanno pubblicato sul loro portale Krisma Tv. Ho avuto, poi, l’onore di cantarlo in apertura di un loro concerto a Bari.

Parliamo dei due divertenti video che accompagnano i singoli del disco?

Sono scritti da me e diretti entrambi da Amila Aliani. Kolossal e L'Apocalisse sono le due canzoni-manifesto del disco. Sono dedicate esplicitamente all'Italia che viene citata nei testi. In modo minimale, sia nelle parole sia nelle immagini, c'è il racconto di un Paese inaridito e senza molti punti di riferimento. Il video de L'Apocalisse (di seguito) vede l’amichevole partecipazione di Antonio "Tata" Stornaiolo.

Intervista a Santiago: "Diamante"

Intervista a Santiago: "Diamante"

Dopo un lungo silenzio ritorna sulla scena Santiago con Diamante un lavoro che si presenta come auto prodotto per una scelta chiara dell'Artista al non vincolarsi ad etichette e contratti prestampati.

Il Cd è annunciato dal singolo Come un respiro dopo l'apnea. Incontriamo l'Artista per raccontare di questo nuovo viaggio, bentrovato.

Un ritorno dopo una pausa voluta?

Più che voluta direi indispensabile. Spesso bisogna fermarsi un attimo per capire bene quale direzione prendere. Dopo Ghiaccio e Magma ho avuto l'esigenza di andare oltre, di scoprire cosa fossi in grado di saper fare. Così come nella vita anche nella musica rimanere ancorarti unicamente alle proprie certezze spesso può rivelarsi deleterio. Bisogna capire fino a che punto possiamo essere in grado di progredire e fare dei passi avanti, ma questo lo scopri solo mettendoti costantemente alla prova.

Diamante è un lavoro di lettura verso un nuovo modo di concepire le sonorità?

Sicuramente la mia ambizione, fin dal principio, era proprio questa, ma considero Diamante solo il primo passo verso quella direzione. Aver scoperto di essere capace di poter esprimermi in questo modo mi stimola a proseguire su questa strada avendo sempre come obiettivo quello di stupire tutti, me compreso.

Musica rap ed elettronica, un'approccio verso scelte nuove?

Credo che il rap sia il genere che più di qualsiasi altro si presta alla contaminazione con altri generi. Sarebbe davvero un peccato ostacolarne l'evoluzione per restare fedeli ad alcuni concetti tanto cari ai puristi estremi del hip hop. La tecnologia dei nostri tempi ci consente di raggiungere livelli impensabili fino a qualche anno fa. Perché rinunciare a tutto questo?

Quali gli ascolti che hanno preceduto il lavoro?

I due dischi che più degli altri hanno catturato la mia attenzione nel periodo in cui ho prodotto Diamante sono Making Mirrors di Gotye e Racine Carree di Stromae. Stimo tantissimo questi due artisti per la loro grandissima capacità di comunicare e per la concezione che hanno su come andrebbe prodotto un disco.

Come vedi la scena rap in Italia, trova ancora terreno fertile?

Trovo che il livello tecnico del rap in Italia negli ultimi anni sia notevolmente cresciuto, ma sono anche dell'idea che solo questo non sia sufficiente. Bisogna, così com'è stato per altri generi, aggiungere sempre qualcosa in più. Non è un caso che artisti come Fedez, Club Dogo, Salmo, per citarne alcuni, che sono stati in grado di evolversi negli anni siano attualmente gli elementi di spicco del rap in Italia. Credo che se saremo capaci di restare al passo con i tempi il rap potrebbe diventare il genere di riferimento anche in questo paese.

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