Interviste

Papik: sonorità nu jazz e soul in "Sounds for the open road"

Un progetto con brani di cover ri-visionate in chiave jazz e soul e non solo anche brani inediti. Queste le metriche di Sounds for the open road il cd di Papik al secolo Nerio Poggi.

Numerose le collaborazioni dal primo lavoro Rhythm Of Life del 2009, fra queste quella con Mario Biondi negli album Handful of soul e I love you more.

Incontriamo Papik per raccontare questa nuova sonorizzazzione, Bentrovato.

Ciao Patrizio.

Come sono state scelti i brani da rendere cover?

Non c’è un metodo per la scelta, per esempio More than i can bear dei Matt Bianco è nata dopo la collaborazione mia al loro ultimo album, “che sarà” mi fu commissionata dai giapponesi in chiave bossa e mi piacque a tal punto da volerla mettere nel cd, Sarah Jane Morris è un po’ la Barry White femmina e quindi la scelta è stata facile.

Sounds for the open road è un doppio album con diverse partecipazioni da Sarah Jane Morris a Mark Reilly (Matt Bianco) passando per Fabrizio Bosso, ad Alan Scaffardi ed altri prestigiosi artisti. Come è stata effettuata la scelta?

Fabrizio l’ho conosciuto ai tempi di Mario Biondi, l’ho sempre ammirato, Alan è da sempre il cantante “Papik” assieme a Ely Bruna, e per gli altri ti ho un po risposto con la precedente domanda.

Quando si crea un lavoro inserendo alcune cover si corre sempre il rischio di non riuscire a rendere io dovuto omaggio alla canzone originale non per questioni tecniche ma perché l'ascoltatore è legato alla prima versione?

Si corre questo rischio ma non mi creo il problema.

Una linea sonora, quella che si disegna ascoltando i lavori di Papik, estremamente elegante e raffinata. Quali il segreto?

Beh grazie per il complimento, non so se sia un segreto, è il mix di tutto ciò che ho ascoltato ed amato nella mia vita, si sentono le influenze credo….

Se curiosassimo nella tua biblioteca sonora quali i titoli che troveremmo?

Posso dirti alcune cose tra le tante… Sinatra, Jobim, Bacharach, Morricone, Steely Dan, Vannelli, Earth Wind & Fire, Stevie Wonder, Michael Jackson (con Quincy Jones), Dalla, Concato, Pino Daniele (i primi cd), Police…

Questo lavoro anticipa anticipa un secondo volume?

Non credo, penso che con questo progetto mi prenderò una lunga pausa in quanto sono molto soddisfatto del lavoro e vorrei ripropormi con un cosa all’altezza.

In cantiere?

Il nuovo cd di Ely Bruna in uscita a settembre, un cd in italiano con Alessandro Pitoni, un progetto di smooth jazz con musicisti internazionali storici del genere e dopo cocktail martino di qualche anno fa (dedicato alla musica di Bruno Martino), cocktail mina…insomma tanta carne al fuoco.

Speciale documento sugli Squallor: "il gruppo scandalo"

Speciale documento sugli Squallor: "il gruppo scandalo"

Hanno saputo raccontare con ironia e un pizzico di stile scandalistico il costume degli italiani, in un periodo dove il termine “social” non si conosceva ed allo stesso tempo, con gusto prettamente underground, hanno affermato la propria identità come band. Sono gli Squallor, protagonisti di della scena italiana anni '70 e '80 che ritornano in uno speciale, per merito di Carla RINALDI e Michele ROSSI, a raccontare e conoscere ancora più nel dettaglio il “gruppo-scandalo”.

Come nasce questa sorta di progetto tributo?

Nasce per caso, una sera d'inverno. Un guizzo di un momento e poi tanto lavoro in seconda battuta. Carla ha chiesto ad un amico se avrebbe mai comprato un dvd sugli Squallor, e lui ha detto che non solo lui, ma tanti, lo avrebbero fatto. Allora ci siamo buttati in un'avventura che presto si è dimostrata essere molto più complessa e coinvolgente del previsto.

Savio, Bigazzi, Cerruti, Pace sono personalità creative che hanno rivoluzionato ed evidenziato un costume popolare andando contro lo stile borghese del tempo?

Indubbiamente, oggi sarebbe impensabile che qualche discografico, qualche paroliere o produttore già apprezzato, ci mettesse così tanto la ''faccia''. È vero anche che erano tempi molto diversi, non si viveva con la paura di un licenziamento imminente, non c'erano i politici con il fiato sul collo. Paradossalmente essendoci una censura molto ingombrante, appena si trovava il modo di beffarla, non si correvano più tanti rischi. Gli Squallor erano talmente affermati che non si ponevano certo la domanda se fosse il caso o meno di sbugiardare il mondo musicale che in quel momento tenevano in pugno. Cerruti era direttore artistico e bocciava e approvava le canzoni, Bigazzi era produttore e paroliere, Savio compositore, pace scriveva per quasi tutta la musica italiana. È chiaro che nell'ambiente chi sapeva di loro storceva il naso, molti gli erano anche ostili, ma erano a un tale livello di posizione che tutt'al più avrebbero smesso se proprio fossero insorte insieme politica, censura, etichette discografiche. Se ne fregavano altamente.

Una discografia importante da Troia, Vacca, Pompa, Arrapaho, Uccelli d'Italia e tanti altri successi. Era celata sotto l'irriverenza il successo della Band?

Era proprio il marchio distintivo. La provocazione era alla base dei loro dischi. Senza di essa non avrebbero avuto senso. Erano irriverenti con gli stessi cantanti che producevano o scoprivano, sbeffeggiavano la politica, la Milano da bere, chi andava in vacanza con la barca a Saint Tropez, con la televisione, con la storia stessa, con la corrida, con gli USA, con l'URSS. Non c'è nessuna canzone che non finisca con un doppio senso. Prendi per esempio ''mi ha rovinato il 68'': musica da pelle d'oca, voce intensa di Savio, testo spettacolare. In poche righe hanno fatto quello che filosofi, scrittori, sociologi non sono riusciti a sintetizzare in centinaia di tomi. Raccontano di un ragazzo che decide di andare a Milano, prende parte al movimento studentesco, si arrabatta, indossa l'eskimo, si sforza a diventare intellettuale e ala fine cosa succede?

Il vero motivo che lo spinge a fare tutto questo è poter conoscere ragazze e dopo che tutto il periodo finisce nemmeno si ricorda più di essere stato un idealista. Gli importa solo di vivere nell'agio ed essere riuscito a diventare ricco. Non è forse quello che è successo davvero? Quanti “fracassamaroni” hanno vissuto da giovani in questo modo e ora sono al potere, trasformati in bacchettoni, moralisti e avidi?

È un capolavoro assoluto questa canzone.

Tra Carla e Michele come avete suddiviso il lavoro?

Carla scrive, ha avuto l'idea del documentario e si è occupata di ricerche e contatti. Michele ha girato il lavoro e lo ha interamente montato. Insieme a loro grande supporto lo hanno dato Gianni Valentino che si è occupato dei contatti e delle ricerche, e Diego Fatone, che certosinamente ha ripulito le immagini sporche, ha corretto il suono, ha fatto tutte le grafiche.

Gli Squallor sono sempre stati abbastanza restii alle pubbliche apparizioni, forse è stato proprio questo il successo del loro stile?

Si, e non avrebbe avuto senso che apparissero. Erano molto carismatici in sala di incisione ma molto poco sul palco. Forse solo Daniele Pace aveva l'aplomb da showman - e infatti lo ha fatto qualche volta - ma né Bigazzi né Cerruti avrebbero osato. Erano proprio restii e il fatto che gestissero tutto da dietro le quinte ne accresceva il fascino.

Il un primo contatto per la realizzazione del docu-film?

Il documentario era pronto da due anni e non facevamo che ricevere sempre le stesse risposte: è bellissimo, è commerciale, avrà un successo strepitoso, finalmente un doc sugli Squallor, hanno migliaia di fan, farete il botto ma ci risentiamo ok? Questo era destabilizzante perché sapevamo di avere un prodotto spacca tutto tra le mani e non ci capacitavamo di come molti nell’ambiente preferissero distribuire lavori sui minatori birmani, o su un coniglio rosa che ripeteva sempre tre frasi, oppure su vecchie fiction degli anni '80. C'era qualcosa di strano. Se su internet, per strada, nelle edicole, tutti lo invocavano, chi invece avrebbe potuto distribuirlo aveva preferito dire di no. Allora piano piano abbiamo capito cosa fossero sono le lobby: molti di coloro che ci avevano snobbato, promuovevano poi prodotti indecenti che vendite bassissime. Mi ricordo un noto giornale italiano che ci chiese di pagare i resi di tasca nostra; una nota casa di distribuzione ci chiese invece di firmare un contratto in cui cedevamo tutti i diritti al 100%. Hai capito bene? Così ci siamo detti: “ok ci abbiamo provato, non siamo amici di nessuno, nessuno ci deve un favore, basta capitolo chiuso”. Certamente non lo avremmo mai mostrato al pubblico se prima non avessimo avuto almeno una speranza. Poi un giorno mi chiamò Paolo Dossena della Cni Music, una etichetta indie seria, ed in nemmeno un mese avevamo già firmato un pre-contratto, sano e rispettoso. E siamo partiti nella nuova avventura della distribuzione. Così abbiamo partecipato subito ad un festival per fare un po' di battage, poi abbiamo vinto come miglior documentario indipendente al Festival di Napoli. Questa vittoria ci è stata utile, perché se ne è cominciato a parlare - pensa che al Festival di Napoli ci hanno ri-proiettato per tre volte diverse perché la ressa era così tanta la prima volta che si era bloccata una strada della città!

In ogni intervista potevamo finalmente dire che stavamo per uscire con la Cni e, ora che è in distribuzione, sentiamo che sta andando bene, e leggiamo su internet di persone che lo hanno acquistato estasiati. Dopo cinque anni stiamo raccogliendo i frutti.

Diversi gli Artisti che nel lavoro raccontano il ricordo della Band. É stata una selezione naturale?

Si, e abbiamo dovuto dire basta ad un certo punto. Dopo due anni da nomadi le interviste erano già tantissime, ogni giorno mi chiamava Gianni Valentino e mi diceva che un cantante che aveva saputo del lavoro voleva dire la sua, che un musicista avrebbe voluto partecipare. La nostra selezione iniziale però era stata fatta sulla base della ragione, su chi ci aveva lavorato in Cgd, i cantanti prodotti, gli amici più stretti, gli epigono più simili, poi però abbiamo dato lo stop. Tu devi considerare che per ogni intervista bisognava partire, aspettare anche mesi, davvero, dopo due anni eravamo stremati. Avevamo percorso l'Italia in lungo e in largo senza sosta per ben due anni. Ormai il materiale c'era, era abbondante, tanti intervistati ci avevano anche date dritte per persone che non avevamo considerato. Eravamo soddisfatti e potevamo iniziare a montare. Ti dico solo che quando Michele ha iniziato il montaggio avevamo tappezzato un’intera casa di post it con i plot e i sub plot da seguire per il filo logico. il materiale era impressionante. Ci veniva da piangere. Michele ha montato un lavoro che richiederebbe minimo l'aiuto di sei aiuto montatori. Non esagero. Avremmo dovuto fotografare i chilometri di fogli.

Ci saranno altre edizioni di questo lavoro?

Non lo so. La versione da 85 minuti è stata presentata al Napoli Film Festival. La versione integrale è nel dvd. Credo che basti così. Certo abbiamo ancora un girato inutilizzato per circa 100 ore!

Qual è l'obiettivo del doc?

Vendere tanto ed entrare nei dizionari del cinema.

Adesso a cosa avete intenzione di lavorate?

Un documentario su Mina.

L'intervista a Massimo Zamboni: "Sostieni l'Ortodossia"

L'intervista a Massimo Zamboni: "Sostieni l'Ortodossia"

É un documentario, un cd musicale ed un movimento a sostegno della musica d'autore: 30 Anni di Ortodossia è anche un omaggio che Massimo Zamboni si è voluto fare ed ha voluto fare ai numerosi sostenitori e fans che hanno seguito il percorso artistico dei CCCP e CSI: “Fedeli alla linea”.

Un cofanetto contenente un cd musicale con le registrazioni dei live di Reggio Emilia del 29.08.2012 ed un dvd che risulta una rilettura ed omaggio ai fasti sonori della band.

Massimo Zamboni in questo percorso ha voluto promuovere una campagna a sostegno dell'ortodossia di quei principi che hanno tenuto insieme per anni Zamboni, Giorgio Canali (anche lui ex Cccp/Csi) e Fatur il caro/vecchio artista del popolo.
Massimo Zamboni, inoltre, continua a scrivere grandi pagine di musica rock e pop Italiana. Infatti la sua vena artistica non si limita alla recente pubblicazione del Dvd: 30 di Ortodossia ma anche di un nuovo, l’ennesimo, progetto solista.

Sarà la neo-nata label di Mantova, l’ Aratro Incisioni del musicista produttore Cristiano Roversi, a pubblicare Canto l’Isolamento, una raccolta ragionata di alcuni brani della sua carriera da solista compilata direttamente da Zamboni.
Infatti tra il 2004 e il 2010, subito dopo la conclusione dell'esperienza CCCP-CSI,Massimo pubblicò tre album: Sorella sconfitta, L'inerme è l'imbattibile, L'estinzione di un colloquio amoroso: una trilogia intesa a scandagliare la condizione umana nei suoi denominatori comuni.

Con l'uscita di Canto l'isolamento si chiude il cerchio, distillando l'essenza dei tre album. Ribadendo una volta di più la necessità di esprimere musica incatenata alle proprie esperienze, alla propria vita fisica e mentale, risolvendola in nome collettivo. Nelle canzoni della raccolta troviamo ospiti e amici che hanno accompagnato Zamboni in questo decennio: Nada, Lalli, Fiamma, Marina Parente, Nabil Salameh.

Massimo Zamboni in questo percorso ha voluto promuovere una campagna a sostegno dell'ortodossia di quei principi che hanno tenuto insieme per anni Zamboni, Canali, Fatur e gli altri.

Incontriamo l'Autore per raccontare di questo progetto. Bentrovato Massimo.

Ciao Patrizio.

30 anni di ortodossia non è solo un cd e dvd ma un vero progetto sonoro a sostegno di un movimento culturale?

No, nessun movimento culturale - sarebbe davvero pretenzioso. Movimento, certo, e cultura, ma nessuna voglia di porsi a modello trainante. É un documentario - prezioso - testimone di una serata irripetibile.

Durante questo viaggio alcuni compagni hanno intrapreso altre strade, ne parlavamo nel precedente incontro, altri sono sopraggiunti. Un equilibrio stabile dato dalla forza della musica e l'amore per la stessa?

Mi piace questa mobilità continua dettata dalla vita, dal caso; in fin dei conti - hai ragione - c'è una stabilità finale che dà il senso di tutto, un tirare le somme che funziona.

State preparando alcuni live in giro per l'Italia che vedranno in formazione la vecchia squadra CCCP-CSI con l'aggiunta di altri nomi della scena, quali?

In particolare Enrico Enriquez Greppi di Bandabardò, e un vecchio compagno di strada, anzi, di molte strade, Gianni Maroccolo. Ospiti eccellenti, la loro presenza onora il nostro palco.

Com'è stato ritrovarsi dopo tanti anni insieme, un po' come ritrovare i vecchi compagni di scuola, quella della vita?

Con i vecchi compagni di scuola c'è sempre imbarazzo, e scrutarsi a vicenda... no, direi che tra noi c'è un intendersi di fondo, un affiatamento e una disponibilità che rendono perennemente attuale l'incontrarsi.

Vecchi fans e nuovi l'energia che percepite da essi ha sempre la stessa intensità?

Forse ancora di più, le canzoni si sono sedimentate in profondità - manca l'effetto sorpresa, di rottura, sostituito da un più duraturo e forte abbracciarsi a vicenda, condividere le stesse emozioni, conoscersi. L'entusiasmo che accompagna i concerti è vivificante, e mi impressionano la lungimiranza di parole e musiche...

30 Anni di Ortodossia è anche un film com'è stato concepito?

Un documentario che trova nel concerto di Reggio Emilia il suo pretesto e centro, Reggio è la mia città, centro privilegiato dei miei pensieri, sono particolarmente contento di aver realizzato il documentario in un luogo simbolico come la festa nazionale del PD al Campovolo. Non per lo schieramento, ma per la storia che è stata, e che mi costituisce.

Nel decidere la produzione del documentario hanno influito le prese di posizione di Ferretti?

Decisamente no, e perché mai?

Nel precedente incontro raccontavamo del rapporto ormai chiuso con Ferretti, Hai mai pensato di contattarlo in questo lavoro?

Beh, no. Ma sia chiaro che non voglio in alcun modo mettere un mio cappello sulle nostre esperienze precedenti; CCCP (o CSI) non è cosa mia, è un prodotto di tutti noi. A ognuno la responsabilità di renderlo forte e sensato anche nel tempo.

Hai promosso una campagna di abbonamenti a sostegno dell'ortodossia, per quei principi che vi hanno tenuti insieme nel tempo?

La campagna non è a sostegno di un concetto astratto, benché forte e sensato: l'ortodossia. É una richiesta di sostegno rivolta agli interessati al mio lavoro; ma non cerco proseliti, né voglio fondare nuove chiese. Stiamo parlando di produzioni culturali, e mettere l'accento su questo aspetto non sminuisce la proposta; anzi.

Sostenitore e militante. Quali le differenze?

É un meccanismo di reciprocità, e di maggior legame.

Intervista a Marco Ferradini: da I Balordi a La mia generazione

Intervista a Marco Ferradini: da I Balordi a La mia generazione

Innumerevoli volte avrete ascoltato la sua voce: dagli spot televisivi, ai jingles radio passando per le sigle di cartoni animati e la musica leggera questo è Marco Ferradini è autore e compositore. Ha scritto canzoni divenute icona della musica leggera italiana, innumerevoli i successi di cui citiamo: Teorema nel 1981 e Lupo Solitario D.J. nel 1983. Un percorso che inizia con la band de I Balordi passando poi alla carriera da solista.

Di recente pubblicazione un album intitolato La mia generazione dove Ferradini insieme ad altri protagonisti della scena musicale italiana, come Ron, Eugenio Finardi, Alberto Fortis, Fabio Concato, Eugenio Finardi, Moni Ovadia, Mauro Ermanno Giovanardi, Lucio Fabbri, Syria e tanti altri ha voluto rendere omaggio all'amico ed artista Herbert Pagani.

Incontriamo Ferradini al microfono di Patrizio LONGO per raccontare questa intramontabile avventura che ha segnato la storia della musica Italiana, bentrovato.

Hai iniziato da giovanissimo a suonare nei I Balordi. Perché questo nome?

I Balordi è stato il mio primo gruppo, ma ancora prima ho fatto parte di formazioni beat dilettantesche. I Balordi era un gruppo demenziale fondato dai fratelli Muratori simpatici creativi ed estroversi. Un'esperienza che ricordo con affetto. Poi ho fatto parte della Drogheria Solferino, gruppo prog degli anni 70, Dell'Enorme Maria di Simonluca, degli Yu Kung, Patty Pravo, Tozzi.

Una voce alla radio, prestata in diversi spot pubblicitari e jingles ne vogliamo citare qualcuno?

Sottilette Kraft è forse il jingle più conosciuto, ma ne ho cantati veramente tanti, Sprite, Coca Cola, etc. E poi le sigle dei cartoni giapponesi: Mazinga, Ufo robot, La Principessa Zaffire, Daitan 3, anche qui c'è la mia voce mescolata agli altri vocalists con cui lavoravo.

Il 1978 rappresenta un anno importante per la tua carriera, esordisce a Sanremo da solista con il brano Quando Teresa verrà. Chi era Tersa?

Una donna...ovviamente.

Quando si cita Ferradini si rimanda ad un tuo classico Teorema canzone stra suonata. Come nasce questo brano?

Nasce da una delusione amorosa, quando ti accorgi che chi ami non ti ama. Io raccontavo la mia odissea e Herbert Pagani ha scritto questo testo che mette a nudo i sentimenti contrastanti che spesso si nascondono nell'intimo di un uomo, che non vengono detti per pudore.

Il successo è stato dato non solo per la canzone ma anche per il coraggio di essersi aperto il cuore.

Raccontami del tuo incontro con Herbert Pagani?

Considero il mio incontro con Herbert come fondamentale per la mia carriera. A lui devo buona parte del mio successo. Ci siamo conosciuti alla fine degli anni '70 quando io avevo bisogno di testi per le mie musiche e lui di musiche per i suoi testi. Capimmo subito che insieme funzionavamo perché c'era stima e rispetto reciproco. Sandro Colombini era il nostro produttore all'epoca, fu lui che ci fece incontrare.

Adesso volevo parlare di un singolare progetto dal nome Caserme Aperte un tour dove per la prima volta, nella storia credo, le caserme sono aperte ai civili. Dove nasceva questa esigenza, di suonare nelle caserme?

Caserme Aperte fu una “genialata” ideata da Ennio Melis (direttore della RCA) insieme a Libero Venturi (manager)entrambi scomparsi.L'idea era quella di portare la musica nelle caserme del 5° corpo d'armata degli Alpini di tutta Italia. Lo scopo era quello di creare un contatto tra la popolazione e i soldati . Fu una esperienza importante e bellissima che ho condiviso con altri due colleghi: Mario Castelnuoveo e Goran Kuzminac. Da quell'esperienza nacque il brano Oltre il giardino.

Nel 1983 ancora Festival di Sanremo con la canzone Una Catastrofe Bionda e l'omonimo album dal quale si ascolterà Lupo Solitario D.J. un altro classico della radio anni 80 in Italia?

Una Catastrofe bionda l'ho scritta insieme a Mogol per il Sanremo del 1983, brano a mio avviso bellissimo ma troppo raffinato per la kermesse dove l'ho proposto. Però quando lo canto nei miei concerti mi emoziono ancora anche perché è dedicato alla mia compagna.

Lupo Solitario invece è una dedica alle radio, a tutti i DJ di allora, perché grazie a loro le mie canzoni venivano trasmesse molto spesso. Sono loro che scoprirono Teorema, Week End e Schiavo senza Catene. Ma.... i DJ di allora avevano la libertà di scegliere!

Come e perché viene scritta Lupo solitario D.J.?

Venne scritta durante una notte, di ritorno da un concerto. É la descrizione del viaggio che stavo facendo, del paesaggio autostradale, con tanto di grill e camion fermi come bisonti a riposare. Quando la radio diventa il tuo compagno di viaggio, ci parli anche, e se poi ti trasmette ancora meglio!!! Parla comunque di questo nostro lavoro faticoso, del senso di smarrimento che provi ad essere sempre in giro, ma anche degli incontri e delle grandi soddisfazioni che il pubblico sa darti.

Intervista a Sergio Cammariere: "in questo lavoro concentro tutte le mie anime musicali"

Intervista a Sergio Cammariere: "in questo lavoro concentro tutte le mie anime musicali"

Un compositore dalle note raffinate, soffici e caleidoscopiche questi solo alcuni degli elementi caratterizzanti la sua personalità. Abbiamo avuto modo di incontrarlo ed apprezzarlo durante diverse escursione sonori che spaziano fra i differenti stili sonori dal jazz alla bossa alle composizioni per pianoforte. Nel 2008 racconta al nostro microfono del tour Cantautore Piccolino, successivamente l'artista prende una pausa per dedicare la propria sensibilità ed esperienza al cinema ed al teatro, come agli esordi.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Sergio Cammariere per ascoltare insieme il suo lavoro. Bentrovato Sergio!

Grazie per avermi invitato, è sempre un piacere.

Un Cd che trasuda del tuo mondo. Possiamo definirlo un disco autobiografico?

Si, direi che è un concentrato di tutta la mia essenza, di tutte le anime musicali che da quando ho cominciato a fare questo mestiere contribuiscono a rendere unici sia i concerti sia gli album. Sento dentro la musica che ho ascoltato, che ho suonato, che ho amato. E il filo conduttore è sicuramente il sogno, l’immaginario, il vissuto interiore. Ci sono anche gli elementi primordiali della natura: l’acqua, la terra, il cielo… il mediterraneo. Tutto questo è nel nuovo album.

I riferimenti sonori sono diversi, la base è decisamente jazz e poi avvertiamo tanti richiami alla musica melodica, alla bossa e a tanto altro. Ma tutte queste canzoni sono state scritte per l’occasione?

No, sono brani che sono nati nel corso degli ultimi anni. Perché oltre a scrivere canzoni, mi occupo anche di cinema, di teatro, di televisione. Ultimamente per esempio ho lavorato per i Promessi Sposi, la grande opera di Michele Guardì e Pippo Flora, suonando i pianoforti e curando l’editing.
Poi ho lavorato con Dacia Maraini in dieci nuove canzoni tratte da Teresa la ladra, uno spettacolo interpretato da Mariangela D’Abbraccio.
Con Fabrizio Bosso invece abbiamo rimusicato tre vecchi film del 1915 del genio Charlie Chaplin: sono sessanta minuti di musica racchiusi in un dvd prodotto da Ermitage, casa di produzione francese.

Per la RAI inoltre ho lavorato sul film Tiberio Mitri - Il campione e la miss, esperienza durante la quale ho avuto modo di appagare sia la mia anima jazz sia quella sinfonica, dirigendo una vera e propria orchestra. Insomma, davvero tanti progetti.

Hai voluto dedicare il disco al regista, scenografo e designer Pepi Morgia. Quale sentimento prevale?

Pepi era una persona garbata, un gentiluomo. Abbiamo fatto tanta strada insieme, a partire dal Premio Tenco. Curò anche la regia del mio primo dvd registrato allo Teatro Strehler di Milano.

Intervista a Nada mentre parte il tour di "Vamp"

Intervista a Nada mentre parte il tour di "Vamp"

Un marchio nella musica italiana d'autore, potremmo definire con queste parole il carattere eclettico e travolgente di Nada. Un'Artista che si presenta sul palco dell'Ariston nel 1969 e che durante il proprio percorso musicale ha voluto spaziare e sperimentare in diversi stili sonori: dalla musica pop ai lavoro con Massimo Zamboni, Cesare Basile e non ultimo nella scena internazionale John Parish.

Il suo ultimo lavoro s'intitola Vamp (2011 - Infecta) di cui è autrice e cantante e conferma ancora una volta la creatività e la libertà con cui Nada Malanima ha sempre proposto la passione per la musica e l'arte.

Al microfono di Patrizio LONGO incontriamo Nada, bentrovata?

Grazie.

Vamp un titolo “forte”?

Si, mi da una sensazione di libertà e di energia, che in musica sono due belle caratteristiche.

Non hai mai proposto qualcosa di “forzato“ al pubblico che ti segue da anni. Hai scritto le canzoni di questo lavoro con quale idea?

Mi sono sempre opposta alle cose forzate, forse qualche volta mi sarà anche capitato , mi sarà sfuggita di mano la situazione ma certamente non era nella mia intenzione. Ho scritto le canzoni di Vamp con entusiasmo e passione, come sempre del resto, solo con l’idea di fare della buona musica.

Intervista a Cristina Donà: "Torno a casa a piedi"

Intervista a Cristina Donà: "Torno a casa a piedi"

Dal nostro ultimo incontro http://www.patriziolongo.com/interviste/792/interv... del 2004, quando ancora era una “promessa” della musica, di strada ne ha percorsa e tutta in ascesa. Il suo ultimo lavoro la classifica fra le cantautrici italiane più apprezzate dal pubblico e dalla critica musicale.

L'autorevole mensile britannico Mojo, scriveva di Dove sei tu (2003) un precedente lavoro: «dimenticate tutti gli stereotipi del pop italiano e le sue dozzinali imitazioni operistiche... È una cantautrice, sottile e sensibile».

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Cristina Donà, bentrovata?

Ciao Patrizio, bentrovato.

Quale la carica che ti ha dato questa recensione?

Posso dirti che mi ha dato una bella carica. Mi ha fatto pensare che non era così impossibile per noi italiani ottenere dei buoni risultati all’estero anche presso paesi che preferibilmente snobbano i nostri prodotti di musica leggera, pop o rock che sia. Fondamentale fu l’aiuto preziosissimo per l’adattamento dei testi e la pronuncia di Davey Ray Moor, il produttore.

Uno stile differente quello che sei riuscita a costruire nel tempo. Basato sulla ricerca di nuove armonie?

Per me ogni disco è un'avventura nuova. È molto legato alla vita e ai pensieri del periodo in cui lo scrivo, ma anche alla voglia di proporre una parte di me che nei precedenti lavori non si era messa in luce. Mi piace giocare e divertirmi, sperimentare personaggi lontani da me, come fossi un’attrice. Questo vale sia per le parole che per la musica.

Intervista a Fabio Schiavo autore con Enzo Gentile de "Beatles a fumetti"

Intervista a Fabio Schiavo autore con Enzo Gentile de "Beatles a fumetti"

Appena pubblicato Beatles a fumetti edito da Skira, un libro scritto da Enzo Gentile e Fabio Schiavo che vuole raccontare la storia dei Fab Four attraverso rarissimi e ormai irreperibili fumetti provenienti da tutto il mondo.

Tanti gli aneddoti di questo interessante e singolare progetto. Per raccontarli al microfono di Patrizio Longo incontriamo Fabio Schiavo, Bentrovato?

Grazie a voi.

Quando nasce l'idea di raccogliere fumetti sui Beatles?

Durante un concerto dei Chumbawamba, Enzo e io abbiamo iniziato a parlare di allestire una mostra. Poi, davanti alla quantità dei fumetti raccolti, circa un migliaio, quasi tutta la produzione conosciuta e censita, invece, abbiamo iniziato a pensare ad un libro, perché era un progetto più semplice da realizzare, più immediato. E maggiormente in linea con il suo contenuto... cioè i fumetti che sono qualcosa da sfogliare, da toccare. Lo stesso vale per il libro, cartaceo o elettronico, o Ipad che sia, hai sempre qualcosa da “sfogliare”, da guardare. Il senso, quindi, non cambia seppur cambia il supporto, che, non scordiamolo un semplice media, un veicolo per “trasportare” qualcosa. E fermiamoci qui per non entrare nella vexata querelle, neologismo plurilinguista, della prevalenza del contenuto sul contenitore o del media sul messaggio.

Intervista a Fiorella Mannoia: "Il Tempo e l'Armonia"

Intervista a Fiorella Mannoia: "Il Tempo e l'Armonia"

Un periodo artisticamente intenso, un disco che guarda alla scena latino americana, un tour acustico a favore del terremoto in Abruzzo del 2009 e adesso il nuovo lavoro intitolato Il Tempo e l'Armonia.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Fiorella Mannoia. Bentrovata Fiorella?

Grazie, buongiorno a tutti!

Il Tempo e l'Armonia: quale la stretta relazione fra questi elementi?

Questo titolo ha un duplice significato. Il primo è che la musica è costituita dal tempo e dall'armonia, che è la prima impressione, la prima idea che mi è venuta. Però mi piaceva molto anche l'altro possibile significato, il riferimento al fatto che spendiamo la nostra vita a cercare di vivere con armonia il nostro tempo. È la cosa più difficile, bombardati come siamo da tante cose, tante notizie. Anche nella civiltà occidentale, non è semplice trovare il tempo per ricreare l'armonia tra noi, tra noi e gli altri, tra noi e la natura. È un cammino molto difficile, che noi esseri umani facciamo regolarmente. Perché è a questo che aspiriamo: a vivere in armonia il nostro tempo.

Intervista a Christian Zingales: "Battiato on the beach"

Intervista a Christian Zingales: "Battiato on the beach"

Le sue opinioni musicali spesso si leggono sulla rivista Blow Up, mensile diretto da Stefano Isidoro Bianchi che con attenzione legge e commenta, con passione, il fermento musicale che spazia fra rock ed elettronica.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Christian Zingales per raccontare di Battiato on the beach (2010 – Arcana Edizioni). Bentrovato Christian?

Bentrovato a te Patrizio.

Cosa ti affascina del personaggio Battiato?

La totale mancanza di banalità anche quelle poche volte che potrebbe sembrare banale.

Un'artista che è sempre rimasto lontani dai canoni discografici e si affaccia sul mercato solo quando ha qualcosa da dire?

Battiato era già fortemente nel mercato discografico negli anni '70, era un mercato più underground ma già allora si poteva capire la capacità di imporre le sue leggi, di veicolare un suo linguaggio forte. Cosa che negli anni '80 diventa chiaramente più evidente con il successo di massa e il passaggio alla canzone, quando c'è un'evoluzione anche artistica oltre che una maggiore focalizzazione comunicativa, ma non cambia il senso di una poetica aliena e molto alta da cui tutti noi italiani dovremmo imparare molto.

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