Intervista a Kaufman: "Le tempeste che abbiamo"

Intervista a Kaufman: "Le tempeste che abbiamo"

Raccontano di sentimenti che sono stati chiusi in una: «scatola di vetro», forse per la paura comune alle persone con particolare sensibilità, a viverli. Questo percorso ha portato i Kaufman a realizzare il cd Le Tempeste che abbiamo (2014 – Irma Records).

Bentrovati Ragazzi?

Buongiorno.

Leggevo nel comunicato stampa che vi siete “chiusi” in studio ed avete realizzato il Cd tra ascolti, proverbi, discussioni. Quali gli ascolti che hanno accompagnato questa produzione?

Diciamo che la costruzione di un disco è un percorso lungo e complicato. Prima di entrare in studio c’è un lungo processo che porta alla scrittura dei brani, all’elaborazione di un mondo , chiamiamolo ideologico, attraverso le parole. Poi si individua un ‘ideale di suono. A quel punto siamo entrati in studio. Voglio dire…i riferimenti di suono (che erano Smiths su tutti, ma anche The pain of being pure at heart , slowdive) li abbiamo studiati prima. In studio ci siamo raccolti già con un obiettivo. Poi ovviamente una convivenza, in un momento di condivisione cosi’ totale come la realizzazione di un disco, porta a continui confronti. E questa è , probabilmente, l’alchimia che determina l’essenza del disco.

Spesso le persone con particolare sensibilità si chiudono verso i sentimenti, una difesa?

Che bella domanda. Non so se si possa affermare questo in generale con assoluta certezza. Certo sembra naturale proteggere una parte indifesa, come una ferita aperta. Ma facendo arte puoi capire che chiudersi verso i sentimenti sarebbe un problema. Credo che la soluzione la si possa raccontare come una scena di un film: ricordi My own private Idaho di Gus Van Sant?

Il protagonista soffriva di narcolessia. E c’è una scena in cui osserva la strada del suo paese nativo, una strada in mezzo al nulla, che si estende per kilometri. E la osserva mettendosi una mano davanti agli occhi e poi aprendo solo di una fessura le dita. Come a fare entrare e fare le vedere le cose a poco a poco, per non esserne sopraffatti.

Ale Raina vostro produttore Artistico ma anche autore e musicista?

Alessandro è stato per me un maestro. In molti ambiti. Essendo un autore il suo ruolo nel progetto è diventato talmente profondo che è difficile delinearne i confini. Ha co-scritto con me la maggior parte delle canzoni, canta alcune canzoni e suona in tutte.

Mi commenti questa frase: «Alieni, vampiri, astronauti, il fiore di Loto, rivoluzioni. Tutto parla di una non appartenenza che vuole cambiare le cose e che crea tumulti e temporali.»?

É un modo di capire il senso della tempesta. Ed è raccontato ne “il manifesto struggente di giovani vampiri”. Che , appunto, è un manifesto, una dichiarazione di intenti. L’idea è la percezione di una diversità,una non appartenenza a un sistema di valori imperante e quindi la scintilla della rivoluzione. Bruciare tutto per ricostruire in modo nuovo. Che, se ci pensi, è il senso stesso dell’arte. Chi è parte integrante del suo sistema sociale non ha la forza di vederlo dall’esterno. Chiaramente questa idea di tumulto ha un contraltare interiore, una fragilità, un’insicurezza. Nel corso del disco effettivamente ricorrono termini che portano a un senso di distanza. Gli alieni, l’astronauta, il fiore che , per eccellenza , indica l’abbandono del mondo e delle responsabilità sociali, le città immaginarie di personaggi immaginari, come Gotham o la disperata presa di coscienza di un’assenza attraverso una sostanza di finzione come la kryptonite. Ma qui poi torniamo al discorso di prima. Queste immagini servono a raccontare una ferita aperta aprendo la mano a poco a poco. Senza violenza. Senza fare troppo male.

Le Tempeste che abbiamo un disco autobiografico?

Non in senso stretto. É certamente una parte di vita e una parte di pensiero, una parte di ferite e una di gioie, mescolate con colori volutamente improbabili.

Rispetto ai precedenti cd: Interstellar college radio (2009 - Mizar/Audioglobe) e Magnolia (2011 - Mizar/halidon). Cosa è cambiato rispetto al vostro approccio alla musica?

É cambiato molto. Come già ho detto altrove avremmo potuto cambiare nome. Sono cambiati i membri della band nel corso del tempo ed é cambiata l’idea di musica. Quando eravamo più giovani ogni cosa era presa con più superficialità. E poi il passaggio alla lingua italiana ha aperto prospettive diverse, quelle di poter raccontare con un linguaggio più profondo perché madre.

Domanda libera?

Il senso da oggi in poi è raccontare le tempeste, portarle in giro nei vari locali. Live assumono colori diversi, aiutano a comprendere meglio alcune logiche del disco. Grazie ad Antonia Di Sbam e Ocarina Booking stiamo costruendo questo nuovo percorso.

Foto: Ufficio Stampa

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