Macello Petruzzi 33 Ore in "Ultimi errori del Novecento"

Macello Petruzzi 33 ore in "Ultimi errori del Novecento"

Sono 33 ore, 33 minuti, 11 canzoni con questi valori Marcello Petruzzi in arte 33 Ore presenta al nostro microfono il secondo lavoro. Sono brani che esprimono una disarmante spontaneità ed intensità emotiva. Le atmosfere hanno un carattere blues e conferiscono una sorta di cornice dalle intense sfumature.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Marcello Petruzzi, bentrovato.

Bentrovati a voi.

Un numero ricorrente il 33?

Leggo un libro, mi fermo perché ormai bolle l'acqua per il tè (al punto 33 sulla scala Newton): sono a pagina 33. Fermo in coda sui viali ho davanti un autobus, alzo gli occhi, è il 33. Chiamo qualcuno e di là mi fanno notare che sono le ore X e 33. Si blocca il computer, la finestra di dialogo mi dice che si è verificato l'errore -33. Forse un giorno arriverò al grado più alto della Massoneria, che è appunto il 33? No, e non ci sono coincidenze ma solo un congelamento di osservazione, quando qualche segnale esterno si connette nell'inconscio con la nostra esperienza messa in cantina. Se fosse il 27 vedrei solo 27. Ma se arrivo a 66 anni sarà comunque una bella ricorrenza.

Una sequenza di brani che compone Ultimi errori del Novecento. Un cd composto da canzoni scritte nel tempo che assumono carattere ironico ed una maturità del disincanto. Una sorta di raccolta delle emozioni, più silenziose?

Silenzio non disincanto né verismo, niente schiumetta da slogan, niente scommesse su qualche ubriaco cavallo generazionale. Una raccolta di emozioni ma penso condivisibili, già provate, forse rimesse in gioco con dimestichezza metrica che per fortuna lascia indifferente la parte scanzonata e "scazzottante" della piccola società musicale e non. Moresco dice "Tu continuerai a costruire orologi, io a svegliarmi di soprassalto sui cornicioni".

Un titolo che guarda al sociale Ultimi errori del Novecento. Quali hanno catturato la tua attenzione?

La poetica del biscione è un'insinuazione nelle coscienze e vedrai durerà ancora molto. Tuttavia non ne ho mai parlato nelle canzoni, sarebbe stato plateale, non sono né mi sento aristocratico ma evito di gettarmi nei temi su cui sboccano in tanti, sfilacciati, contingenti. Sono in sintonia col ripensare, non col citare o strillare i titoli del quotidiano odierno. In una canzone di Ultimi errori del Novecento ho fatto un cinico excursus delle fasi della vita e lo stimolo è stato Voltaire. Non è intellettualismo questo. Sento più attuale l'uomo che non l'epoca. "Le cose del mondo sono fumo".

Commentiamo insieme questa affermazione: «Undici canzoni che parlano delle donne belle (liberamente ispirata alle lettere di Adriano Sofri dal carcere), di se stessi e di aquiloni, o qualcosa di simile.»?

Mi era piaciuta moltissimo quella lettera scritta in carcere, indirizzata a una primavera precoce a cui Sofri si rivolge con un "noi" che riguarda ogni incarcerato. O quella in cui parla della trasparenza del mare, che da un giorno fatale in poi le generazioni successive alla sua non hanno più visto. La sua generazione come quella di mio padre ha potuto fare gli ultimi tuffi nella limpidezza ma ha anche visto la terra cambiare, la natura diventare opaca. Non hanno fatto niente di speciale.

Le donne con la loro vita offrono stimoli e invenzione, anche disastro, poi nuova ricreazione. Ovviamente è un fiume che scorre a due sensi, o incrociato, insomma "ognuno come gli va". Ma Sofri scriveva "sappiamo dell'inganno" e l'inganno non è un'azione premeditata di un genere. È il fatto che le emozioni si riempiono poi si svuotano continuamente, perché mai dovrebbero proprio loro, in carcere, resistere alla meraviglia illusoria di veder fiorire i mandorli a febbraio o veder svolazzare i mosconi? Lo sanno, è illusorio, questo è sufficiente ed allieta.

Chi sono i compagni di viaggio in questo lavoro?

Gente brava che parla poco e dopo aver pensato, comunque bene: questi i musicisti e gli ospiti del disco. Ma a capo della barca, al mio fianco c'è l'entità di Garrincha Dischi che ascolta, propone e produce.

Durante la stesura di un lavoro anche inconsapevolmente ci si lascia influenzare da altri Autori. In questo caso quali?

Inconsapevolmente allora penso piccole punte di Tom Waits, Dr. John, voglio dire solo un mood. I Beach Boys, per nominare un solo gruppo fra quelli che ricordo di aver ascoltato molto negli ultimi due anni. Qualche roba sconosciuta degli anni 60 e 70. Poi, chissà se è riscontrabile, ma il primo Dalla, forse solo una matrice.

Abbiamo chiesto ai tuoi amici di porti alcune domande:

Francesca Bono, musicista di Ofelia Dorme: Diceva Nietzsche "Maturità dell'uomo significa aver ritrovato la serietà che da fanciulli si metteva nei giochi". La maturità musicale?

Probabilmente sarà come sentirsi adeguati anche alle imprecisioni. Flessibili e ricettivi come antenne che non hanno nulla da temere. C'è una maturità musicale tutta orientata al controllo tecnico ed espressivo ed è lodevole perché esige lo studio per una vita intera. Non credo che sia ciò che davvero mi aspetto. Men che mai se il controllo è delle parole e dei messaggi, cioè se diventa un sapere geometrico di cosa raccontare. Penso a una maturità che non assomigli ad una banchina di ancoraggio ma ad un ponte.

Francesca Bono: Se dovessi associare la tua musica a un sapore o a un cibo, quale sarebbe?

Frutta di stagione e labbra toccate da un superalcolico.

Roberta Sardi, fotografa: Borges diceva: "Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina ma io sono il fiume; È una tigre che mi sbrana ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora ma io sono il fuoco. Cosa chiede il tempo a 33ore, come si aggroviglia la trama del tempo attorno ai suoi nervi?

Piove a dirotto ma non mi accorgo di essere io l'acqua, l'acqua che orienta. Il momento è vissuto, non è possibile altrimenti se non in un caso, e non è un caso certo. Il momento è ricordato, è possibile evitarlo. Nel ricordarlo ci sono tanti modi tra cui la ricerca di risposte alle intermittenze di senso nel momento di ora. La tigre che sbrana Borges mi fa pensare al serpente che accarezziamo mentre ci divora finché non ci abbia mangiato pure il cuore. Quella carezza è il voler bene alla propria vita e a tutto ciò che ha portato, male, bene, ricordo, riscrivo, pronuncio, invito, qualcuno si innamora.

Foto: Roberta Sardi - StudioWood

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