Intervista a Simone Vignola: "Going To The Next Level"

Intervista a Simone Vignola: "Going To The Next Level"

Un lavoro da solita che lo presenza sul mercato internazionale, suoni funk, fusion e loop per Going To The Next Level. Un cd che sbarca anche in Giappone per affermare il talento di un giovane artista campano.

Al microfono di Patrizio LONGO incontriamo Simone Vignola. Bentrovato?

Ciao Patrizo, grazie mille per l’invito.

Iniziamo a raccontare di come ti ritrovi ad accompagnare al basso i live dei Level 42?

Inizio col dire che aprire il tour italiano dei Level 42 è stata un’esperienza incredibile, per me piena di significato artistico e professionale, oltre che umano. Negli ultimi anni mi sono fatto notare in Europa come bassista virtuoso e ho partecipato a diversi festival in Germania, Olanda ed Italia. In questa occasione sono stato contattato dal grande Aldo della Barley Arts che mi seguiva già da un po’; mi ha proposto di fare queste date da opener dandomi una grande opportunità. Tral’altro è stata un’intelligente accoppiata dato il mio stile che si avvicina molto a quello di Mark King, il bassista-cantante, lo slap, lo stampo anni ’80.

Ritieni più appassionato del basso o compositore?

Ultimamente vivo una dimensione più da artista, un po’ distaccata dallo strumento in se o dallo scrivere musica ma più legata alle emozioni e alla ricerca dell’io, del perché delle cose che sono intorno a noi. Di base è la filosofia che si riflette nella musica che rimane una forma di espressione più o meno evoluta di altre, un utile mezzo. Certo direi più facilmente di essere un bassista piuttosto che un compositore o un cantante, anche perché lavoro molto come turnista e produttore artistico, lavori molto più legati al mio essere musicista. Magari “song-writer” farebbe molto figo.

Going To The Next Level un nuovo livello di esperienza?

Probabilmente più la ricerca di un nuovo livello di esperienza, sapere di essere in movimento verso qualcosa di futuro. È un album che si è composto negli anni, le canzoni sono state scritte tra il 2006 e il 2009; sicuramente una consapevolezza minore rispetto ad oggi ma grande entusiasmo e coraggio. In fondo siamo in continua evoluzione, step dopo step, livello dopo livello; alla fine anche crescere diventa Routine.

Sei un appassionato di loop. Come li scovi?

Il mio lavoro in studio si basa molto sul campionamento e sui loops, ma rimane ben diverso dalla dimensione live. Ho una libreria loop collezionata nel tempo, per il resto utilizzo Cubase e Reason; molti loop invece li creo con i suoni delle stesse drum machines che uso dal vivo. I loop di strumenti quali basso e chitarra nascono da improvvisazioni sul brano, looppo le frasi più significative. Dal vivo il lavoro è più estemporaneo, più spazio all’improvvisazione e i loop ritmici nascono da un looping di beat boxing, percussioni e drum machines, suono per suono. I loop strumentali mantengono dei voicing molto semplici per non uscire troppo dall’armonia dei brani.

Soprattutto cosa ti appassiona di questa tecnica?

Il fatto di poter creare il sound di una band da solo è molto interessante e da la possibilità di esprimere al meglio le proprie idee su ogni strumento. C’è da dire che fuori Italia questa “pratica” del live-looping è maggiormente diffusa e ci sono tantissime tecniche diverse. La mia personale si basa molto sul concetto di “basso guida”: i loop, di per loro statici, vengono guidati dal basso su diverse soluzioni armoniche, accordi di una tonalità o modulazioni in un brano. Da bassista mi appassiona molto il poter avere un ruolo di rilievo con questo strumento pur non sfociando nel virtuosismo. Oltre questo credo sia fantastico il produrre una canzone direttamente su un palco: a differenza di chi suona l’elettronica io parto da zero, ogni live è diverso dall’altro, posso variare, improvvisare e dare sfogo alla sensazione del luogo e del momento preciso.

Love Song una delle tarcce del Cd. Una dedica che ti sei voluto rivolgere?

Sicuramente dal punto di vista bassistico un giro molto interessante, quasi didatticamente valido. Love Song è stato il primo brano con cui sono uscito allo scoperto nel 2009, singolo digitale che usci sull’olandese Schoots Records in occasione del Bass Day in Germania, in apertura a Richard Bona. Ebbe un ottimo riscontro e richiamò l’attenzione della Giapponese King Records. A mio avviso è stato un colpo di genio, o di fortuna. Era un periodo in cui studiavo molto il basso, subito dopo la vittoria dell’EuroBassDay di Verona, e mi uscì questa canzone in una soleggiata mattina di inverno. In fin dei conti è una semplice canzone d’amore, solare in un modo esclusivamente Italiano.

Going To The Next Level quali riscontri stai ricevendo dal mercato nipponico?

Non conosco ancora la mole di vendite in Giappone, ma ho già risposto a diverse interviste sui maggiori magazine Giapponesi come Jazz Life e Bass Magazine Japan e sto avendo un ottimo riscontro sul digitale dall’oriente. Inoltre il disco ha una distribuzione in tutta l’Asia, quindi ne sarà più lenta anche la quantificazione. C’è da dire che il mio vecchio manager si è magicamente appropriato del contratto con la King e questo mi tiene abbastanza fuori dalle novità. È una lotta continua per chi cerca di fare un discorso autentico di musica indipendente al 100%, la musica sembra essere degli imprenditori oggi e non dei musicisti.

Cosa rappresenta la musica per te?

La musica è il modo più diretto per comunicare un’emozione. Credo fermamente che le persone che fanno arte hanno di base difficoltà nel comunicare le proprie sensazioni e hanno bisogno di farlo tramite un canale più puro, meno filtrato. La cosa più bella della musica è che ti permette di trasmettere la propria esperienza senza differenza di razza, sesso, età e aspetto sociale; una libertà d’espressione del proprio io assolutamente unica. Dovremmo tutti saper vivere in società come viviamo sul palcoscenico, liberi e pieni d’amore.

La canzone più bella di tutti i tempi per te?

Every little thing she does is magic dei Police.

Foto: Aerchivio Ufficio Stampa

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