Intervista a Filippo Bordignon dei Casa: "Peggioramenti"

Intervista a Filippo Bordignon dei Casa: "Peggioramenti"

Un disco di reinterpretazioni dei generi dai suoni rock a quelli più folk. Un esercizio di stile che impreziosisce e raffina la musica dei Casa.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Filippo Bordignon, voce, tastiera, chitarra dei Casa. Bentrovato!

Sì.

Il nuovo album ha un titolo molto significativo: Peggioramenti?

Un lavoro che raccoglie canzoni scritte per evocare sapori che in pochi hanno il coraggio di servire in tavola.

Quali sono i motivi che vi hanno portato alla composizione di questa nuova fatica da studio?

In primis, volevamo mettere alla prova il sound engineering di Giulio Pastorello, polistrumentista nella band Eroma. Poi c'è il fatto che avevamo alcuni concetti da fermare nel tempo, riguardanti la nostra città (Vicenza), il precariato (Part time) e l’effetto del tempo perduto (Attraverso le stagioni). I motivi restanti invece, li serbiamo per la quinta prova da studio dei Casa, già in lavorazione con una line up un po' diversa rispetto a “Peggioramenti”.

Ma è anche un lavoro con: "dedica"?

L'intenzione era di mettere nero su bianco le influenze culturali comuni ai membri della band. Il risultato, contrariamente a quanto spesso sostenuto dalla critica nei nostri confronti, non tiene conto degli arcinoti Velvet Underground, Fall ecc. ma evidenzia di per contro quaranta personaggi afroamericani, appartenenti non solo all’ambito musicale ma anche politico (Huey Newton), sportivo (Tommie Smith) e letterario (Amiri Baraka).

In questo lavoro si cercano nuove strade comunicative, rispetto ai precedenti?

Ci siamo seduti a tavolino, riflettendo su alcuni dati Istat (welfare, lavoro, ambiente…) che ritenevamo significativi; poi abbiamo pensato che non fosse necessario soffermarsi sulle risultanti di questo o quell’argomento, che il fatto di concentrare il proprio interesse su dati statistici fosse di per sé uno stimolo significativo dell’atmosfera che ricercavamo. Solo un paio di mesi prima di entrare in studio cominciammo a parlare di arrangiamenti.

Un disco ricco di molti ospiti. Come sono stati scelti?

Abbiamo applicato scelte intenzionate, per usare un’espressione cara all’imprenditoria, a stimolare la ‘filiera’ creativa. Va evidenziato il contributo della chitarra acustica di Andrea Garbo (già con Jennifer Gentle, Il Genio e attivo per Emma Tricca), l’arpa celtica di Eleonora Volpato, la tastiera di Ian Lawrence Mistrorigo e l’elettronica del de-compositore Dressed /Undressed. Ci sono poi delle sorprese da tener d’occhio, come il sassofonista Giovanni Dal Sasso il quale, nel caso scelga di non diluire le proprie intuizioni nella leccata scena del jazz contemporaneo, ha le carte in regola per diventare… come dire… l’incorreggibile esibizionista del proprio Io.

I nomi dei brani hanno titolo brevi, con parole dirette. Una scelta voluta?

Pur a malincuore, siamo stati costretti a delocalizzare: ora i titoli ce li mandano direttamente dal Sud America.

Avete in programma un tour?

Il problema, emerso pesantemente negli ultimi anni, è la mia impossibilità a tollerare lo stress della vita on the road, in ogni sua declinazione. Pur non volendo scendere in dettagli personali, posso aggiungere che a frenarmi è quella che un tempo si sarebbe definita "mancanza di energia vitale". Ciò determina l’interesse altalenante delle agenzie di booking nei nostri confronti e dunque la parca attività live del gruppo, oltre all’impossibilità di promozionarci adeguatamente. L’ideale per me, sarebbe non uscire di un passo dallo studio di registrazione.

Quand'eri bambino, cosa volevi diventare?

Nutrizionista.

Ti senti politicamente rappresentato da una qualche fazione politica?

Vale a poco 'sentirmi rappresentato' poiché, a ben guardare, chiunque, volente o nolente, è parte di una percentuale.

Cos'è il rock, per te?

È il genere musicale di chi si rifiuta di paragonare il proprio Paese a una squadra di calcio; il resto viene da sé.

Foto: Franco Brunello

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