Intervista a Oliviero Toscani

Irriverente, Spontaneo, Mediatico. Incontriamo Oliviero Toscani comunicatore di immagini.
 
Una conservazione che basa il proprio focus sulla carriera artistica dei un grande personaggio italiano conosciuto in ambito internazionale. L'arte è l'espressione più alta della comunicazione. Se fossimo soli non avremmo bisogno di comunicare. Basta pensare da soli. Se c'è un altra persona bisogna comunicare vedi Adamo ed Eva.

Ha fatto pubblicità mostrando la mela... Fra le affermazioni che Toscani sottolinea.

«Non bisogna chiudere le "cose" in comportamenti stagno. Bisogna vedere senza essere condizionati da schedature.».
 
Quanto è stato importante avere l’immagine di suo padre, primo fotoreporter del Corriere della Sera?
 
E’ stato importantissimo. Prima di tutto non ho avuto il problema di scegliere che mestiere avrei dovuto fare da grande, e credo che questo sia un grande privilegio. Un po’ all’antica, come si faceva una volata: il figlio del ciabattino faceva il ciabattino, il figlio del musicista faceva il musicista, il figlio del giardiniere faceva il giardiniere; il figlio del fotografo faceva il fotografo. Anche tanti grandi artisti, come Mozart, sono stati figli d’arte. Credo che questo aiuti molto a non perdere tempo e non doversi chiedere “cosa farò da grande”, “avrò scelto bene o avrò scelto male”. Io non so ancora cosa farò da grande, sto aspettando la vera vocazione…. E poi da mio padre ho imparato la disciplina ed il rispetto del lavoro. Il lavoro serve a vivere, a guadagnarsi la vita. Il mio rapporto con la fotografia è sempre stato molto sano, molto pratico: a fotografia è il mio mestiere.
 
Come mai la scelta di studiare fotografia e grafica a Zurigo e non in Italia?

Mio padre è stato autodidatta, le mie sorelle – più grandi di me di 11 anni e 9 anni – sono fotografe, l’una sposata con un giornalista, l’altra con un fotografo (Aldo Ballo, della famiglia di fotografi Ballo, che fanno prevalentemente foto di architettura e still life), ma nel campo della fotografia sono tutti più o meno autodidatti, pur avendo studiato mia sorella architettura e mio cognato all’Accademia d’Arte di Brera. Io ho avuto invece un’educazione specifica di fotografia, design e grafica in una scuola all’epoca molto importante.

Quali sono le richieste più bizzarre che ha ricevuto nella sua professione di “creatore d’immagine”?

Ah, mi piacerebbe ricevere richieste bizzarre! Purtroppo invece le richieste sono sempre molto pedestri, fatte da imprenditori od istituzioni che hanno paura di fare cose che non siano già state viste e conosciute. Occorrerebbe un po’ di bizzarria…
 
Esiste il “bello assoluto”. E, se sì, dove?
 
Il bello è una aspirazione, è quello che manca all’uomo per essere perfetto… è una ricerca continua. Si parla di “creatività”, ma la creatività non è nient’altro che questa energia che ci spinge verso il bello, verso quello che non conosciamo ancora, verso una certa immortalità dello spirito. Il bello non è concreto, si concretizza nello spirito, nel sentimento che ognuno di noi ha verso ciò ritiene bello. Il bello è veramente un’aspirazione.

Le sue campagne sono state definite “irriverenti”. Lei con che aggettivo le qualificherebbe?

Irriverenti verso chi. Verso chi ha un concetto tradizionale ed obsoleto della comunicazione? Allora sono fatte proprio per loro, perché hanno bisogno di muoversi. L’arte deve essere sempre irriverente, altrimenti non ha niente da dire.
 
“Provocatorio” vuol dire “che provoca un interesse ulteriore”. C’è chi invece non vuole spostare la propria attenzione da ciò che già conosce; invece l’arte serve a rimettere in questione le nostre sicurezze. L’irriverenza la vede chi pensa che qualcosa sia sicuro, in realtà niente è sicuro, l’arte è una dinamica che ci deve tenere costantemente smuovere.
 
Ci riveli un trucco tecnico. Come riesce a spostare l’attenzione di uno spettatore da una prospettiva ad un’altra?
 
Non è un trucco. Ciascuno di noi ha un punto di vista ed una visione del mondo unici ed irripetibili, dalla propria altezza e dai propri occhi. Ognuno di noi è un testimone del mondo in modo unico. Se si sviluppa questo concetto anche a livello di pensiero e a livello fisico, cioè che nel mondo nessuno può essere al nostro posto e si prende coscienza di questa nostra posizione è possibile spingersi ulteriormente e rappresentare le cose giuste al momento giusto: cose che magari gli altri non hanno ancora visto. Un conto è “guardare”, un conto è “vedere”. Ci sono delle cose che la maggioranza della società non ha ancora visto e proporle crea dei problemi. Come ho detto, ci sono molte persone che non vogliono spostare la propria attenzione. L’arte moderna ha sempre creato dei problemi.

Lei afferma che “la comunicazione è una forma moderna di azione culturale”. Ritiene che la stessa sia anche una nuova forma d’impresa?

L’Arte è l’espressione più alta della comunicazione. La comunicazione è sempre esistita: dal tatto, all’olfatto, all’emettere segni, dal sesso alla comunicazione per posta, per e-mail… L’arte è comunicazione. La comunicazione è l’impresa produttrice di “bene” – anche economico – più grande che ci sia. Ci sono dei quadri, delle opere d’arte, che non si possono nemmeno più comperare da quanto valgono

”La pubblicità genera il desiderio di qualcosa che non hai, e questa è causa di frustrazione se non riesci ad averla”. Questa è la chiave per accedere al mondo dei consumatori?

Anche il paradiso è qualcosa che non si ha e cui si desidera accedere: quindi anche Michelangelo faceva pubblicità alla Chiesa. La pubblicità (o comunicazione, chiamatela come volete, è tutta pubblicità) è sempre stata al servizio di un potere religioso, politico od industriale. La pittura del rinascimento era pubblicità della Chiesa, la Cappella Sistina è pubblicità del potere ecclesiastico. Tutto si potrebbe chiamare “pubblicità”: è rendere pubblico un’opinione, un evento, una situazione, punto di vista, un avvenimento, una visione. C’è sempre un potere – ma non in senso negativo, in senso sociale, di “società” – che governa la comunicazione. Se fossimo soli basterebbe pensare, ma visto che viviamo in società o anche se solo ci troviamo con una persona, c’è necessità di comunicare: Adamo ed Eva hanno cominciato a comunicare. Eva ha fatto pubblicità alla Mela facendola vedere ad Adamo e proponendogli di mangiarla. Bisogna quindi non fare distinzioni a compartimenti stagni. Ogni cosa ha un suo valore in sé, non in quanto appartiene ad un gruppo, ad una classificazione, ad una schedatura fatta dalla storia per comodità.
 
Ha mai posto dei limiti morali ai suoi scatti?

I limiti sono quelli della mia morale. Dov’è il limite della morale? La morale la fa chi ha i cannoni più potenti. Io non so bene cosa sia la “morale”. Ci sono tante cose di morale comune che io non condivido, mentre ci sono cose che vengono considerate immorali e che io invece condivido.

Se dovesse rappresentarsi con uno suo scatto, quale sceglierebbe?

Vi farò vedere la fotografia che mi farò quando sarò morto.

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