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Lo scorso 27 aprile ha ricevuto dal Sindaco di Trieste, sua città natale, la Civica Benemerenza.

Una seconda “giovinezza” quella che il Maestro sta vivendo con il lavoro DVD+Libro: Il Giovanotto Matto di Pupi Avati e un Cd Classics in Swing. Un progetto degli anni ’50 ritenuto in quel periodo “moderno”.

Al microfono di Patrizio Longo, incontriamo Lelio Luttazzi. Benvenuto maestro!

Grazie, buongiorno!

Il 25 aprile ha festeggiato il suo compleanno presso la sede del Comune di Trieste. Per l’occasione il sindaco le ha conferito la Civica Benemerenza. E’ stato un evento importante anche per festeggiare la sua carriera?

No, non è un momento importante per la mia carriera, anzi. Anche perché avevo mollato un po’ di anni fa. Adesso ho ripreso… o meglio, mi hanno fatto riprendere… grazie al dvd diretto da Pupi Avati, che mi pare che sia in vendita ancora adesso e che pare sia andato molto bene. Quindi, siccome da cosa nasce cosa, devo ancora fare qualche lavoretto. Però tutto questo mi ha procurato il più bel compleanno della mia vita, perché sfido chiunque a festeggiare il proprio ottantaseiesimo compleanno in un comune come quello di Trieste, con un sindaco affabile come quello di Trieste, e con un pubblico speciale come quello intervenuto per l’occasione.

In questo periodo, come dicevamo, è in vendita nelle librerie e nei negozi di dischi un cofanetto comprendente un dvd e un libro, intitolati Il giovanotto matto, ed il cd Classic Swing. Si tratta di un progetto degli anni ’50 ritenuto moderno?

Sì, credo che si possa dire “moderno”… all’epoca lo swing esisteva già, era molto diffuso in America, c’erano molti dischi, ma in quel momento la casa discografica non ritenne opportuno farlo uscire. Non ricordo nemmeno bene quale fosse la ragione, fatto sta che il mio disco rimase lì. Il nastro fu ritrovato da mia moglie in una scatola di cartone, durante un trasloco, e fu immediatamente stampato per intercessione del mio procuratore, che è il batterista Roberto Podio. E così, adesso è uscito questo disco che a me non dispiace, perché l’orchestra di allora suonava veramente bene. E anche perché è abbastanza originale, nel senso che i motivi “classici” rifatti a swing sono una cosa abbastanza nuova, come lo erano allora. E questo è tutto ciò che posso dire a favore di me stesso, che è una cosa che non mi piace fare.

Parlavamo di traslochi. È dello scorso novembre la sua decisione di tornare a Trieste insieme a sua moglie, per non lasciare più la sua città, lasciando però Roma dopo quarantacinque anni. Perché questo ritorno?

Perché ho avuto una botta di nostalgia. Finito il dvd con Pupi Avati, ci siamo seduti al Caffè degli Specchi ed io guardavo intorno e dicevo: «Pensa che bello, vivere a piazza dell’Unità». Cosa impossibile, peraltro, dato che piazza dell’Unità è circondata da palazzi amministrativi. E così mi è nata questa cosa dentro. Non so com’è successo, e non lo saprò mai, e non lo capirò mai, ma dopo qualche mese mi arrivò una lettera che mi offriva un appartamento a palazzo Pitteri, in piazza dell’Unità. E così, senza alcuna esitazione, decisi di finire la mia vecchiaia dove sono nato.

Riconoscimenti importanti, quelli ricordati, come anche quello del Festival di Sanremo. Quando ha deciso di tornare sul palco dell’Ariston per accompagnare questa giovane proposta, Arisa, e anche per riproporre un suo grande classico, Vecchia America? È stata anche l’occasione per ricevere il Premio della Musica 2009. Che effetto ha avuto, tornare sul palco dell’Ariston?

Il palco dell’Ariston non è mai stato di mia competenza, come compositore di canzoni, per mille motivi. Anche questa volta, grazie a Dio, non c’entravo. Per quanto riguarda Vecchia America, si è trattato di una proposta fatta da loro, perché io facessi qualcosa oltre all’accompagnamento di Arisa. Per quanto riguarda Arisa, mi fu indicata dal Festival di Sanremo, da Bonolis stesso, che mi telefonò per invitarmi. Io non volevo andarci, ma poi lei venne a Trieste e mi fece sentire la canzone con i suoi collaboratori. Mi piacque, e accettati di andare al Festival. È successo così.

Lelio Luttazzi è musicista, compositore, direttore d’orchestra, attore e presentatore televisivo italiano. Uno showman completo, potremmo dire. A quale di queste figure professionali si sente più vicino?

Tutto sommato a quella del musicista, credo.

Una carriera artistica in continuo movimento: dallo scrivere partiture per spettacoli, alle canzoni ed alla commedie. La televisione di oggi, rispetto al passato, come la vede?

È peggiorata, certo, come tutti dicono. Rispetto a quella di StudioUno, per fare un esempio. Però odio gli applausi, le grida comandate, gli “sbracciamenti” fuori tempo, il battere delle mani in levare. Io la guardo molto perché, essendo molto sordo, in cuffia sento bene l’audio e quindi trovo sempre qualcosa che mi interessa.

Un riferimento alla trasmissione StudioUno: lei ha scritto diverse canzoni per grandi interpreti della musica italiana, fra cui Mina. Come nasce la famosa Una zebra a pois?

Chiocciolini, uno degli autori, mi mando un testo che musicai subito e che poi fu firmato anche da Verde e da me stesso… non ricordo perché, probabilmente perché ci mettemmo le mani tutti. Comunque fu Chiocciolini quello che mi mandò il titolo e i primi versi.

E poi, la sua classifica strepitosa sul programma nazionale: era un ricalcare la classifica americana?

Sì, evidentemente il funzionario che me ne offrì la conduzione trasse l’idea da quella americana, che era con Frank Sinatra, che io avevo ascoltato fanaticamente nell’immediato dopoguerra. È stato senz’altro così.

Il giovanotto matto è la sua prima composizione, che scrive per Ernesto Bonino. Cos’ha significato per lei?

Tutto sommato, e per farla breve, ha significato l’inizio della mia carriera e l’abbandono dell’università.

Il suo primo riferimento musicale è Louis Armstrong, un jazzista puro. Cosa le piaceva della musica black, che da lì a poco avrebbe conosciuto una nuova derivazione, il be-bop?

Della musica black mi piaceva tutto: ritmo, armonia, ma soprattutto – e parlo di ciò che precedette il be-bop di Gatsby e Charlie Parker, che erano dei geni di cui io non seppi mai ricalcare le orme – mi piaceva lo swing, a cui mi rifacevo e mi rifaccio ancora adesso, se devo fare qualcosa.

Al microfono di Patrizio Longo con il maestro Lelio Luttazzi. A lei va riconosciuto il merito di essere il portavoce dello swing in Italia. Dove nasce questa sua passione?

Nasce, appunto, nell’era dello swing dell’America anni ’30, ’40 e ’50.

Nonostante il ritorno dello swing nella scena internazionale, con diversi nomi, a suo avviso si tratta di un genere musicale per pochi?

Per quelli che lo capiscono è una goduria (ride) ma si tratta sempre di una minoranza, e sarà sempre così. Ma non morirà mai.

Maestro, la ringrazio soprattutto per tutti i capolavori che ci ha regalato e che, magari, vorrà regalarci.

Troppo buono, grazie a lei!

Alla prossima!

Addio, arrivederci!

Ascolta intervista audio a Lelio Luttazzi.

Foto: Andrea LASORTE

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