Il jazz italiano di Ivan Segreto

Giovanni Allevi al nostro microfono a raccontare questo percorso in ascesa.

Il sogno di un bambino che timidamente si avvicina al pianoforte e lo sente subito come qualcosa che ha sempre conosciuto.

Allevi è a Lecce in una delle date del tour internazionale che come annunciato lo ha visto protagonista nei più prestigiosi locali fra cui il Blu Note Jazz tempio della musica d'Autore.

Il suo genere non è classico ma neanche contemporaneo. Rappresenta come pochi altri Autori il punto di confine fra due differenti stili musicali.

Allevi parlando di “pensiero stupendo” sezione nel suo sito ci racconta.

E' un quaderno che raccoglie le sensazioni degli spettatori incontrati nelle numerose date live.

Il mio non è “semplicemente affetto” ma alta considerazione del pubblico. Sono convinto continua l'Autore che l'opera d'arte si realizzi nell'ascoltatore, divenendo egli stesso un'opera d'arte.

L'intervista si conclude salutando l'Artista e ringraziandolo per la disponibilità.

Ed eccoci qui ai microfoni di Extranet, con questo incontro molto gradito: questa sera Ivan Segreto.

Ciao a tutti.

Il nostro primo incontro è avvenuto nell’ottobre del 2005, si parlava del tuo lavoro, del tuo secondo lavoro, che tra l’altro “Fidate correnti” ti ha visto anche nella veste di produttore esecutivo. Cosa è cambiato rispetto al primo lavoro. Come hai preso questo differente approccio - sicuramente di maggiore importanza dal punto di vista impegnativo?

La voglia di avere controllo. Dopo il primo disco c’erano delle correnti che mi annoveravano nel club degli artisti che facevano un po’ le veci a Sergio Cammariere, ecc. A parte il fatto che stimo Sergio, ci conosciamo, siamo amici quindi lo stimo tantissimo, però sentivo di essere profondamente differente. E allora ho detto: prendo in mano la situazione e gestisco tutto, arrangiamenti ecc.; anche con l’aiuto dei musicisti perché ho dato molto spazio alla musica, ho dato molto spazio quindi ai musicisti, gli ho chiesto di essere totalmente liberi di proporre degli interventi, delle soluzioni anche arrangiative. Secondo me è venuto un lavoro un po’ acerbo sotto il profilo produttivo, del resto non sono un produttore, sono un musicista. E’ un po’ complesso, mi ricordo che quel periodo eravamo in Austria a registrare ed ero particolarmente stressato, ero stressantissimo anzi, perché dovevo cercare di gestire tutta la situazione e Marty J.Robertson, che è stata la mia co-produttrice, mi ha aiutato tanto a mantenere l’equilibrio… se no probabilmente avrei sbroccato!

Saresti andato fuori dai limiti… “Fidate correnti”: cosa vuole rappresentare questo titolo, cosa vuoi esprimere con questo titolo?

“Fidate correnti” è il brano che più rappresenta tutto il disco, ed è il brano dell’abbandono, della consapevolezza che spesso le cose che arrivano non dipendono da noi. Noi possiamo lavorare anni e anni per realizzare un nostro progetto, un nostro sogno, però nel nostro quotidiano (se siamo lucidi, se abbiamo anche la voglia di guardare la cose in faccia per come sono) ci troviamo tante piccole opportunità. Ed è dalle piccole opportunità che si costruiscono le grandi opportunità. Quindi “Fidate correnti” rappresenta questo: fidarsi a tutto ciò che intorno a noi ci aiuta a costruire il nostro progetto, e non necessariamente la cosa eclatante, ma anche la cosa piccina, che ci aiuta a focalizzare la cosa più grande. Perché spesso le grandi opportunità, se non siamo abituati, anche nell’umiltà, ad accettare le nostre difficoltà, perché comunque questo mestiere è un mestiere balordo, cioè è un mestiere che ti mette di fronte tutte le tue grandi debolezze, soprattutto in un paese come l’Italia dove c’è tantissimo potenziale inespresso perché non ci sono i canali. Tanti musicisti si ritrovano a combattere questa realtà. Allora bisogna avere fiducia nelle cose che si fanno. Parte del testo recita “sapremo vivere immersi nei colori che il mondo consapevole, o inconsapevole, ci dona”, perché non tutto quello che ci sta attorno appartiene a un disegno e quindi, in quanto disegno, è qualcosa di ragionato; spesso è il caso a dettare le situazioni e noi dobbiamo essere lucidi a carpire tutti i singoli messaggi e a sfruttarli al meglio. Poi se non va…pazienza.

In questi ultimi anni tanti i personaggi della scena italiana, tu prima citavi Sergio Cammariere, che tra l’altro è stato nostro ospite qualche settimana fa, adesso non ricordo con esattezza; poi c’è Giovanni Allievi, c’è anche Ivan Segreto. Come mai la scena italiana, proprio in questo preciso momento, sta presentando tanti talenti che trovano il loro punto di comunicazione e di espressione attraverso il pianoforte, tanti cantautori?

In musica ci sono stati sempre dei ricorsi, c’è stato un momento in cui il pianoforte è stato abbandonato. Mi ricordo una volta lessi che nel gruppo dei Police, Sting voleva il pianoforte e non mi ricordo quale componente del gruppo gli disse: “no, il piano via!”. Uno strumento anacronistico, no? Adesso sta ritornando ma non soltanto in Italia, è uno strumento abusatissimo in molti contesti. Il piano è uno strumento universale e io sono particolarmente affezionato perché oltre a suonarlo ne apprezzo la duttilità. E’ uno strumento che in tantissimi contesti riesce a esprimere emozioni di altissimo respiro. In Italia succede non so se per moda, non so se per qualcosa che può essere connessa… Una delle cose che non sopporto dell’Italia è l’esterofilia ormai radicata e iper-diffusa, per cui si creano delle correnti, giusto per restare in tema, che sono da una parte lodevoli, perché aiutano, danno spazio, dall’altra parte ti rendi conto di quanto queste correnti non abbiano un substrato. Spesso spuntano dei musicisti come dei funghi e vengono considerati, più che dei miti, dei personaggi che in quel momento stanno avendo del successo. Quando non si pensa che dietro ce ne sono tantissimi altri. Io ribatto sempre lì, perché ho questa cosa per cui soffro.

Sei un'Artista che ha fatto la gavetta…

Sì, esatto. Io vengo da dieci anni e passa di gavetta. Questa cosa mi dà profondo fastidio. Se io vado nei locali in Inghilterra, a Londra, c’è una quantità di gruppi che suonano e che alimentano una scena. In Italia questa cosa non si può mettere in piedi perché lo Stato non aiuta a costruire dei circuiti. Per un locale, per una persona che vuol fare musica dal vivo tirar su un gruppo non è una cosa facile, no?

Sei musicista e sei cantante. Ti ritieni un po’ più musicista o un po’ più cantante?

Questo qui è un distinguo che io non abbraccio, perché io sono musicista e poi, nel mio essere musicista, posso suonare il piano piuttosto che usare la voce, piuttosto che suonare il tamburello. La cosa più importante di un musicista è che faccia questo, cioè che sia autentico a prescindere dallo strumento che suona, che lo faccia con onestà e coerenza.

Ci sono degli stati d’animo particolari, dei momenti particolari che ti invogliano a scrivere una canzone. E se sì quali sono…se possiamo saperlo?

Questo è un periodo abbastanza confuso, perché stanno succedendo mille cose: aspetto una bimba, ho fatto due dischi devo fare il terzo, ho un po’ di successo, mi rendo conto di quello che accade,ecc. Ogni tanto c’è qualcuno che spunta e mi dice che quello che faccio è un mestiere, che devo pensare a me come “a un’impresa”. Questa cosa mi aliena tantissimo, scrivere canzoni è una cosa molto delicata, ma fare musica in genere, scrivere le canzoni è uno degli aspetti del far musica. Questa cosa sostanzialmente è dettata da momenti emotivi particolarmente densi e particolarmente intimi. Può succedere, almeno a me succede di scrivere delle canzoni di getto, testo e musica, può succedere di suonare, improvvisare al piano, di tirare fuori tre quattro idee che POI, dopo tre, sei, otto, dodici mesi diventano quattro pezzi differenti. Le facce della creatività sono molteplici però secondo me la cosa fondamentale è darsi tempo, non forzare questo meccanismo perché non puoi forzarlo e cercare di ritagliarsi una serenità psicologica fondamentale; perché scrivere, quindi avere il guizzo dell’idea, che magari può funzionare, è un po’ essere capaci di ascoltare senza avere la presunzione di fare qualcosa che già sicuramente funziona. E’ un’alchimia strana, è bizzarro, comunque è quella cosa che ti fa sentire di avere colto qualcosa che sta oltre le tue possibilità, perché le grandi idee, o comunque delle belle idee, sono spesso idee che neanche tu ti rendi conto da dove sono spuntate.

Adesso dopo una serie di domande alleggeriamo un attimo i toni. E’ vero che sei stato diciamo “scelto”, che è nata una collaborazione tra te e il maestro Battiato. Tu dovevi aprire sei date del suo tour, in realtà poi ne hai aperte solamente tre. E’ vero che lui ti ha “accettato” per aprire i suoi concerti, ma tu non l’hai mai incontrato?

E’ successa una cosa bizzarra ai tempi (perché comunque adesso ci vediamo; ci siamo visti di recente che stava mixando il disco nuovo): era tale per me lo spavento di incontrare un personaggio così denso - Franco è una persona che oggettivamente vanta una storia che pochi artisti in Italia possono vantare e ha anche uno spessore che pochi musicisti in Italia possono vantare. Per cui ero lì, mi ricordo che durante quelle esibizioni ero lì e quasi non credevo all’idea di aprire i suoi concerti. Mi ricordo alla prima data un mare di gente e mi vedevano timido, ad un certo punto è partito un applauso di un tizio che adesso non so ovviamente chi sia, che mi ha incoraggiato, e sentivo due applausi sparuti e poi è partito questo boato di tutta questa gente: ancora me lo ricordo come un’emozione mostruosa. Ed ero lì come dire “vado? No, magari lo disturbo e allora non vado”. Insomma in tutto questo teatrino non ci siamo mai incontrati, cioè io sapevo che lui apprezzava il fatto che aprissi i suoi concerti però dopo ci siamo spiegati ecc. Però è stato sbizzarrissimo.

Grazie ad Ivan Segreto per essersi raccontato all’interno di Extranet. Spero di rincontrarti quanto prima.

A presto a tutti. Ciao

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