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Sergio Staino definisce Bobo il personaggio frutto della fantasia dell’Autore come una sorta di alter ego.

Dal 1979, anno della prima pubblicazione sulla rivista Linus, Staino attraverso Bobo racconta avvalendosi nel tempo dei vari media (radio, tv, teatro) l’Italia ed i suo aspetti socio-politici.

Una personalità a tratti razionale in altri sognante. Le sue tavole da anni sono presenti sulle prime pagine del quotidiano l’Unità.

E’ stato il fondatore della rivista “Tango”. Nome dato dall’Autore per distaccarsi dai nomi utilizzati in passato e per sottolineare l’amore verso il genere musicale che definisce “molto passionale”.

Staino rappresenta una figura importante nella storia del nostro Paese ad egli il merito di aver fotografato attraverso la vignetta: costumi, mode e politica italiana.

Lo incontriamo per ripercorrere questo percorso attraverso i suoi ricordi.

Possiamo affermare che Bobo, il suo personaggio più conosciuto sia una sorta di alter-ego, un modo alternativo di vedere la realtà?

Sì, è nato sicuramente così, anzi c’era un’identificazione quasi meccanica fra me e lui, poi ovviamente io sono invecchiato, spero di essere maturato, lui è rimasto un poco più giovane e ancora ricco di emozioni.

Pensa che il suo modo di essere fumettista oltre i luoghi comuni, oltre l’abitualità sia anche un modo per fotografare il quotidiano e per testimoniare quello che avviene nell’esistenza umana del nostro tempo?

Sì, sicuramente è così. Non è che io lo abbia scelto a tavolino, l’esigenza che avevo all’inizio era di raccontare delle cose che sentivo dentro e che erano frutto di vicende personali, raccontando questo poi mi sono reso conto che era un modo per raccontare la realtà che ci circondava essendo io un appassionato di politica e credendo che attraverso la politica si possa cambiare questo mondo, la satira che ne è uscita fuori riguarda molto il mondo della politica.

Perché molto spesso i creativi e gli artisti sono di sinistra?

Credo che ci sia innanzitutto un’evidenza storica perché la stragrande maggioranza dei governi che ha conosciuto la storia sono di destra, essendo la satira obiettivamente quasi sempre all’opposizione o comunque scomoda per chi usa l’ipocrisia c’è stata questa prima grossa scrematura. Dico questo perché molti si sono meravigliati di un apparente spostamento a destra di Forattini, anche lui è sempre stato di destra in realtà essendo allora i governi quando lui lavorava di destra, veniva identificato con la sinistra. Un’altra cosa perché generalmente almeno la destra che abbiamo più conosciuto ha sempre cercato di guidare il mondo a temere il potere diffondendo delle grandi incertezze. La satira è una che diffonde dubbi e questo diffondere dubbi spesso ci porta a essere più vicini a una sinistra laica che a una destra fondamentalista, anche lontani da una sinistra fondamentalista. Io credo che nemici della satira siano sia i regimi totalitari di sinistra sia i regimi totalitari di destra.

Quando nasce la sua passione per il fumetto e quali sono state le fonti di ispirazione?

Ha una nascita precisa nella seconda metà degli anni ’40 quando bambino ho scoperto gli Albi d’oro di Mondadori e fortunatamente ho scoperto delle belle cose, il Paperino disegnato da Carl Barks io me sono reso conto in età matura che era quel Paperino lì, era meraviglioso, era proprio la middle class americana raccontata con divertimento e con un bellissimo disegno, da allora sono cresciuto con i fumetti.

Il suo approccio con il fumetto è stato abbastanza timido: laureato in architettura, successivamente un’esperienza nelle scuole medie e poi arriva appunto il fumetto. Quale aggettivo troverebbe una connotazione nel suo aspetto così critico e satirico di analizzare la realtà?

La cosa più difficile è dare degli aggettivi a sè stessi. E’ vero che sono arrivato molto tardi al fumetto ma al fumetto satirico. Credo profondamente, anche vedendo l’esperienza di altri miei colleghi bravissimi e più bravi di me, che sia necessario probabilmente arrivare tardi. Non credo si possa fare satira da giovani, da giovani si può fare un bellissimo disegno e si possono fare dei bellissimi manifesti propagandistici per delle idee in cui crediamo molto, poi quando la vita comincia a bruciacchiarsi un pò si riesce a distaccarsi e vedere un pò le cose da lontano e in chiave umoristica e poi si può diventare un autore satirico.

Dopo aver collaborato con quotidiani nazionali quali “Il Messaggero” e “L’Unità”, dirige anche nell’86 una rivista satirica dal nome “Tango”. Cosa ricorda di quel periodo?

E’ stato un periodo molto bello. Questo supplemento de “L’Unità” lo feci innanzitutto per il grande amore verso tanti colleghi che erano autori satirici prima di me e che io adoravo quindi lavorare con loro per me è stata una goduria impagabile. Credo che si sono fatti dirigere da me, pur essendo io quello con meno esperienza, perché tutti hanno sentito questo affetto che avevo per ognuno di loro, c’era una stima profonda e un grande feeling. Quello era il momento del craxismo un pò più antipatico, quando davano un pò troppo velocemente liquidata l’esperienza del partito comunista e tutta una serie di intellettuali guardavano dall’alto in basso l’esperienza de “L’Unita” e degli intellettuali che gravitavano intorno a loro.
L’idea di mettere su questo giornale, che era dato per spacciato, il fior fiore degli autori satirici era una cosa che mi stuzzicava molto. Non sapevo assolutamente quello che sarebbe stato storicamente questo giornale che ha probabilmente preparato o comunque aiutato a preparare il popolo comunista e la sinistra più vicina all’Unione Sovietica e all’esperienza ortodossa al crollo del muro di Berlino. Credo che “Tango” ha fatto abituare a ridere anche su tutta una serie di errori che abbiamo commesso nel nostro passato per cui il giorno dell’89 in cui il muro è venuto giù con tutto quello che voleva dire un pò di antidoto lo ha dato.

Perché il nome “Tango”?

Perché pensavo che un nome valesse l’altro, non volevo nessuna cosa che ricordasse le cose del passato, cose graffianti. Mi piaceva un nome evocativo, ero e sono tuttora un innamorato e appassionato del tango argentino, sia della musica che soprattutto delle parole che sono una grande poesia della disperazione, dell’abbandono, del rileggere da vecchi l’intera vita, per cui mi sembrava di buon auspicio e un bel taglio per avvicinarsi alla satira che di per sè è dissacrante, il tango invece è coinvolgente.

Il suo “Bobo” è stato presente anche nella fortunata serie televisiva di Italia 1 dal nome “Drive In”. Perché la scelta di approdare dalla carta stampata al piccolo schermo?

Fu un’idea di Antonio Ricci che mi disse che si era innamorato di queste strisce che io facevo e insieme pensammo alla possibilità di fare delle piccole pillole all’interno di questo spettacolo che per molti aspetti era innovativo rispetto alla televisione che si vedeva allora in Italia così ho accettato, c’era Paolo Pietrangeli che già da tempo sognava di poter fare un giorno un film su Bobo con lui protagonista e allora lo chiamai e facemmo queste piccole cose. Non è stata una cosa che molti si ricordano, nè probabilmente è una cosa che bisogna ricordare però personalmente è stata un’esperienza molto bella, ho imparato anche molto su come si costruiscono le battute disegnate e come sono diverse invece quando si costruiscono le battute televisive.

Potremmo definirla un antesignano del cabaret stile “Zelig”?

No, “Zelig” è nato prima e io ho imparato molto da loro perché sono stato con altri colleghi a fare dei disegni in diretta delle serate anche a “Zelig”. Mi definirei più un curioso perché mi incuriosisce molto sperimentare altri linguaggi, ho fatto film, ho fatto televisione, ho fatto video, ho fatto il direttore di giornale, ho fatto molte cose però mi sento solo fumettista, ho sempre detto che nella mia urna ceneraria se ci deve essere scritto qualcosa preferirei ci fosse scritto “fumettaro” perché tutte le cose che prendo in queste escursioni in altri linguaggi poi mi servono per riportarle nei fumetti e credo che le cose che faccio al di là del fumetto non sono cose molto importanti però sono molto importanti per me perché arricchiscono il linguaggio a cui sono più abituato.

Come nasce una vignetta. Quali sono i personaggi ispiratori?

La vignetta quotidiana è necessariamente legata alla cronaca quindi verso le 6-7 del pomeriggio bisogna vedere quali sono stati i fatti, poi insieme alla direzione del giornale si vedono quali saranno i titoli del giorno dopo quindi necessariamente bisogna argomentarla su quei titoli. Un grave difetto dell’Italia è che in genere i titoli importanti riguardano sempre cose italiane e questo è molto limitativo per noi. Un bel giornale dipende anche dai lettori, quando i lettori chiederanno che si possa aprire il giornale anche su notizie che vengono da molto lontano sarà un buon giornale. Quindi torniamo sempre lì, quando ci sono dei periodi storici monopolizzati da un’unica persona, com’è stato negli anni di Berlusconi, diventa una cosa ossessiva. Io arrivavo alle 7 la sera ed ero con gli zebedei a terra dall’idea di dover disegnare l’ennesimo Berlusconi. Oggigiorno, grazie anche alle tante facce dell’Ulivo, a questa divisione dell’Unione, l’opposizione etc, almeno abbiamo un parco giochi un pò più vasto. Mi piacciono di più e mi divertono di più quando ho la possibilità di fare della satira non necessariamente legata al quotidiano. Le pagine che faccio su “L’Unità”, la vignetta che faccio il sabato sul “Corriere della sera”, sono cose in cui mi posso permettere delle battute in cui i protagonisti sono due piccoli africani oppure una storia in cui ci sono delle farfalle e altri animali, c’è sempre un riflesso quotidiano con la realtà che ci circonda ma non così diretto e meccanico come purtroppo è la vignetta di prima pagina.

Più razionalista o sognatore?

Credo di essere una mescolanza, al 50 per cento, questo crea contraddizioni però se non fossi sognatore non potrei fare della satira e dell’umorismo e se non fossi razionalista non rispetterei i tempi ferrei che mi detta l’editoria.

Bobo è un personaggio che esiste nella realtà o è frutto della fantasia di Sergio Staino?

E’ un personaggio autobiografico, mi sono guardato allo specchio e mi sono un pò imbruttito. Bobo mi è uscito così, in modo molto casuale, non so perché l’ho chiamato Bobo, Pietrangeli una volta disse che sembra un orso con il nome di un orsacchiotto, è uscito tutto in pochissime ore, le prime strisce che ho fatto di Bobo sono del 10 ottobre del ’79, mi sono messo a tavolino e in pochissimo tempo ho rovesciato sulla carta tanti di questi disegni e ognuno aveva il suo nome, Bobo, Bibi e sono nati così. A posteriori credo alcuni critici ne hanno trovato anche le ragioni ma io non le sapevo coscientemente.

Ascolta intervista audio a Sergio Staino.

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