Volti Nuovi

Macello Petruzzi 33 Ore in "Ultimi errori del Novecento"

Macello Petruzzi 33 ore in "Ultimi errori del Novecento"

Sono 33 ore, 33 minuti, 11 canzoni con questi valori Marcello Petruzzi in arte 33 Ore presenta al nostro microfono il secondo lavoro. Sono brani che esprimono una disarmante spontaneità ed intensità emotiva. Le atmosfere hanno un carattere blues e conferiscono una sorta di cornice dalle intense sfumature.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Marcello Petruzzi, bentrovato.

Bentrovati a voi.

Un numero ricorrente il 33?

Leggo un libro, mi fermo perché ormai bolle l'acqua per il tè (al punto 33 sulla scala Newton): sono a pagina 33. Fermo in coda sui viali ho davanti un autobus, alzo gli occhi, è il 33. Chiamo qualcuno e di là mi fanno notare che sono le ore X e 33. Si blocca il computer, la finestra di dialogo mi dice che si è verificato l'errore -33. Forse un giorno arriverò al grado più alto della Massoneria, che è appunto il 33? No, e non ci sono coincidenze ma solo un congelamento di osservazione, quando qualche segnale esterno si connette nell'inconscio con la nostra esperienza messa in cantina. Se fosse il 27 vedrei solo 27. Ma se arrivo a 66 anni sarà comunque una bella ricorrenza.

Una sequenza di brani che compone Ultimi errori del Novecento. Un cd composto da canzoni scritte nel tempo che assumono carattere ironico ed una maturità del disincanto. Una sorta di raccolta delle emozioni, più silenziose?

Silenzio non disincanto né verismo, niente schiumetta da slogan, niente scommesse su qualche ubriaco cavallo generazionale. Una raccolta di emozioni ma penso condivisibili, già provate, forse rimesse in gioco con dimestichezza metrica che per fortuna lascia indifferente la parte scanzonata e "scazzottante" della piccola società musicale e non. Moresco dice "Tu continuerai a costruire orologi, io a svegliarmi di soprassalto sui cornicioni".

Un titolo che guarda al sociale Ultimi errori del Novecento. Quali hanno catturato la tua attenzione?

La poetica del biscione è un'insinuazione nelle coscienze e vedrai durerà ancora molto. Tuttavia non ne ho mai parlato nelle canzoni, sarebbe stato plateale, non sono né mi sento aristocratico ma evito di gettarmi nei temi su cui sboccano in tanti, sfilacciati, contingenti. Sono in sintonia col ripensare, non col citare o strillare i titoli del quotidiano odierno. In una canzone di Ultimi errori del Novecento ho fatto un cinico excursus delle fasi della vita e lo stimolo è stato Voltaire. Non è intellettualismo questo. Sento più attuale l'uomo che non l'epoca. "Le cose del mondo sono fumo".

Commentiamo insieme questa affermazione: «Undici canzoni che parlano delle donne belle (liberamente ispirata alle lettere di Adriano Sofri dal carcere), di se stessi e di aquiloni, o qualcosa di simile.»?

Mi era piaciuta moltissimo quella lettera scritta in carcere, indirizzata a una primavera precoce a cui Sofri si rivolge con un "noi" che riguarda ogni incarcerato. O quella in cui parla della trasparenza del mare, che da un giorno fatale in poi le generazioni successive alla sua non hanno più visto. La sua generazione come quella di mio padre ha potuto fare gli ultimi tuffi nella limpidezza ma ha anche visto la terra cambiare, la natura diventare opaca. Non hanno fatto niente di speciale.

Le donne con la loro vita offrono stimoli e invenzione, anche disastro, poi nuova ricreazione. Ovviamente è un fiume che scorre a due sensi, o incrociato, insomma "ognuno come gli va". Ma Sofri scriveva "sappiamo dell'inganno" e l'inganno non è un'azione premeditata di un genere. È il fatto che le emozioni si riempiono poi si svuotano continuamente, perché mai dovrebbero proprio loro, in carcere, resistere alla meraviglia illusoria di veder fiorire i mandorli a febbraio o veder svolazzare i mosconi? Lo sanno, è illusorio, questo è sufficiente ed allieta.

Intervista a Les SansPapier una musica per: "Aperitivi all'anice"

Intervista a Les SansPapier una musica per: "Aperitivi all'anice"

Un'avventura che non si “limita” al registro musicale ma che spazia collaborando con scrittori, poeti alla presentazione dei romanzi di Fabio Geda e come supporto a reading, manifestazioni di piazza e mostre d’arte.

Al microfono di patrizio Longo incontriamo Les SansPapier. Bentrovati.

Bentrovati a voi...

Un'avventura musicale che abbraccia l'arte in tutte le sue sfaccettature?

Diciamo che la musica è un terreno d'incontro perfetto per diversi linguaggi artistici, come hanno già detto personaggi ben più famosi di noi. In particolare l'incontro tra musica e letteratura è scritto nel DNA del gruppo: da questo nasce il tentativo di un linguaggio musicale in bilico tra il cantautorato (più attento alla cura dei testi) e la world-music (o etno-music, o folk-music che dir si voglia), in cui la parte strumentale assume un'importanza primaria.

Si avvia il “play” ed inzia a suonare Aperitivi All'Anice. Un lavoro che tra sfumature si jazz, rifiniture barocche e ritmi folk. Com'è nasce l'idea di scrivere un cd così variegato?

Questo nostro primo cd, come spesso capita agli album di debutto, è il risultato di un percorso durato almeno tre anni. Alcune di queste canzoni sono nate praticamente insieme al gruppo (è il caso di Le quartier o Pasitos) e sono cresciute con noi, a volte cambiando decisamente arrangiamento, altre volte mantenendo la loro atmosfera iniziale. Dunque l'ecletticità della nostra musica deriva anche dall'entusiasmo con cui ci siamo buttati in questo progetto. Certo è che risulta impossibile racchiudere la musica dei Les Sanspapier in un genere preciso: siamo "clandestini" per vocazione anche da questo punto di vista, non crediamo alle barriere che separano un tipo di musica da un'altra.

Diverse le sfumature dalla scena musicale francese che in qualche modo fa parte del vostro percorso. Quando vi ha influenzato nella melodia?

Moltissimo, direi anzi che questo è stato il punto di partenza. I modelli che avevamo in mente durante la composizione erano infatti per lo più gruppi francesi: innanzitutto i mitici Les Negresses Vertes, poi band attuali come Les Ogres de Barback, Debut sur le Zinc, Les Tetes Raides...una scena musicale fiorentissima oltralpe, di cui però in Italia si sa poco o nulla. Tornando alla melodia, è tipico di questa scena musicale, ad esempio, costruire il ritornello sugli stessi accordi della strofa, cambiando dunque la linea melodica, non l'armonia sottostante (il pop italiano, invece, cambia proprio gli accordi). Ascoltando il nostro cd, si nota che abbiamo scritto i pezzi "alla francese".

Aperitivi All'Anice è un cd dalle sonorità limpide. Una scelta voluta quella di avere partiture stilisticamente “pulite”?

Forse, più che voluta, dovuta! nel senso che negli oltre 100 live che abbiamo affrontato in due anni, ci siamo presentati con un'attrezzatura quasi unplugged: niente effetti elettronici, chitarra acustica, ogni strumento con il suo suono "naturale". anche questa impostazione arriva dalla musica francese di cui parlavo prima: alla base c'è l'idea che dovunque ti capiti di suonare, su un palco ben attrezzato oppure in mezzo a una strada, la tua performance possa essere sempre al massimo livello. tutto ciò è molto zingaro, molto bohemienne...molto sanspapier!

Intervista ai Garden Wall: "Assurdo" differenti incontri sonori

Intervista ai Garden Wall: "Assurdo" differenti incontri sonori

Un linea melodica volta alla costruzione di un'armonia tra prog metal e sonorità classiche. Questi i pilastri sui quali si basa il nuovo lavoro della band friulana. Una mistura, quasi alchemica, di ritmi e di incontra tra differenti culture sposandole verso altre chiavi di lettura.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Alessandro Seravalle, filosofo e musicista dei Garden Wall, Bentrovato.

Bentrocati a voi.

Assurdo è il titolo del vostro lavoro, un riferimento all'incontro delle differenti culture sonore fra loro?

Indubitabilmente uno dei tratti caratterizzanti del nostro nuovo disco è rappresentato dalla forte contaminazione tra istanze musicali diverse le quali sono state trattate “alchemicamente” in una sorta di paradossale calderone sonoro. Ogni istanza porta con se sapori culturali diversi e concorre all'emergere di un sound personale nel momento stesso in cui interagisce con le altre forme musicali e con la personalità dei musicisti coinvolti (in questo senso va anche letta la presenza massiccia di guest musicians che è peculiare di questo lavoro e che, almeno nelle intenzioni, sarà caratteristica anche delle produzioni a venire). Tuttavia il titolo del disco è maggiormente legato ad una posizione filosofica secondo cui la cattura di atomi di verità non può in alcun modo passare attraverso un'espressione "forte" (il cui prototipo è l'affermazione di carattere scientifico) ma necessita piuttosto di un approccio pudico da un lato e antisistematico dall'altro. In sostanza solamente attraverso il paradosso, l'assurdo, l'ossimoro o l'iperbole risulta fruttuoso un avvicinamento alla realtà, nella speranza di trarne qualche conoscenza. Tra Cioran (autentico mentore per me, assieme a Guido Ceronetti) e pensiero debole (sono stato allievo di Pieraldo Rovatti). L'elemento lirico-testuale viene spesso sottovalutato, ma è parte integrante ed anzi decisiva dell'universo artistico dei Garden Wall.

Una scelta azzardata?

Senza una sostanziosa dose di azzardo non può esserci espressione artistica ma solo, nella migliore delle ipotesi, buon intrattenimento. Nella storia di tutte le arti sono stati proprio i tentativi più “azzardati” a dare la stura ad una evoluzione, ad un cambio di paradigma (basti pensare alla rivoluzione dodecafonica di Arnold Schoenberg). Quello che i Garden Wall provano a fare è di tentare qualcosa di nuovo, di non addormentarsi e rifugiarsi al riparo di qualche comodo clichè. La via che mi pare più stimolante è appunto quella della commistione spinta tra tradizioni musicali diverse: il progressive rock classico, il jazz, il metal, elementi etnici, l'elettronica e la musica colta del XX secolo. Il problema di molta musica è il suo prostrarsi, temo molto spesso persino inconsapevole, a moduli stilistici triti e ritriti volti alla rassicurazione dei fruitori (uso questo termine non a caso) piuttosto che allo stimolo e all'apertura di nuovi orizzonti d'ascolto. I Garden Wall si candidano a “missing link” tra la tradizone musicale pregressa e nuove frontiere musicali di stampo avanguardistico.

Questo lavoro rappresenta una svolta nella vostra carriera?

La band ha subito nel corso della sua carriera diversi cambi di formazione, ma certamente l'ultimo è stato il più “traumatico”. La collaborazione con il batterista Camillo Colleluori infatti durava ormai da una dozzina d'anni. La sua dipartita, se da un lato è stata diffcile da assorbire, dall'altro ha aperto alla possibilità di un'autentica (ed invero ennesima) rivoluzione in particolare sul fronte della tavolozza timbrica enormemente ampliatasi grazie all'uso strutturale dell'elettronica e all'utilizzo, accanto alla batteria tradizionale, di grooves elettronici curati da mio fratello Gianpietro. La componente “metal”, sebbene tuttora presente, ha subito una contrazione piuttosto evidente lasciando spazio ad altre suggestioni sonore. “Assurdo” rappresenta una sorta di palingenesi per noi, ci stiamo rilanciando dopo un prolungato periodo di silenzio ed è un'opera, anche se ovviamente perfettibile, di cui siamo tutti estremamente fieri.

Intervista a Alberto Giraldi: "Deep Passage"

Intervista a Alberto Giraldi: "Deep Passage"

Un linguaggio contemporaneo veicolato dal jazz che partendo da quest'ultimo viaggia e sperimenta attraverso i numerosi generi musicali, cercando dal loro incrocio di crearne di nuovi. Questa la sintesi che meglio sembra rappresentare l'ensemble di Alberto Giraldi che incontriamo per raccontare del nuovo lavoro: Deep Passage.

Bentrovato Alberto. Un lavoro armonico che ha come base di partenza il jazz?

Il jazz è il mio "brodo primordiale", come dico nelle note di copertina del cd, e dunque partire da lì mi è sembrato assolutamente naturale. Trovo peraltro che in un momento così complesso per la ricerca musicale, come quello odierno, il jazz rappresenta un particolare crocevia in cui si possono incontrare e trasformare le esperienze più disparate. C'è molto qualunquismo musicale in giro; ma ci sono anche segnali incoraggianti. Deep Passage si unisce a questi, perché la musica d'arte continui ad avere spazi.

La tua musica da dove trae spunto?

Gli studi classici hanno influenzato non poco il mio percorso creativo, ma i miei amori di sempre sono i grandi del jazz. Tra i contemporanei poi, sono un fan accanito degli Yellow Jackets, di Pat Metheny e - da qualche tempo - ho approfondito l'ascolto del pianismo nord-europeo: adoro - su tutti - Esbjorn Svensson, un rivoluzionario, un innovatore vero.

Intervista a Simone Vignola: "Going To The Next Level"

Intervista a Simone Vignola: "Going To The Next Level"

Un lavoro da solita che lo presenza sul mercato internazionale, suoni funk, fusion e loop per Going To The Next Level. Un cd che sbarca anche in Giappone per affermare il talento di un giovane artista campano.

Al microfono di Patrizio LONGO incontriamo Simone Vignola. Bentrovato?

Ciao Patrizo, grazie mille per l’invito.

Iniziamo a raccontare di come ti ritrovi ad accompagnare al basso i live dei Level 42?

Inizio col dire che aprire il tour italiano dei Level 42 è stata un’esperienza incredibile, per me piena di significato artistico e professionale, oltre che umano. Negli ultimi anni mi sono fatto notare in Europa come bassista virtuoso e ho partecipato a diversi festival in Germania, Olanda ed Italia. In questa occasione sono stato contattato dal grande Aldo della Barley Arts che mi seguiva già da un po’; mi ha proposto di fare queste date da opener dandomi una grande opportunità. Tral’altro è stata un’intelligente accoppiata dato il mio stile che si avvicina molto a quello di Mark King, il bassista-cantante, lo slap, lo stampo anni ’80.

Ritieni più appassionato del basso o compositore?

Ultimamente vivo una dimensione più da artista, un po’ distaccata dallo strumento in se o dallo scrivere musica ma più legata alle emozioni e alla ricerca dell’io, del perché delle cose che sono intorno a noi. Di base è la filosofia che si riflette nella musica che rimane una forma di espressione più o meno evoluta di altre, un utile mezzo. Certo direi più facilmente di essere un bassista piuttosto che un compositore o un cantante, anche perché lavoro molto come turnista e produttore artistico, lavori molto più legati al mio essere musicista. Magari “song-writer” farebbe molto figo.

Intervista a Francesco Mignogna: "Il tempo che non c'è"

Intervista a Francesco Mignogna: "Il tempo che non c'è"

Un brano dedicato alla vita, un inno a non smettere mai di credere nei sogni e a tutto quello che il futuro ci riserva. Questa l'essenza che presenta: “Il tempo che non c'è” il singolo di Francesco Mignogna con la partecipazione di Valeria Rossi.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Francesco Mignogna, bentrovato?

Grazie Patrizio, sono molto felice di essere oggi qui con te.

L'inno a vivere l'emozioni al massimo. Cosa ti ha spinto a lanciare questo messaggio?

È una riflessione che mi capita spesso di fare, credo che tutti dovremmo riuscire a vivere anche parti di vita che apparentemente non ci sono, ma che siamo noi gli stessi artefici del loro inizio.

Intervista a Stefano Mordenti: un viaggio nel sentimento dell'amore

Intervista a Stefano Mordenti: un viaggio nel sentimento dell'amore

Un disco d'esordio dall'omonimo titolo per Stefano Mordenti. Spazio alle sonorità rock con una buona dose di pop melodico italiano. Una storia d'amore che viene letta attraverso le diverse fasi del sentimento dall'innamoramento alla delusione alla speranza di trovare una nuova storia.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Stefano Mordenti, bentrovato?

Grazie Patrizio, bentrovato anche a te.

Sonorità rock con una buona dose di pop melodico, questa l'essenza del Cd?

Si l'album è composto da brani prevalentemente pop/rock ma in alcuni di essi cerco di strizzare l'occhio alla sperimentazione.

Ascoltiamo insieme l'omonimo disco iniziando da Innamorarmi ancora. Una riflessione dopo una delusione?

Innamorarmi ancora parla di una storia finita, difficile da dimenticare ma che comunque fa riflettere per trovare la "chiave per innamororarsi ancora". Direi una speranza dopo una delusione.

E per È troppo tardi ormai?

Una sposa che non arriva mai all'altare ma quando decide di arrivare è troppo tardi ormai..

Un viaggio fra i sentimenti passando dall'amore alla delusione?

Il disco come giustamente hai anticipato, ruota intorno all'amore, per la donna, per ciò che si desidera, per la città, per la vita e cerca di trovare una risposta tra i sentimenti che questo viaggio provoca (passando anche attraverso delusioni) ma senza mai perdere la speranza di trovare un futuro migliore...

E Firenze, quali ricordi ti ripropone. Tanto da dedicarle un brano?

Firenze è la mia città, la città dove sono nato, dove sono cresciuto, dove ho imparato ad amare e dove ho imparato a superare mille difficoltà.

Amo fortemente la mia città e per questo come succede nelle più grandi storie d'amore, a volte la odio e la vorrei lasciare ma quando mi accorgo che sono più le cose che ci "legano" non la voglio lasciare più.

Intervista ad Etta Scollo: riletture artistiche in "Cuoresenza"

Intervista ad Etta Scollo: riletture artistiche in "Cuoresenza"

Uno spirito “migrante” che la porta a vivere fra la Sicilia e Berlino stabilendo una quasi perfetta antitesi fra tradizione e progresso. Questa la sintesi che racconta il lavoro di una donna catanese che ci racconta di Cuoresenza (2011 – Trocadero).

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Etta Scollo, bentrovata?

Non ho un buon orientamento, ma il perdersi è forse l'occasione per ritrovare ciò che si credeva perduto per sempre

Un disco raffinato, un puzzle, un monologo che racconta dell'amore nelle sue tante sfumature?

Racconta un modo di sentire e vivere l'amore in maniera personale, sempre in cambiamento, dove ogni brano rappresenta una faccia di questo amore, che esso sia ironico o melanconico.

In Cuoresenza si tributano grandi maestri italiani da Mina a Modugno passando per Battiato?

Si, è anche un omaggio ai grandi interpreti e autori della canzone italiana, con un occhio particolare a quelli degli anni sessanta, che sono stati gli anni della mia infanzia, e un orecchio a captare le sfumature più emozionanti e centrate sul tema dell'amore, come in La cura di Battiato.

Anche una cover straniera: Der Novak di Cissy Kraner scelta per quale motivo?

È una canzone buffa, assurda, che racconta di una donna che vuole fare follie ma il suo amante la protegge da se stessa. L'ho scelta perché mi ricorda i miei anni viennesi, in una città tra tradizione e sregolatezza.

Intervista ad Alberto Arcangeli: "Pop Down The Rabbit Hole"

Intervista ad Alberto Arcangeli: "Pop Down The Rabbit Hole"

Nel precedente incontro raccontavamo della passione, quella che ti impegna per ore senza mai avvertire la stanchezza. Un nuovo appuntamento con Alberto Arcangeli che ha da poco pubblicato il suo nuovo lavoro: Pop Down The Rabbit Hole.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Alberto Arcangeli, Bentrovato?

Ciao Patrizio, ben-ritrovatissimo!

Quale l'essenza contenuta in questo nuovo disco?

Be', io cerco di fare belle canzoni. Questa è la sostanza. Ho una mia idea su cosa sia bello, e ho la ferma convinzione che qualcosa di bello debba necessariamente nascere da un atto spontaneo. Poi ci si può lavorare sopra, migliorarlo e raffinarlo, ma se non colgo lo slancio iniziale (in quello che faccio, ma anche in quello che fanno altri) difficilmente riesco ad apprezzarlo. Quindi l’essenza è: ho qui dieci nuove canzoni che a me piacciono tantissimo, spero che piacciano anche a chi si appresta ad ascoltarle.

Intervista a Chiara Ragnini: "Il Giardino di Rose"

Intervista a Chiara Ragnini: "Il Giardino di Rose"

Una passione coltivata nel tempo che ha saputo dare i suoi frutti. Questa potrebbe risultare la riflessione su una cantautrice genovese che presenta alla scena il suo primo lavoro Il Giardino di Rose.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Chiara Ragnini, bentrovata?

Ciao Patrizio, grazie dello spazio e un saluto a tutti i tuoi lettori, è davvero un grande piacere.

Passeggiando idealmente in questo Giardino di Rose siamo attratti dall'atmosfera rilassante e odorosa delle tue note. Come ti sei avvicinata alla musica?

In casa mia, fino da piccola, ho sempre respirato arte, cultura e creatività. Grazie alle passioni trasmesse dai miei genitori mi sono avvicinata alla musica sino dalla tenera età, prima al pianoforte da autodidatta e poi alla chitarra e al canto, attraverso percorsi di studio con numerosi insegnanti genovesi. La musica mi ha sempre accompagnato facendomi da colonna sonora dei più variegati momenti della mia vita e lo farà sempre.

Un Album che racconta di te?

Il Giardino di Rose è un disco che raccoglie dieci canzoni scritte negli ultimi tre anni e sicuramente rispecchiano differenti stati d'animo di questo ultimo periodo di vita. Sono nata e vissuta a Genova ma da due anni a questa parte abito a Imperia: il tema del viaggio e del ritorno è spesso presente nei miei testi, a simboleggiare quanto a volte mi manchino le strade della mia città, l'odore del porto e i profumi che solo una città come Genova sa regalarti. Imperia e la riviera ponentina ligure hanno però saputo amabilmente colmare certi vuoti, in fondo la Liguria è la mia terra e la amo in maniera trasversale, da una riviera all'altra.

Hai suonato la chitarra di Luigi Tenco, appena dopo il restauro. Un'emozione che avresti mai immaginato?

È stata un'esperienza magnifica, grazie a Pepi Morgia che mi ha voluta ospite della prima serata del Restauro in Festival, svoltosi in uno dei borghi più belli d'Italia, nell'entroterra ligure. Non avrei davvero immaginato di avere un giorno questo onore: vedere la commozione e la gioia negli occhi dei familiari del grande cantautore è stato molto molto emozionante.

Numerose le partecipazioni sonore che ti hanno visto protagonista cosa hai percepito?

Sino ad ora le esperienze più belle sono state quelle mediante le quali ho potuto condividere questa passione con altri bravi musicisti e, prima ancora, belle persone. Cito a questo proposito il Biella Festival e il progetto Radar, curato da Franco Zanetti e Massimo Cotto, ai quali ho preso parte lo scorso inverno. Sono stati due momenti di grande stimolo per me, durante cui ho potuto confrontarmi con tantissime persone, soprattutto autori, che mi hanno letteralmente spronata a migliorare, lavorare sui testi e le musiche e, soprattutto, continuare a credere e lavorare al mio progetto con costanza e determinazione. La musica è condivisione e comunicazione e occasioni come queste offrono la possibilità agli artisti di alimentare notevolmente entrambi questi aspetti.

Cosa racconti in Quello che ho?

Questa canzone è stata scritta nel 2004 e le sono particolarmente affezionata, tanto da concederle l'onore (e l'onere) di aprire tutti i miei concerti e di fare da apripista anche al Giardino di Rose, come prima traccia del disco. una sorta di manifesto, il cui messaggio principale vuole essere il seguente: prendetemi come sono, questo è quanto possa offrirvi e non posso assicurarvi che cambierò tanto facilmente.

Mentre in Oltre le nuvole?

Oltre le nuvole è invece una canzone più recente, composta nella primavera del 2011. A volte si corre il rischio, fra due persone che si vogliono bene, di mettere a rischio la fiducia che si è venuta a creare e si pensa che la fuga sia la via migliore: io, per esempio, quando mi arrabbio o mi sento giù, comincio a riordinare qualunque cosa, dal terrazzo ai divani, ai quadri impolverati ("Ho spostato da quel muro il tuo quadro preferito / e fatto spazio sul divano dove tutto è cominciato"), freneticamente, in quanto mi aiuta a scacciare dalla testa le mie preoccupazioni. Come tanti, spesso mi è capitato di pensare di voler mollare tutto e fuggire sulla famosa isola deserta. Con il tempo, però, si capisce che non è questo il modo migliore di affrontare i problemi, bensì cercare di risolverli dando e ricevendo fiducia ("Oltre le nuvole mi voglio perdere / e cominciare a fidarmi di te").

Il Giardino delle Rose è un lavoro che si prefigge come obbiettivo un ponte ideale fra Io e natura?

L'obiettivo principale del disco è fornire un'idea ben precisa della dimensione nella quale si muovono le mie composizioni e sicuramente l'elemento naturalistico è di fondamentale importanza. Benchè sia donna di mare, adoro la campagna e il verde, con attenzione verso la natura tutta (insetti inclusi: sono un'allevatrice di fasmidi caraibici giganti!); questo si rispecchia sia nelle liriche, dove i boschi, le strade di campagna e i borghi la fanno da padrone, a volte più che il mare stesso, sia nelle immagini che accompagnano il disco, in particolare la copertina, con cui abbiamo cercato di suscitare un senso di tranquillità, eleganza e raffinatezza, così da rispecchiare anche le canzoni che ne fanno parte.

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