Volti Nuovi

Intervista ai Phinx con il suono di "Hòltzar"

Abbiamo ascoltato il loro suono in Login, un suono che catturava l'attenzione nel differenziarsi dall'"altro" in commercio. Un percorso in ascesa che ci porta fino al nuovo concept: Hòltzar. Un disco che suona rock come il precedente ma si infiltra con altri ritmi e tesse una ricca rete di sonorità elettronica, ci verrebbe da dire di “avanguardie”.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo l'ideatori di questo suono dei Phinx, bentrovati?

Ciao a tutti!

Com'è nato Hòltzar?

La sperimentazione timbrica è stata l'elemento centrale di questo lavoro e l'abbiamo ricercata con suoni e materiali provenienti dalla natura insieme a strumenti tecnologici che da sempre ci appassionano. Lo abbiamo prodotto, registrato e mixato in casa, sfruttando corridoi, salotti, il garage, il giardino e altri suoni e rumori campionati durante viaggi. Abbiamo usato moltissimi strumenti acustici e altrettanti programmi per la sintesi e l'elaborazione sonora. Ci siamo divertiti.

A cosa rimanda il titolo?

Abbiamo deciso di intitolarlo Hòltzar perché è una parola che per la maggior parte delle persone non rappresenta niente di già definito e può essere riempita quindi dall'identità di questo disco stesso. Rimanda a degli elementi legnosi, torchi, alberi e proviene dalla lingua cimbra che ci ha affascinato molto per l'essere una realtà vicina a noi, ormai scomparsa, ma che presenta in sé un concetto di glocalità molto interessante.

Un Cd diverso dal precedente, un punto di svolta?

Abbiamo solo fatto quello che ci veniva di fare. Ovviamente si cresce, si cambia e sicuramente in questo disco rispetto al primo questo cambiamento si sente molto.

Adesso accenniamo alle collaborazioni dalla scena internazionale?

Abbiamo voluto inserire alcune collaborazioni con artisti che stimiamo per arricchire il disco di particolarità. I Reanimation Squad sono una crew rap di amici italo/canadesi/ghanesi ed erano perfetti per un pezzo scuro con ritmiche vocali in Kubla Khan. Ekat Bork è un'artista russa emergente della quale uscirà a breve il disco di debutto che è stato prodotto artisticamente e registrato da Francesco. Bologna Violenta lo abbiamo voluto in Trolls per la creazione e l'esecuzione di un arrangiamento d'archi particolare e Martino Cuman ci ha regalato qualche linea di basso suonato durante una giornata passata in compagnia. Idem con il trombettista Spano, abbiamo registrato take di improvvisazione e poi siamo andati ad estrapolare per completare gli arrangiamenti di The 5th Kingdom Pt.1 e Pach Un Khnottn.

La musica è da sempre espressione di quello che si vive. Quali sono stati gli ascolti che hanno anticipato questo lavoro?

Ascoltiamo tanta musica e molto diversificata, ma in genere tanta elettronica e sperimentale, da Trentmoller ai Boards of Canada a Trevor Wishard; siamo andati ad approfondire alcuni "vecchi" ascolti, dai Pink Floyd, ai Kraftwerk, ai Pixies. Tanti dischi più attuali, dischi di musica classica e musica indiana. Infine abbiamo cercato di ascoltare soprattutto quello che avevamo intorno campionando e riutilizzando musicalmente qualsiasi oggetto o rumore ci ispirasse.

E quali gli stati d'animo?

Le prime bozze compositive del disco le abbiamo affrontate durante un periodo di alcune settimane di stop dal tour di "Login" in una casetta in montagna dove lo spirito era di creare qualcosa legato a quei luoghi freddi e isolati dalla turbolenza urbana. Tornati in città abbiamo abbiamo composto, scritto, registrato e mixato il disco completamente da soli senza volere avere influenze esterne e probabilmente portandoci dietro anche quella sensibilità originaria.

Come è stata elaborata l'immagine e l'artwork del disco?

Per curare l'artwork del disco abbiamo scelto di lavorare insieme a Boitier. un artista proveniente dalla street art che utilizza esclusivamente materiale analogico per le foto e agenti naturali per lo sviluppo e la stampe delle pellicole. Volevamo rappresentare il flusso dei diversi materiali utilizzati per la costruzione del sound di "Hòltzar" e abbiamo quindi pensato che una ricerca dell'immagine nello stesso senso sarebbe risultata in un valore aggiunto. Per tutto il resto, anche dal punto di vista dell'immagine ci piace arrangiarci e improvvisarci grafici, web designer e videomaker. Ci divertiamo ed è un buon metodo per imparare nuove cose che nella vita possono sempre tornare utili!

Quali i progetti per l'immediato futuro?

Per il futuro prossimo il progetto è: LIVE. Si inizieranno i concerti e sarà un bella sfida riprodurre questo disco dal vivo. Stiamo lavorando molto in questi giorni per ultimare il tutto e crediamo in un ottimo risultato. Speriamo di girare molto, in Italia e fuori.

Intervista a Valeria Caputo: "Migratory Birds"

Intervista a Valeria Caputo: "Migratory Birds"

Le "Piccole conquiste quotidiane" sono il leitmotif che hanno portato la cantautrice ad andare avanti a non fermarsi mai davanti le interruzioni che si trovano quando si intraprende un percorso. Forse sarà questo il motivo che ha spinto Valeria Caputo ad intitolare il suo lavoro: Migratory Birds. Un tributo a chi nella vita non subisce ma impara a scegliere per conquistarsi una propria identità. Il cd risulta avere un ascolto “morbido” che richiama le atmosfere folk-rock del west-coast.

Incontriamo l'autrice per ripercorrere questa migrazione, bentrovata Valeria.

Certo, ben trovato Patrizio!

Quali gli ascolti che hanno preceduto la stesura dei brani?

Gli ascolti che ho sono davvero eterogenei. Non posso dire di essere una collezionista di dischi, ma di certo posso dire di essere una spugna e di passare al vaglio emozioni e tante chiavi di lettura riguardo ad un repertorio allargato.

Contrariamente a quanto si possa pensare ascoltando le atmosfere di Migratory Birds i miei ascolti non si limitano al rock della West Coast...ma spaziando tra il prog e lo space rock, la musica italiana e quella classica fino a quella contemporanea ed elettroacustica. In un certo senso sto attenta a tutti i suoni che mi passano per le orecchie! Questo non mi vieta (anzi) di "scegliere" in che direzione esprimermi.

Migratory Birds è un lavoro di confronto verso gli altri?

Certo ogni volta che si realizza qualcosa, piccolo o grande che sia, lo si fa sapendo che prima o poi dovrà incontrarsi con il giudizio altrui. Questa è una cosa che so ma che non è stata l'oggetto delle mie intenzioni. Il rapporto intimo tra me e le mie canzoni non è stato violato...non mi è importato immedesimarmi dall'altra parte, mettermi "nelle orecchie" altrui. Sono andata fino in fondo a ciò che sentivo senza sentirmi obbligata a seguire un'idea...mi son lasciata trasportare. Il confronto è stato soprattutto con me stessa.

Quant'è importante a tuo avviso il confronto con gli altri?

Il confronto con gli altri è fondamentale. La critica, quella famosa, quella costruttiva, non può e non deve mancare! Sono sempre pronta a confrontarmi e a mettermi in discussione ma sono anche prodiga di critiche per gli altri. Conoscendo l'importanza che hanno per me cerco di essere costruttiva anche per gli altri, è uno dei canali che ho per amare...anche se non sempre vengo capita in questo. Alla luce di quello che ho detto però c'è un momento in cui bisogna scegliere, ovvero valutare e ponderare le cose che si vogliono davvero per andare in contro a se stessi senza troppi condizionamenti, ma alla luce di un percorso costruttivo.

Cosa intendi quando raccontando di come è stato realizzato il disco in crowd-funding parli di «azionariato popolare»?

Il mio disco è stato coprodotto dal basso. Ovvero la gente ha voluto investire una piccola ma importantissima cifra su di me dandomi la possibilità di realizzare il mio sogno. Considerato che credo molto nel potere della gente, non posso non pensare che "l'azione" sia alla base della nostra forza. Anche se questo termine "azionariato popolare" non è stato coniato da me sono in accordo con ciò che intuisco significhi. Azione e popolo, da queste piccole cose si può comprendere quanto è possibile riuscire tutti insieme, anche nelle altre sfide della vita che ci riguardano e che hanno anche molta più urgenza.

A tuo avviso, per quale motivo, hanno sostenuto il tuo progetto, quello di una sconosciuta?

Delle volte è meglio non porsi troppe domande. Di sicuro c'è stato un buon motivo per tutti...avranno creduto un pochino in questa sconosciuta?

Come hai scritto i brani, quali i riferimenti?

Migratory Birds è un viaggio tra il passato e il presente e per me è la manifestazione di un percorso, contratto, in 10 songs. I riferimenti sono diversi, da Tim Buckley a Nick Drake se basta citare dei nomi. La verità è che ho voluto inserire nella lista alcune canzoni appartenenti a periodi più lontani, come Honey in my room o You can't stop brani che sono diventati il riflesso di quel periodo, di quelle emozioni di quei pensieri che non posso dimenticare e fanno parte tutti di un processo. Con loro mi son portata i riferimenti, gli ascolti, le influenze...

Hai un tour in programma, quali le date?

Il tour è partito dall'autunno 2012. Sto pianificando le prossime date che probabilmente mi vedranno suonare dalla Romagna al Lazio e poi di nuovo in Puglia. Contemporaneamente sto organizzando una serie di serate musicali dedicate a Joni Mitchell un'artista tutto tondo che adoro e che mi ha insegnato davvero molto. Le renderò omaggio il 15 FebbraioMuddy Waters di CALVARI (GE) insieme a Silvia Wakte, la bravissima chitarrista elettrica che suona su Migratory Birds e per il primo Marzo al Circolo dei Malfattori di Poggio Berni (RN) ho coinvolto oltre Silvia anche Nicolettà Noè, cantautrice sublime e Luigi Bertaccini noto dj e direttore artistico romagnolo che parlerà tra un brano e l'altro raccontando aneddoti sulla vita e perle storico-musicali riguardanti Joni e il contesto in cui è cresciuta come artista. Durante la serata avremo altri ospiti musicisti a sorpresa che vogliono sostenerci dal vivo. Il mio augurio è quello di riportare in circolazione la buona musica e dare l'opportunità ormai rara di riascoltare il repertorio di Joni Mitchell dal vivo.

Stai già pensando al prossimo album?

Il prossimo album arriverà...per ora sto pensando a suonare dal vivo e a vivere nuove esperienze...tra le più stimolanti c'è questa collaborazione per la realizzazione di una compilation di beneficenza per ricordare un amico scomparso e che l'anno scorso è servita a co-finanziata la biblioteca del reparto IRST di Meldola(FC). Posso dirvi che sarò in buona compagnia per questo progetto e sarà una produzione Cosabeat.

Valeri grazie per la disponibilità e a presto!!!!

Grazie a te Patrizio e buon ascolto.....

Intervista a The Star Pillow: il "Fattore Ambientale"

Intervista a The Star Pillow: il "Fattore Ambientale"

Una musica per immagini, idee che si inseguono e si ripetono modificandosi ed evolvendosi, creando uno strato sonoro etereo e rarefatto, accogliente e rassicurante per poi incantarsi in loop e sperimentare. Questi sono The Star Pillow nel progetto Fattore Ambientale, nato dall'idea di Paolo Monti e Federico Gerini che incontriamo per raccontare questo percorso.

Bentrovato Paolo e buon ascolto.

Ciao Patrizio, grazie per questa intervista. Ho pensato bene di chiamare anche Federico che è molto più ermetico e diplomatico di me nelle risposte.

Quando una musica evoca immagini è l'espressione, forse più alta di quest'arte?

Paolo: Personalmente è un'esigenza. Sono sempre stato molto "visivo", nel senso che accedo a ricordi e sensazioni molto più velocemente con questo tipo di canale. Per me la musica è principalmente immagine, anche nel processo compositivo e melodico la vedo, quindi la sento interiormente. Dedicare un progetto e, nello specifico un disco, a questo tipo di sinestesia così personale, ha significato spogliarmi di tanti preconcetti e fare quello che mi fa stare bene e mi piace.

Federico: Sicuramente la capacità evocativa e il fatto di coinvolgere non solo l'udito ma anche gli altri sensi è una delle potenzialità più sorprendenti e universali della musica, in ogni tempo e ad ogni latitudine. Siamo entrambi amanti del cinema e il riferimento a certe colonne sonore americane credo trapeli dalle tracce del disco, ma soprattutto quello che ci accomuna e che ci ha spinti l'uno verso l'altro in modo del tutto naturale credo sia il bisogno di ascoltare musica che crei una sorta di spazio interiore, un catalizzatore di sensazioni positive, terreno fertile per la nascita appunto di immagini, talvolta veri e propri film o viaggi interiori. Mi piace pensare alla nostra musica come alla colonna sonora di un film inesistente o immaginario. e ognuno ha il suo....

Paolo Monti e Federico Gerini sono The Star Pillow come si incontrano e dove nasce questo nome?

Federico: Conosco Paolo dai tempi del Liceo quando era un punkettaro oltranzista e io uno studente di conservatorio. Iniziammo quasi subito, quattordicenni, a suonare insieme fondando una band, i Dionysia, con la quale oltre alle cover componevamo brani originali di genere progressive rock. Musicalmente le nostre strade poi si sono divise, fino al 2011 quando dopo due live improvvisati ci siamo messi a lavorare al disco "Fattore Ambientale", capendo subito che fra noi c'era quella complementarietà di cui ognuno sentiva il bisogno per realizzare le proprie idee.

Paolo: fino ad oggi ho suonato, composto e anche prodotto per P N S (progetto indie rock al secondo album). Con Star Pillow mi sono ritagliato la mia dimensione creativa ideale. Inizialmente è nato come side project per dare spazio al mio bisogno di creare e sperimentare senza vincoli di nessun tipo, tra cui anche quello delle parole (nei PNS scrivevo pure i testi). I primi due dischi li ho composti e prodotti da solo a casa, per il terzo volevo fare un lavoro di più ampio respiro e lavorare con qualcun altro sulla mia stessa linea espressiva. Non volevo infatti un turnista al piano, ma piuttosto ho ascoltato e stimolato molto la parte espressiva e comunicativa di Fede, scoprendo grandi doti compositive. Ah, il nome The Star Pillow, semplicemente perchè il cuscino l'ho sempre visto come un'interfaccia tra uomo e sogni, mentre le stelle mi rappresentano l'ignoto verso cui tendo. Inesorabilmente.

Nelle vostre composizioni è ricorrente il tema del loop come sperimentazione. Quali sono i vostri ascolti?

Paolo: Il looping per me non rappresenta sperimentazione, ma anche qua, un'esigenza. Spesso dal vivo utilizzo il looping per creare uno scenario sonoro su cui poi si costruisce tutta la nostra improvvisazione. Questo non te lo consente nient'altro,ma ripeto che per me rimane un paesaggio che influenza, rimane insomma sullo sfondo. Anche qua ritorna la tematica dell'importanza dello sfondo. Il live looping inteso come virtuosismo performativo mi risulta vuoto, privo di interesse e onestamente molto tamarro. Ascolto moltissime cose, disparate, da sempre. In questo periodo ho in loop in auto Radiance of shadows dei Nadja, Remain in light dei Talking Heads, If i could only remember my name di David Crosby, Kind of Blue di Davis (l'unico che ho sempre dietro insieme a In a silent way), Songs in the key of life di Stevie Wonder e the Fragile dei NIN.

Federico: Non ho un grande background in fatto di musica elettronica, ambient o post-rock, ma sono stato sempre affascinato dal minimalismo di Steve Reich, Philip Glass e per altri versi quello di Michael Nyman, Ludovico Einaudi. Quindi un interesse per l'utilizzo di loop e ripetizioni sia ritmiche che melodiche, che, unito ad una certa staticità armonica, induce appunto quegli "stati" interiori sospesi e cangianti... Nel disco poi ci sono sicuramente molti elementi jazzistici riferibili alla nostra comune passione per il Miles Davis del periodo elettrico e un'idea di "crescendo" e di "intensità" tipica di certo post-rock.

Dove la scelta di abolire qualsiasi suono prodotto da strumento per il suono artificiale?

Paolo: In realtà in Fattore Ambientale gli strumenti sono tutti veri e suonati, sono però tutti elettrici o comunque trattati con effettistica. Le uniche cose "assemblate" sono alcune ritmiche elettroniche, ma non programmate (al contrario di "Non T'illudere" dove tutto è solo programmato e non c'è traccia di tocco umano).

Federico: Personalmente avevo il bisogno di dare una veste elettronica, minimale e "fredda" a diverse bozze compositive che erano nel cassetto da anni.
Paolo lavorava già da tempo con chitarre elettriche, effetti e laptop sviluppando Drone e pad elettronici "generativi". Era implicito che lavorassimo solo con strumenti elettronici. Anche la voce che a tratti compare nel disco è pesantemente trattata con effetti.

Cosa provi oggi quando riascolti il tuo primo lavoro Christmas Session (2009) dove esprimi la tua sintesi sonora per il tema Natale?

Penso con molta onestà che sia la migliore produzione che ho mai fatto ad oggi. Mi emoziona moltissimo. Ogni tanto mi capita di riascoltarlo e quel che più mi emoziona, non sono tanto le composizioni, quanto quella sensazione che forse sono davvero riuscito a catturare nelle registrazioni, grazie anche agli amici che venivano a trovarmi e mi donavano i loro suoni. Lo stesso spirito del Natale che sentivo da bambino, che avevo perso e poi ritrovato con questo disco, che credo davvero essere magico, al di là del bello o brutto.

Grazie a Paolo e Federico per il viaggio sonoro.

Grazie a te Patrizio per la piacevole chiacchierata!

Renzo Anzovino: i racconti e le ispirazioni per "Viaggiatore Immobile"

Renzo Anzovino: i racconti e le ispirazioni per "Viaggiatore Immobile"

Compositore italiano dallo stile minimale, mai banale e dal forte impatto emozionale. È al suo quarto lavoro, un omaggio alla fantasia. Una conferma della spiccata sensibilità, della forte espressività del sentimento attraverso le note del pianoforte a coda, suo inseparabile compagno.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Remo Anzovino. Bentrovato?

Grazie.

Viaggiatore Immobile (2012 – Egea Musica) il tuo ultimo lavoro ma quando si viaggia restando immobili?

Quando non si ha paura dei propri desideri e del veicolo più veloce, la fantasia.

Un lavoro dedicato al pianoforte a coda? Strumento così ingombrante da impedirne il viaggio?

Era un espediente quasi letterario immaginare il pianoforte a coda come un personaggio di un romanzo che data la sua stazza può viaggiare i 4 angoli del mondo con la forza appunto della sola fantasia.

Come ti sei avvicinato al suono pianoforte?

Da bambino in casa c'era un pianoforte a muro, mi sembrava una scatola magica e in fondo per me la musica ancora adesso è ancora un grande gioco.

Commentiamo insieme questa tua affermazione: «i tasti bianchi e neri del pianoforte sono la cartina geografica di un percorso senza limiti?»

La conoscenza delle cose deriva dalle esperienze che fai, e quella delle emozioni proprie e altri è la più forte e appagante. Con il pianoforte e con la musica si possono descrivere le emozioni immaginandole come territori da esplorare.

La tua breve ma intensa discografia ti ha “marcato” nel segmento del jazz. In realtà senti che ti appartiene questa etichetta?

Bisogna mettersi d'accordo su cosa significhi Jazz. Se lo intendi in senso tradizionale no perché le mie sono vere e proprie composizioni scritte in cui l'elemento di improvvisazione, che spesso c'è e con la partecipazioni di grandissimi musicisti jazz,  è un ingrediente estetico di una mia partitura, come certe scelte di ritmo. Ma credo che oggi Jazz vada inteso come Musica Contemporanea laddove è in grado di parlare trasversalmente della contemporaneità. Se pensi ad E.S.T. - che considero l'ultima grande cosa innovativa avvenuta nel jazz - capisci quanto poco jazz tradizionale ci sia dentro e quanto ci siano piuttosto tanto senso della composizione classica, del rigore delle forme del contrappunto bachiano, ma anche tanto Radiohead e tanto altro che non c'entra con Erroll Garner.

Permettimi questa linea di unione ma ascoltando Viaggiatore Immobile ho avvertito la sensazione di un lavoro che aveva nelle proprie radici d'ascolto le influenze tra Robert Flipp, Brian Eno e Sakamoto. Quali sono stati i tuoi ascolti?

Certo, in realtà sono un fan di Steve Reich e del primo Philip Glass, di tutto ciò in cui abbia messo le mani Brian Eno, a partire da Ambient 1 e Music for films, ma anche di Puccini, di Mozart, della tradizione classica napoletana, di Jimi Hendrix, Luigi Tenco e Miles Davis. E potrei andare molto avanti. In questo disco un grande lavoro di cross over sui suoni è stato portato da Taketo Goahara il mio produttore che ha saputo vestire con suoni legati al minimalismo storico brani caldi e lirici tutt'altro che legati alla scrittura minimalista per celle o seriale, ottenendo un effetto di eleganza che mi ha molto soddisfatto.

I Casa raccontano di: "Crescere un figlio per educarne cento"

I Casa raccontano di: "Crescere un figlio per educarne cento"

Un lavoro “incurante”, lo presentano con questo aggettivo il nuovo per i Casa intitolato: Crescere un figlio per educarne cento (2012 - Dischi Obliqui).

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo il musicista Filippo Bordignon per raccontare di questo percorso sonoro che vede un cambio di formazione con la sostituzione del chitarrista Marco Papa al posto di Francesco Spinelli.

Bentrovato Filippo. Iniziamo a domandarci: il titolo rimanda a un lavoro educativo?

No. A volerla educare, la gente, ti si sbriciola in mano.

Si tratta di un Cd che lascia libera espressione all'artista nella scelta dello stile sonoro?

Soprattutto nel mondo dell’arte, non c’è vincolo peggiore della smania di libertà. Trattandosi di un valore immediato e definitivo, non facciamo che allontanarcene ogni qual volta lo pretendiamo per noi o la collettività. Ai musicisti che hanno generosamente collaborato a Crescere un figlio per educarne cento sono state impartite due semplici indicazioni, di carattere evidentemente simbolico: mangiate del nostro pane, bevete del nostro vino.

Come sono stati scelti i titoli dei brani?

Spulciando in una lista di prodotti per il benessere.

Perché avete apportato una sostituzione nella line up della band?

Dopo undici anni di proficua collaborazione, io e Spinelli abbiamo deciso consensualmente di separarci; al suo posto è subentrato il pratese Marco Papa, il quale ha conferito a Crescere un figlio per educarne cento un approccio ancor più ‘free’ rispetto alle prove passate. Ma le mutazioni non terminano qui. È recente la sua uscita dal gruppo per proseguire un discorso sperimentale in collaborazione con altri musicisti. Oggi posso felicemente indicare il nome del nuovo chitarrista dei Casa: il giovane Matteo Scalchi, il quale ci aveva già sorpreso qualche anno fa in virtù di un chitarrismo capace di profonde astrazioni. A ciò si aggiunga la peculiarità timbrica del suo strumento, una chitarra elettrica con corde in nylon.

Come coniugate le vostre perfomance sonore con l'arte contemporanea che spesso sposate in incontri culturali?

Mediante la volontà di vitalizzare noi stessi e gli artisti che ci sono affini, facendo insieme a loro ciò che riteniamo giusto.

Quali gli ascolti che vi hanno accompagnato nella stesura del lavoro?

La ‘crème’ dell’Adult Oriented Rock e il country blues Anni '20 di figure tanto sconosciute quanto mitologiche quali Barbeque Bob o Blind Joe Taggart. La differenza però, va evidenziato, è determinata anche da ciò che un individuo sceglie di non ascoltare; da sempre, i Casa bypassano prodotti derivati dai generi e che in essi si esauriscono.

Avete pensato alla realizzazione di una prima raccolta?

Sfrutteremmo volentieri la formula, se la nostra fosse ‘Hit-music’. In verità in verità ti dico: il mercato discografico internazionale, con le sue raccolte, i singoli, le compilation, le edizioni deluxe e rimastered, il neo-revivalismo per i vinili ecc. non è diverso da qualsiasi altro sistema di Potere: suo scopo principe è mantenere turgido uno status ormai sfilacciato, acquisito sfruttando il sudore di alcuni artisti maiuscoli.

Eell Shous: "Spazzatura" i racconti urbani

Eell Shous: "Spazzatura" i racconti urbani

«Eell Shous è una collina di scarpe rotte, di vino nella botte, tra monti di spazzatura indelebile e gomme da masticare appiccicate sotto i banchi. Eell Shous sono vermi appesi al muro, muschio al sole che gronda sudore, sudice risate e donne con le tette sgonfie...» Differenti stili che si incontrano con rime acide per esprimere la “rabbia” di Eell Shous. Incontriamo Davide “ScartyDoc” Passoni e Marco “Tempo” Lombardo per raccontare di Spazzatura.

Bentrovati ragazzi perché Spazzatura?

Spazzatura perché è un disco da buttare, o meglio riciclare. Anzi, è un disco riciclato in tutto e per tutto. Abbiamo recuperato vecchie idee nel cestino, vecchi pezzi registrati male e rifatti. Uno di questi pezzi fu scritto da Scarty 5 anni fa, ed è proprio Spazzatura, che è divenuto poi l'anthem del disco, di cui il primo video realizzato con Matteo Crios Toffalori. Il primo brano prodotto e registrato di questo disco. Il progetto EELL SHOUS è stato riciclato: Spazzatura perchè il consumismo di questa società ci rende "persone usa e getta" e nello specifico artisti da monnezza. Cantiamo della spazzatura anche perchè ci piace prendere le difese degli oggetti buttati: la sintesi sta in una strofa di Scarty eliminata dalla canzone perché scritta proprio male “chi lo dice che il sopra è in superficie e il sotto non è baciato dalla luce?”, poi andava avanti ma è imbarazzante…a volte si buttano cose che in realtà potrebbero avere un'utilità diversa da quella per cui sono nate.

Dove nascono le vostre rime e perché tanta rabbia?

Buona parte dei testi sono stati scritti nel 2004 da Scarty Doc per il primo album autoprodotto EELL SHOUS, una scarica di suoni e immagini tradotte in suono campionando qualunque cosa capitasse sotto mano: cassetti, sacchetti, ciabatte, aspirapolvere con madre annessa e connessa, stoviglie, treni, bidoni, etc... I testi poi sono stati riadattati, cancellate intere parti e buttate nel cassone dell’ingombrante, e rimodellati in parte sulle nuove strumentali. Molto senso è stato recuperato da Tempo che ha aggiunto strofe e apportato modifiche alle liriche. Alcuni brani invece sono stati generati ex novo. Abbiamo voluto dare una scarica, scuotere un po’ e spingere le persone giù dal burrone. Il perché di tanta rabbia lo trovi in tv, sui giornali e negli occhi di tante persone che ci circondano.

Le basi incontrano le rime in uno stile da live show. Il lavoro nasce dalle esperienze live sui palchi?

Esattamente, il nostro progetto si è evoluto proprio nei live data la possibilità di aprire numerosi artisti della scena rap italiana e non. Possibilità offertaci dalla nostra stessa crew, OLYO! bollente, che da più di quattro anni organizza eventi in Brianza e zone vicine. L’idea, poi, nasce dallo stomaco: ormai il rap è considerato la musica di tutti, anche la mia tartaruga farebbe il rap se l’avessi. Sul web siamo bombardati da rapper. Molti poi li vai ad ascoltare dal vivo e non sanno fare quello che hanno registrato perché con le tecnologie si sono fatti aiutare. Non è una critica: è una società che offre questi mezzi, ed è giusto che uno li sfrutti se il prodotto registrato finale funziona. A noi personalmente non basta stare bene su un disco: anzi, abbiamo deciso di fare e scrivere in maniera tale che live e disco coincidessero. L’idea iniziale era quella di registrare il disco in presa diretta, poi abbiamo deciso di essere meno “punk” e lasciarci un po’ di margine di editing. In ogni caso ognuno di noi ha registrato come se fosse live in studio. Le strumentali però sono state concepite come se EELL SHOUS avesse una formazione da rock band: i campioni di batteria sono gli stessi per tutto il disco. Il basso synth fatto col Moog è lo stesso per tutto il disco, solo qualche arrangiamento a sintesi differenti col Tetra Polifonico, come se avessimo un tastierista, oltre che a bassista e batterista. Il disco serve per comprendere e portare con se dei concetti. Il live deve comunicare, trasmettere, dare qualcosa, deve essere uno spettacolo, siamo musicisti. I rapper non devono dimenticarselo. Comunque sia i live rimangono il mezzo più efficace di comunicazione, oltre alle interviste ovviamente (ridono).

Paolo Rigotto: "Uomo Bianco"

Paolo Rigotto: "Uomo Bianco"

Riflessivo e amaro ma allo stesso tempo sarcastico quanto scettico sul non catastrofismo della società occidentale che spesso si flagella con rituali scaramantici per allontanarsi dalla frenesia del quotidiano. Questa ci sembra la sintesi che esprime il nuovo lavoro di Paolo Rigotto, musicista e polistrumentista che ci ha raccontato di Uomo Bianco(Contro Records - 2012) il suo ultimo lavoro.

Bentrovato Paolo? Uomo Bianco una riflessione sarcastica quanto amara sulla quotidianità occidentale?

In effetti sì. Ma per caso. Scrivendo le prime canzoni del disco è successo che fossero legate tra loro da un tema che in realtà non ho cercato, è venuto da sé. A distanza di alcuni mesi dalla sua uscita personalmente allargherei molti degli argomenti del disco all'intero genere umano. Non è mai giusto il razzismo, molto più corretta una sana misantropia.

L'ironia da sempre ha rappresentato una riflessione attenta di una situazione ma anche un modo per sdrammatizzare?

L'ironia ti permette di dire le cose in faccia al diretto interessato, oltretutto facendogliele capire. Secondo me è un modo per spiegare il proprio pensiero anche a chi non ha molta voglia di ascoltare, o, più semplicemente, a chi si prende troppo sul serio per capire davvero le cose.

Uomo Bianco un lavoro che conservavi o scritto per l'occasione, per decantare e firmare nel tuo stile il nostro tempo?

Non conservo mai a lungo i lavori, credo che al giorno d'oggi la data di scadenza della musica sia terribilmente limitata. Inoltre penso che un disco, o comunque il lavoro di un creativo, sia un documento importante per fotografare un preciso periodo dell'artista e del mondo che lo circonda. Quindi niente canzoni nel cassetto, ci credo poco.

Quali gli argomenti che prendi in esame e quanto c'è di autobiografico?

Innanzitutto è interamente autobiografico, nel senso che non so parlare di cose che non ho vissuto in prima persona. Il disco parte con la disillusione della generazione della Milano da bere e di Drive In, del Commodore 64 e, arrivata la maturità, del nido Ikea. Non ce n'è più, come si direbbe oggi. I giochi sono finiti, i soldi pure, era tutto costruito molto bene, finché è stato in piedi. Si parla di pace, di quanto sia un valore evidentemente così poco umano, si parla della paura di invecchiare, del lavoro, dell'ossessione per il progresso, si parla persino di amore, a modo mio.

Definisci le canzoni come un: «piccolo esorcismo» una «requiem».Come riesci ad eludere il catastrofismo sociale, quale senso di non poter riuscire a salvarsi tipico del nostro tempo?

L'uomo si salverà quando capirà che tutto questo assurdo giocattolo che è la “civiltà” non regge. Non ci sarà nessun baratro per chi mangerà il cibo che produrrà, per chi abiterà una casa costruita con le proprie mani, per chi non avrà altre esigenze che nutrirsi, curarsi e riprodursi. Il resto è incasinamento sociale, meno si è coinvolti e meglio è. Purtroppo non è ancora tempo. Ci stiamo ancora preoccupando di come trovare il denaro necessario, invece di preoccuparci di come farne a meno.

Seguirà un libro?

Spero che prima i poi succeda. In realtà scrivo, sì, ma non ho la costanza nè il metodo di uno scrittore. Per cui i miei appunti rimangono nel pc mesi, anni, prima di vedere aggiungersi un capitolo, o una pagina. Nello scrivere sono improponibilmente lento.

Intervista a Davide Vettori: ritmiche, riflessioni, arte

Intervista a Davide Vettori: ritmiche, riflessioni, arte

Diversi i modi attraverso i quali si può raccontare la società intorno al nostro essere. Una società dinamica, dove il tempo per riflettere sembra essere stato dimenticato. Per fortuna che a volte si incontrano persone che attraverso l'arte ed in questo caso le note del pentagramma raccontano e descrivono questo momento.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Davide Vettori. Bentrovato.

Piacere mio, è un onore, vero, essere ‘qui’!

Il primo lavoro che firmi con il nome di battesimo, a rappresentare un nuovo inizio?

Non lo considero tanto un ‘nuovo’ inizio, piuttosto lo sento come L’Inizio. Il fatto di spogliarsi da pseudonimi, non nascondersi più dietro a maschere e band me lo fa sentire più ufficiale, l’inizio effettivo e definitivo (pure se nei tempi precedenti non me ne sono stato con le mani in tasca, anzi). Prendendo in mano il coraggio di mettersi in gioco con tutta la faccia e la propria identità.

Visione Cosmetica è un cd che descrive: «la voglia di raccontare con sguardo sintetico le molteplici sfumature che caratterizzano questo tempo»?

Già, nasce dai ritmi e dal fare elettronico, schematico e quasi clinico, che fa da piano d’appoggio per la narrazione minimale, sintetica appunto, stesa con parole semplici, dirette, fatto di metafore basilari, i clichè del nostro tempo, i riferimenti del nostro vissuto quotidiano.

Un cd che descrive il senso estetico delle cose?

Estetico, in parte. Esteriore anche, vorrei dire. Nel senso che è meno ‘intimista’, meno metafisico di quello che poteva essere il primo lavoro in italiano. Ovviamente è (almeno per me) difficile scrivere in maniera completamente distaccata da se stessi, ma l’idea iniziale era ed è tuttora quella di dare un punto di vista ‘esterno’ per osservare appunto l’importante senso dell’estetica che si vive, generalizzando. Estetica anche come semplice ‘apparire’ non solo nel visivo/fisico, ma anche come un apparire ‘standard’ di situazioni, modi di pensare e di agire, capi saldi della vita.

Ci racconti quali le riflessioni che ti hanno portato a scrivere il cd?

All’inizio, tutto aveva cominciato a muoversi già tempo fa, all’epoca di You Wrong (band di cui ero cantante ed addetto al synth). Avvertivo una forte spinta, quasi una necessità, di comunicare in lingua madre, parlare direttamente in faccia con le persone ‘vicine’, per andare oltre a quel semplice ‘suonate bene, che figata, avete un bel tiro’. Sentivo che il basilare bofonchiare in inglese parole che nessuno comunque ascolta né capisce, personalmente non mi bastava.

Musica è comunicazione, e volevo (tuttora vorrei) comunicare in modo più ampio possibile, le note non bastano!

Ho ripreso per mano il mio progetto onemanband Humanature ed ho iniziato dal primo capitolo, ‘PERSONAL COMPUTER’, quando il fenomeno Facebook era già bello che partito, notando come molti mettessero tutta la loro vita nel social network (foto di piatti di pasta, ricordi delle vacanze, il cane sul divano, etc.), diversamente dai blog che mi capitava di ‘frequentare’ in passato, con spunti più ‘poetici-artistici’.

Questo m’ha portato a pensare: Dio, quanto sono ‘fortunato’ per essere così maledetto, e pur se maledetto ed isolato come tutti, in continuo movimento ed interscambio emotivo, cultura e sociale con quel piccolo manipolo di ‘amici’ con cui posso condividere la vita.

Da lì ho iniziato a scandagliare partendo dalla ‘Natura Umana’ alcuni aspetti miei e delle persone che si incrociano in giro:
1/5 del poter per esempio m’ha fermato a riflettere su quando ci si programma tutto, presente e futuro, senza considerare che possiamo e dobbiamo mettercela tutta, ma non abbiamo nessuna certezza e nessun vero controllo totale sulla nostra vita, sulla vita delle persone con cui siamo in relazione.

Causa d'Effetto è il mondo alla rovescia, come spesso si parla della politica sporca, che nulla ha a che vedere con il Bene comune che si voleva nell’antica Grecia, e la meritocrazia va in fondo al lago: dalla politica all’arte, dal lavoro generico alla fila nella spesa del supermarket, spesso chi sta sopra non è il migliore, ma semplicemente il più scaltro e senza ritegno.

Intervista a Michele Bitossi: "Piccoli esorcismi tra amici" un modo per raccontarsi

Intervista a Michele Bitossi: "Piccoli esorcismi tra amici" un modo per raccontarsi

L'arte dello scrivere ha da sempre rappresentato un modo per raccontarsi, c'è chi lo fa attraverso un foglio digitale e chi con uno tradizione. Un modo per buttare fuori pensieri che angosciano l'esistenza. Quanti di noi non hanno almeno per una volta provato ad avere il diario “segreto”, uno spazio tutto proprio dove rappresentare il proprio vissuto.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Michele Bitossi che del suo diario ha fatto un libro dal titolo: Piccoli Esorcismi Tra Amici (Habanero – 2012), bentrovato Michele?

Un libro, diario dove racconti del tuo vissuto?

In realtà non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro. Da sempre i testi delle mie canzoni nascono da prose più o meno corpose, da racconti, spunti che elaboro fino a quando non arrivo alla stesura definitiva delle liriche. Ma non ho mai sentito l'esigenza di dedicarmi alla letteratura in maniera "ufficiale". Tutto è nato dalla richiesta di Delvecchio editore che intendeva coinvolgermi per una collana dedicata a musicisti italiani. In qualche modo sono stato quindi "tirato in mezzo" da loro in questo progetto. La cosa mi ha stimolato da subito e mi sono messo al lavoro. Poi dopo il volume di Peppe Voltarelli (il primo della collana) Delvecchio ha deciso di non proseguire con l'esperimento e mi sono trovato (insieme ad altri) senza editore col libro praticamente pronto. Habanero si è dimostrata interessata da subito a pubblicarlo ed eccoci qua.
Non era mia intenzione scrivere un romanzo. Ho invece optato per una serie di mini racconti, pensieri a ruota libera, impressioni, spunti in prosa per testi di canzoni mai scritte. Una volta iniziato non mi sono posto limiti e mi sono lasciato trasportare dalla scrittura in un flusso di coscienza che mi è piaciuto tantissimo sperimentare.

Un modo per scrivere senza filtro e forse anche per dirsi la verità?

Senza dubbio sì. C'è da dire però, e ritengo sia importante sottolinearlo, che anche quando scelgo di utilizzare la prima persona singolare non sempre parlo di me ma racconto storie inventate o realmente accadute ad altre persone. Si tratta, per altro, di un espediente che utilizzo spesso anche nei testi delle mie canzoni. Il libro tuttavia è stato un'occasione assai significativa per andare a ruota libera con la scrittura in un momento piuttosto duro della mia vita. Si è trattato di una sorta di autoanalisi, almeno a tratti, una terapia interiore di cui probabilmente avevo bisogno. Dal parecchio materiale che mi sono trovato ad avere ho però volontariamente scelto sia cose più "scure", introspettive, forti, drammatiche che frangenti dove spero si riesca anche a sorridere e a divertirsi. Mi piaceva infatti l'idea di accostare umori diversi, modo diametralmente opposti. Non ho mai cercato di seguire un filo logico e, anzi, mi affascinava l'idea di spiazzare passando da episodi molto personali e profondi a veri propri svaghi.

Quando ti sei appassionato a questo lavoro?

Più o meno da subito. Per quanto, come ripeto, non avessi la velleità di misurarmi con la scrittura di un libro non appena mi sono buttato nel progetto sono stato conquistato dall'entusiasmo e dalla curiosità di vedere cosa sarebbe potuto uscir fuori. Da sempre le nuove esperienze e le sfide inconsuete mi affascinano non poco. Credo anche che una buona dose di incoscienza sia necessaria per rimettersi sempre in discussione. D'altra parte l'ho fatto recentemente anche in musica pubblicando il mio primo disco come solista a nome Mezzala.

La stesura del lavora, cosa ti ha fatto scoprire della tua persona?

Beh, intanto mi ha fatto scoprire che se voglio posso riuscire a essere breve, diretto e piuttosto essenziale nella mia scrittura. Un feedback che sto riscontrando in questi giorni da gente che lo ha letto che fortunatamente ha apprezzato è che si tratta di un libro agile che si riesce a leggere tutto in una botta in breve tempo. Questo mi piace. In generale, scrivendo, più che scoprire nove cose di me ne ho riscoperto alcune, riprendendo in mano episodi del mio passato. Non sempre è stato facile farlo, ho dovuto fare i conti talvolta con buone dosi di sofferenza. Ma alla fine ritengo sia stato giusto e utile farlo.

Intervista ai Meganoidi: "Welcome in disagio"

Intervista ai Meganoidi: "Welcome in disagio"

Approdano ad un nuovo livello di scrittura con Welcome in Disagio il nuovo lavoro per Meganoidi. Ironia, desiderio e riff di chitarra sono le basi su cui è stato scritto questo quinto lavoro. Un successo che prosegue e che richiama sempre più ascoltatori per questa band che fin dalle prime note ha saputo mettersi in gioco con ironia e spirito critico.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Luca Guercio autore con Davide di Muzio dei testi di Welcome in Dasgio. Bentrovato.

Ciao Patrizio!

Un lavoro, questo, che segna un più maturo livello di consapevolezza?

Beh dopo 5 dischi e due Ep, la maturazione è d'obbligo, poi noi siamo sempre stati un gruppo molto maturo ed onesto nelle nostre scelte, partendo dall'autoproduzione e dall'autodeterminazione artistica che ci ha permesso di evolverci senza accettare compromessi.

Perché Welcome in Disagio. Una critica rispetto la società del nostro tempo?

Noi siamo di indole delle persone che sdrammatizzano molto e il titolo rispecchia anche un po' il nostro senso dello humour. È una società dove ormai stare male è quasi d'obbligo altrimenti non si sa di cosa parlare. Il disagio è assolutamente una cosa legittima, ma deve essere un momento per trovare uno slancio, non per fossilizzarsi.

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