Volti Nuovi

Intervista agli Insintesi: "Salento in Dub" l'innovazione sonora per il Salento

Intervista agli Insintesi: "Salento in Dub" l'innovazione sonora per il Salento

Salento in Dub è il nuovo lavoro degli Insintesi, duo di compositore salentini che hanno come obbiettivo quello di reinterpretare la musica popolare, della loro terra, attraverso una chiave interpretativa che rimanda a ritmi elettronici, al dub.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Francesco Adriani De Vito per raccontare di questo ultimo lavoro. Come nasce il lavoro Salento in Dub?

Nasce sperimentando. Quando abbiamo iniziato a lavorare sui brani che poi hanno formato il disco non avevamo coscienza di voler creare un album, noi abbiamo iniziato collezionando una serie di remix. É stato il tempo a focalizzare l’idea, ad un certo punto ci siamo resi conto di avere prodotto tanta musica e che si poteva dare una direzione a questo lavoro.

Avete spostato la chiave musicale verso sonorità reggae?

Sì, in realtà negli anni anche quando eravamo più vicini a sonorità legate alla jungle o d’n’b, abbiamo sempre guardato al reggae come uno dei nostri punti di riferimento, soprattutto abbiamo ascoltato il reggae che più era vicino al dub. Possiamo dire che il dub è sempre stato il nostro punto di riferimento al di là dei generi con cui ci siamo confrontati.

Intervista ai Controluce: le sperimentazioni pop in "Aprile"

Intervista ai Controluce: le sperimentazioni pop in “Aprile”

Simona Rotolo e Miky Marrocco sono i Controluce e miscelano abilmente uno stile da cantautore con sonorità pop e sperimentali.

Hanno diverse esperienze raccolte sui palchi della scena nazionale, sono stati anche selezionati per la rassegna Voci per la libertà di Amnesty International e per uno showcase in occasione del M.E.I.

Apprezzano i cantautori italiani e le band internazionali che spesso sono i punti di partenza delle loro canzoni.

Incontriamo i Controluce per raccontare di questo percorso musicale che li fa approdare all'album d'esordio dal titolo Aprile, in omaggio al celebre film di Nanni Moretti. Cosa porta tributare questo personaggio?

Miky: Il film Aprile (diretto e interpretato da Nanni Moretti) è incentrato sul tema della “nascita” che viene affrontato da un punto di vista paradossale e ironico. Ci è sembrato un ottimo riferimento per un disco di esordio. Ci piace il suo modo, così immediato e a tratti sfacciato di ritrarre la realtà. Allo stesso modo, nelle nostre canzoni si possono trovare stati d’animo contrastanti, frutto di situazioni reali e vissute.

Intervista ai Saesciant: "Andiamo a Zanzibar"

Intervista ai Saesciant: "Andiamo a Zanzibar"

Uno stile di «musica ricreativa» presenta il nuovo lavoro per la band romana dei Saesciant. Il disco s'intitola Andiamo a Zanbibar un lavoro creativo ed allo stesso tempo ricco di ironia che si basa sull'amicizia di cinque ragazzi musicisti.

La loro musica promuove messaggi chiari che richiamano aspetti e tendenze sociali del nostro tempo.

Rispondono: Marco Pofi, Umberto Cutillo, Carlo Zamboni

Incontriamo i Saesciant ai quali chiediamo cosa significa un lavoro tra rock e «canzoni di fuga»?

Marco: Quando ero piccolo pensavo fosse la stessa cosa. Poi fermiamoci un attimo canzoni di fuga significa che uno si prende il lusso di guardarsi da un altro punto di vista…ma di guardarsi, non di fuggire. La scoperta della Terra mi sembra completata da qualche anno, come viverci ora che ci conosciamo tutti (alberi compresi) un po’ meno.

Intervista a Max Fuschetto: "Popular Games" un viaggio influenzato dalla cultura Arbereshe

Intervista a Max Fuschetto: "Popular Games" un viaggio influenzato dalla cultura Arbereshe

Siamo all'ascolto di un lavoro che incontra e gioca con diversi stili dalle atmosfere folk, alle composizioni di musica classica alla musica elettronica. Popular Games un lavoro che ha come filo conduttore la passione dell'Autore nella coniugazione di sonorità raffinate e composizioni colte.

Incontriamo Max Fuschetto autore di Popular Games. Un disco che sembra vivere un contrasto un disco che fonde composizioni fra elettronica, folk ed altro con una copertina “bucolica”. Quale il punto d'incontro?

Popular Games nasce dall’interesse per il suono e le forme in cui esso può strutturarsi; a volte si dimentica che gli stili sono soprattutto forme musicali, in questo disco ho voluto esplorare una serie di modi in cui il suono può organizzarsi e per farlo sono ricorso ad un insieme di elementi che sono patrimonio musicale comune.

Intervista a Leonora: "Electronic Ballads" il sogno che diventa realtà

Intervista a Leonora: "Electronic Ballads" il sogno che diventa realtà

Un disco che segna una nuova stazione di partenza per Leonora che in Electronic Ballads si allontana dall'universo della musica pop per intraprendere un viaggio fra musica d'autore ed elettronica valutando e sperimentando l'abbinamento delle armonie passando dal noise all'elettronica, dal suono della lingua inglese a quelle della lingua italiana.

Affascinante e introspettivo Electronic Ballads il nuovo lavoro di Leonora. Un disco che segna una nuova stazione di partenza?


Spero di sì. Mi piace molto il termine "stazione". Ho abbandonato da tempo l'idea di percorrere strade istituzionali e ho lasciato andare quel treno che, partito nel '96 con la canzone bit a Sanremo Giovani, mi aveva portato a realizzare qualche altro singolo e poco più. Ho fatto delle scelte diverse, non istituzionali, coltivando quasi esclusivamente il pubblico della rete che mi ha dato sostegno e nuovi stimoli.

Sei l'autrice dei testi come scrivi un brano?


Prendo spunto da un'idea musicale, di testo o dal fascino evocativo del suono. Tendo comunque a portare avanti la scrittura di parole e musica insieme. Lavoro molto al computer a cui sono legata anche compositivamente. Spesso parto da alcune tracce midi e dal suono di un "virtual instrument" prima ancora che dal pianoforte.

Intervista ai Gualeve: sonorità creative dal rock progressive al noise

Intervista ai Gualeve: sonorità creative dal rock progressive al noise

Come spesso accade per le band sono alcuni amici che si ritrovano a condividere passioni ed intraprendere nuove direzioni. Sono i Gualeve a percorrere questa strada, accomunati dalla passione per la musica e per la scrittura.

Il loro primo cd s'intitola L'età del ferro. Un disco che sembra essere stato influenzato dal rock progressivo dei CCCP – Fedeli alla linea.
Suonano una musica che li presenta ragazzi introversi. Mirano ad affermare il loro suono raccontando descrivendo stati d'animo e i bisogni dei alcuni giovani salentini.

Incontriamo Alessandro Gatto per raccontare di questa band e del primo disco. Quale il messaggio che volete promuovere in L'età del ferro?

Non c'è un messaggio preciso che si vuole dare, tutto è affidato alla libera interpretazione dell'ascoltatore, ciò che si sente maggiormente fruire dall'album è un disagio sociale che viviamo.

L'album si apre con un pezzo intitolato Come può,nel testo del brano si ha un chiaro riferimento al contrasto tra uomo e natura, l'uomo infatti si pone delle domande di cui non avrà mai risposta.

Dopo Come può c'è il pezzo che dà il titolo all'album, L'età del ferro, anche qui si trova di nuovo l'eterno scontro tra la natura e il progresso umano; Epitaffio di un'amore parla delle passioni che consumano, L'oro di Mida parla dell'avidità umana, la canzone Vendetta e perdono è nata quasi per gioco e impersonifica lo scontro tra la vendetta e il perdono, infine l'album si chiude con La n°6 che parla dell'impotenza dell'uomo e delle cose soggette all'usura del tempo.

Inervista ad Orologi Rotti: "Ciao sono E.T."

Inervista ad Orologi Rotti: "Ciao sono E.T."

Un progetto musicale nato dall'incontro di Vito Astone e Pippo Sblendorio. I quali dopo una serie di partecipazioni con diversi artisti della scena, come Gatto Panceri, Paolo Vallesi, Pino D 'Angio, Massimo Varini decidono di fondare gli Orologi Rotti.

La Band si caratterizza per creatività artistica, soprattutto nella scrittura dei brani dove si possono leggere numerosi stati d'animo dall'ironico al sentimentale.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo Pippo Sblendorio la voce della band per raccontare questo percorso e presentare il nuovo brano: Ciao sono E.T. Quale il riferimento con E.T.?

Ciao sono E.T. è la visione del nostro mondo attraverso gli occhi di una creatura extraterrestre. Egli naturalmente vede tutte le contraddizioni e le debolezze delle creature, a lui "extraterrestri", che abitano questo meraviglioso pianeta chiamato "Terra", e non riesce a capacitarsi di fronte a cotanta meravigliosa bellezza e di contro a tanta scelleratezza dei loro abitanti. Il suo sdegno arriva a tal punto da rifiutarsi completamente di scendere sul nostro mondo e di intraprendere qualsivoglia contatto con noi. Non mancano nell'arrangiamento del brano dei riferimenti storici quale l'inserimento nel bridge delle note del famosissimo film "Incontri ravvicinati del terzo tipo" note che servivano allora per creare il contatto con gli alieni. Il resto penso che sia abbastanza palese nello svolgersi del brano fino alla fine quando il nostro "amico" E.T lascia spazio alla speranza con una frase ad effetto.

Numerose le esperienze con artisti della scena pop. Un ricordo particolare che vi lega ad una di queste?

Senza dubbio la partecipazione attiva ai concerti di alcuni di loro (vedi Gatto Panceri e Paolo Vallesi) alla creazione degli arrangiamenti di alcune loro produzioni discografiche (Pino D'Angiò) fino al legame di amicizia e stima reciproca con degli artisti e produttori ormai icona della scena musicale italiana (Massimo Varini).

Intervista ai Thisorder: "Inner Island" il suono apparentemente in ordine

Intervista ai Thisorder: "Inner Island" il suono apparentemente in ordine

Un disco Inner Island scritto dopo aver ascoltato band rock ed influenzato dalla melodia di un isola lontana dalla tradizione della musica rock. Un lavoro che esprime alternati stadi d'animo nella forma canzone fra poesia e sentimento.

Al microfono di Patrizio Longo incontriamo i Thisorder per raccontare di questo primo lavoro.

Quanto la tradizione popolari hanno influenzato il vostro lavoro?

Siamo cresciuti in un contesto saturo di suoni e tradizioni popolari, anche se presto la nostra attenzione si è rivolta alla scena internazionale. Ma c’è un filo conduttore che unisce tutto e rende la musica linguaggio universale. Senza dubbio un certo “sapore” tipico della musica napoletana ha contribuito alla formazione di Marco come chitarrista. Tant’è che la chitarra di “Unus”,per quanto effettata e distorta, riprende uno stile comune alla ritmica della tarantella classica,come anche della pizzica. In Late Empire inoltre, la chitarra vira fortemente verso uno stile arabo, che rimanda a suoni che abbracciano tutto il sud Europa ed il medio oriente. Parliamo anche di flamenco,sintesi meravigliosa di mondi che si contaminano da millenni. Non è una piccola soddisfazione l‘essere riusciti a portare nel nostro rock questo tocco di "alternativo" che affonda le radici in secoli di storia e cultura mediterranea. In fondo, tutta la musica - o per lo meno tutta la musica migliore - è "world music", no?

Perché Inner Island?

Viviamo in un mondo dalle priorità-etiche, estetiche, sociali, morali, materiali - capovolte, e non ci resta che guardare al nostro interno, come in uno specchio, per trovare elementi che ci guidino nel decifrare la realtà. Un filtro, un’isola interiore, solida, concreta, il "sé", che si lascia bagnare senza farsi travolgere dal mare che la collega alla realtà esterna, fino a rendere questa realtà comprensibile. In 3Dawns Emanuele canta «madding with inner skull vast as outside»: oltre ad essere una citazione di Allen Ginsberg, questa frase ci dice che appunto l’interno è vasto come l’esterno, ossia che il dentro può, anzi deve, decifrare il fuori caotico e selvaggio che ci viene posto davanti come "razionale". Quando questo fuori ci si limita a subirlo, invece – "annuisci, produci, consuma, crepa!!" - non c’è più alcuna speranza di libertà. Da questo punto di vista, la nostra "reale isolanità" è un privilegio.

Intervista ai Vidra l'incontro italiano fra punk, new wave e poesia

Intervista ai Vidra l'incontro italiano fra punk, new wave e poesia

Un suono che spazia dalla più classica elettronica anni '80 al cantautorato intellettuale si chiamano Vidra ed esprimono sonorità che richiamano ritmi dal punk al new wave.

I loro brani sono stati selezionati per la rassegna Sanremo Rock ed in un'antologia per un concerto di beneficenza per il poeta romano Evio Botta.

Al microfono di Patrizio LONGO incontriamo i Vidra per ascoltare insieme la loro musica.

Come nasce l'avventura Vidra?

Frencio: I “Vidra” nascono nel 2006 dalle ceneri del progetto “Icon of Waste”, band di quattro elementi con sound di matrice anglosassone. Dopo le prime registrazioni, io e Giga ci siamo sentiti lontani da quella esperienza e abbiamo deciso di sterzare. Non volevamo restare confinati nel calderone delle band indie che rivisitano con manierismo i fenomeni stranieri. Così abbiamo iniziato a cercare una nuova identità: l’idea vincente è stata quella di unire la poesia rigorosamente in italiano alla ricerca melodica, senza abbandonare sintetizzatori, loop e campioni.
Il risultato è un’alchimia che unisce la tradizione del Lied ai Kraftwerk.

Intervista a Captain Mantell il suono di "Rest in Space"

Intervista a Captain Mantell il suono di "Rest in Space"

Il nuovo cd è inserito nel lettore e sin dalla prima traccia suona note dal sapore nuovo per la scena indie italiana. è il nuovo lavoro per i Captain Mantell dal titolo Rest in Space. Una trio Veneto capitanato da Tommaso Mantelli, quasi omonimo del vero capitano Thomas Mantell, primo pilota militare a morire inseguendo un UFO.

Al microfono di Patrizio LONGO incontriamo i Captain Mantell per raccontare di questa proficua linea sonora che fra punk ed elettronica si lascia ascoltare. Come vi siete avvicinati al mondo della musica punk?

Data la gestione democratica del progetto rispondiamo tutti e tre: Tommaso Mantelli aka Captain Mantell, Nicola Lucchese aka Doctor Ciste, Omero Vanin aka Sergente Roma.

Dr Ciste: è il punk che si è avvicinato a noi....

Capt Mantell: è la nostra attitudine... naturale predisposizione.

Sgt Roma: diciamo che quello che ci interessa del punk è l'immediatezza della comunicazione. Le nostre canzoni non nascono solo dalla semplicità, nascono invece dalla semplificazione di una composizione complicata e ben attenta ai dettagli.


In questo lavoro: Rest in Space (Irma Records/Hypotron Records) anticipato dlal'Ep Into The Cockpit (2008) qual'è stata la linea musicale che avete seguito?

Sgt Roma: istintività e immediatezza, cercando di cogliere il punto d'incontro per svilupparlo nello stile della band: il viaggio stellare.

Capt Mantell: La canzone è la vera radice delle nostre composizioni. Ogni pezzo deve essere eseguibile con chitarra acustica e voce... Poi ci divertiamo con la produzione.

E questo è quello che ha attratto anche i nostri sostenitori e collaboratori come la label Hypotron, nella veste di Ninfa (che ha da poco sfornato un disco di super canzoni!!) e Marco Obertini del Circolo Forestieri, che cura per noi il booking.

Come si combina secondo Captain Mantell il punk con la musica elettronica?

Dr Ciste: "punk is going to be techno", l'ho letto su una t-shirt che celava grassi seni.

Sgt Roma: è l'amore x la musica suonata, per il sudore che ci sgorga dalla fronte sul palco, l'energia canalizzata. Percepiamo i suoni di synth come la miglior chitarra distorta, timbri che ti ipnotizzano il cervello. Il resto parla da se: una voce melodica e urlata quando ci va, un basso nevrotico, una batteria martellante e i pezzi che devono dare tutto in pochi minuti.

La musica elettronica concepita asetticamente non ci appartiene.

Siete un punto di interruzione musicale rispetto a quello che il panorama indipendente promuove in questo momento, mi riferisco alla musica "cantautorale". Quali i vostri riferimenti musicali, i vostri ascolti?

Probabilmente è giusto che l'Italia cerchi di riscoprire il cantautorato che a suo tempo porto' a così bei risultati (Tenco, Paoli, De André).

E direi che ci stiamo pure riuscendo con personaggi quali Pierpaolo Capovilla de Il Teatro Degli Orrori (con i quali collaboro in veste di nuovo bassista), capace di testi impegnati ma vestiti di una poesia rara. E come lui altri: Alessandro Grazian, Dente.

Noi ci siamo sempre sforzati di guardare oltre ai nostri confini, sempre senza perdere il contatto con la nostra realtà e il nostro territorio.

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